Sessant’anni fa l’alluvione di Firenze
Il 4
novembre del 1966, 60 anni fa, c’ero anch’io a Firenze a vivere la violenza
delle acque dell’Arno in via della Scala non lontano dalla stazione. Sessant’anni
fa come oggi, mi sono alzato di buon ora perché avevo da pagare l’affitto dell’appartamento in via Pandolfini, preso da
me, Gennaro e José tre giorni prima. Parto dalla zona di S.Croce e mi avvio
verso i lungarni per raggiungere Borgognissanti, dov’erano i Colucci, Assunta e
Pasquale, persone, con i figli Gennaro, Maria e Franca, a me molto care.
Pioveva sulla città da giorni bagnata. Attraverso piazza della Repubblica
completamente vuota e all’altezza di via della Vigna Nuova due carabinieri mi
dicono ch è chiusa e mi invitano a provare, se aperta, in via Palazzuolo poco
lontano. Mi giro e procedo verso destra su via Tornabuoni e prima del Palazzo
Antinori giro a sinistra per imboccare la via che, giorni dopo, mi vedrà
cameriere in una trattoria di proprietà di un molisano, Filippo Ferrara di S.
Croce di Magliano. E’ stato Silvio Rossi, mio compagno di banco nei 4 anni di
Istituto tecnico agrario da me frequentato, a propormi. In quel tempo
giornalista a Milano era, una volta saputo della tragedia, arrivato in treno a
Firenze per sincerarsi di persona come stavo. Mi dirigo verso destra di via dei
Calzaiuoli e, una volta attraversata piazza Fiininguerra, vado in via di Borgognissanti.
Camminando noto delle persone che si affannano a sistemare davanti alla porta
sacchi pieni di sabbia per proteggere l’interno della casa, della bottega o del
negozio dall’acqua che poteva arrivare da un momento all’altro. Quell’acqua che
trovo prima di svoltare in piazza Fininguerra già completamente allagata. In
fondo a destra, nell’angolo con via di Borgognissanti dal piccolo albergo vedo
uscire due ragazze bionde e, con le valigie in testa, attraversare la strada.
Questo mi dà corggio a entrare
nell’acqua, ma data la mia statura per niente alta prima dell’ingesso del
cinema, mi ritrovo con l’acqua alla gola costretto a tornar indietro. Sapevo di
avere tutto il mio guardaroba poco lontano, nella pensione dove avevo vissuto fino
all’ultimo giorno di Ottobre, Bastava percorrere il breve tratto di via
dell’Abero e, in meno di cento metri, raggiungere via della Scala. Proprio di
fronte alla stradina, la porta di una casa di tre piani, a fianco a quella di
un bar. La pensione che mi aveva ospitato un anno e mezzo, dove avevo vissuto
con due studenti calabresi di Cosenza, Silvano e Franco.
Io che
dell’acqua, soprattutto fredda, mi lascia brividi e ho paura, mi sono ritrovato
a viverla in meno di un’ora, dopo Piazza Fininguerra, altre due volte: via
della Scala, via S.Caterina da Siena per andare a comprare un panino e una bottiglia di acqua alla stazione,
senza rendermi conto dell’aumento della violenza che aumentava con un rumore
sempre più forte. Appena rientro all’incrocio via di S. Caterina- via della
Scala, vedo a metà strada, come paralizzato, un uomo che rischiava di essere travolto
dalla furia dell’acqua. Lo raggiungo e lo accompagno sul marciapiede di fronte,
quello che circondava la Scuola dei Carabinieri. Riesco nell’impresa, ma nel
tornare indietro rischio di rimanere io travolto dalla violenza delle acque
dell’Arno, ormai ovunque nel centro della città.
Rientro
tremante di paura e, per la terza volta, tutto bagnato nella pensione al primo
piano e con i due anziani proprietari trovo anche Pasqualino, altro calabrese
di Cosenza. Un gigante paralizzato dalla paura, fermo tutta la giornata dietro
ai vetri del balcone a fissare l’acqua che aumentava di livello e, nella tarda
serata, salire fino a pochi centimetri dal piano del balcone. Era tardi quando
Pasqualino mi urlò per dirmi che l’acqua non aveva toccato il rettangolo bianco
disegnato all’interno del divieto di accesso posto all’altezza di via dell’Albero.
Anzi stava scemando la sua furia e ed era a un livello sempre più basso. Un
grande sospiro di sollievo di entrambi
Si chiude
così il 4 Novembre e il giorno successivo si apre con la luce di uno splendido
sole, che asciuga ciò che il fiume aveva lasciato lungo via della Scala.
Tante voci e
non poche le risate ricavate dagli sfottò di quelli che erano lungo via della
Scala, sotto casa, come una squadra già preparata, a spalare il fango e, nel contempo, a scaricare, con
rimbrotti e risate, la paura prodotta dall’alluvione. Una tragedia immane, il 4
Novembre del 1966, impossibile da dimenticare. (p.di lena)
.jpg)


Commenti
Posta un commento