Se fusse nu cardille

                 La mia presentazione del libro di poesie in dialetto uscito nell'Ottobre del 2022 per la Tipografia Rossi  


                                                                                   Disegno di
Walter Menon 
In un angolo de La Casa del Vento c’è un cuscino ricamato da Flora con su la scritta “Vietato calpestare i sogni”. 
Nel tempo lungo del mio passato mi sono convinto che i sogni sono sorgenti di idee e le idee fonti di progetti che aprono a un nuovo domani. Per me il sogno è l’espressione più alta della libertà di una persona. Non bisogna temerlo, ma coltivarlo per vederlo spuntare, e, poi, aspettare che fiorisca e diventi frutto da raccogliere per nutrire le speranze nostre e di altri. Esso è, al pari dell'amore, il volano della fantasia, che è voglia di salire verso il sole, la luna e le stelle, nel cielo più lontano. Guai a obbligarla a fermarsi a guardare solo orizzonti già definiti o reprimerla! Sono perfettamente conscio del tempo che viviamo, quello della globalizzazione, del dio denaro, che, proprio per il loro significato errato di libertà e diversità, soffoca i sogni e la fantasia, e con essi, la poesia, che ha bisogno di etica per essere tale. Siamo nelle mani di nuovi padroni, cinici e fondamentalisti, che si nascondono nelle banche e nelle multinazionali, che - con le loro radio e televisioni, i loro giornali, i loro predicatori - ci vogliono far capire che la realtà non assume altre forme se non quella che a noi viene da loro presentata e, quasi sempre, data. Con i loro luoghi comuni ci dicono che il mondo, ormai, è così e non lo si può cambiare, e, quando capiterà che non ha più niente da dare, verranno– secondo questi moderni paperoni - abitati spazi celesti, e solo da chi possiede la gran parte del denaro. Convinti, come sono, di questa prospettiva, non sono in grado di capire il senso del limite e del finito, lo spazio che delimita, definisce e racconta il vissuto, quale ycinsieme di rapporti - mediati da valori, primo fra tanti, il rispetto, e non dal denaro - con tutti gli altri esseri viventi. Non sanno che la realtà è possibilità di sogno e di amore; fonte di note e non di rumori, di poesia e di scrittura; riserva incontaminata di bellezza, di emozioni e di energia, di diversità e non di uniformità, di incontri e di dialogo, di profumi e di sapori, di identità, cioè di radici che la terra, la propria terra nutre. In pratica di emozioni che rendono possibile il volo e affascinante il nostro vivere. Il volo di un cardellino, il piccolo uccello dalla maschera rossa, bianca e nera, e dalle ali segnate di giallo, che, quando ero poco più che bambino spiavo, per trovare il nido e dare ai piccoli affamati l'impasto di una mandola fresca, che aveva bisogno di essere solo spellata e, poi, masticata. Lo stesso volo di quando vado incontro all'amore che vive lontano, non a Larino, il luogo che non ha mai smesso- anche nel tempo lungo di ben sette lustri vissuti in Toscana – di nutrire la mia identità. Memoria e, insieme, lingua parlata, che, per non dimenticare, ho provato a scrivere. Non senza difficoltà, quando gli amici di un’associazione culturale costituita a Firenze da due ex mezzadri, Rigoletto e Ilario, mi hanno convinto a pubblicare “U Penziere”, la raccolta uscita, nel 1989, per gli editori de “il Grifo” di Montepulciano, la terra del Vino Nobile, in Val di Chiana. E, con non poca fatica, quando ho pensato a questa nuova raccolta che porta, non a caso, il titolo “Se fusse nu cardille”. Voglio augurarmi spunto per nuovi sogni e voglia di volare, e, non solo, rispetto della propria identità, che vuol dire amore per sé e per il proprio territorio. Non solo per il Paese e il resto del mondo, visto che Larino, il Molise, l'Italia. come pure il mondo, ne hanno bisogno per costruire, insieme e in pace, il domani, proprio nel rispetto di quel bene comune, il territorio, il grande tesoro. Prezioso contenitore di valori e di risorse. Il luogo dal quale ripartire facendo tesoro degli insegnamenti dati nel tempo sospeso della pandemia. Il luogo per ridare voce alle radici nella lingua che sanno meglio esprimere, la propria, come un'erba, un frutto o un animale, cosiddetti autoctoni, perché capaci di indicare l'origine, l'appartenenza al luogo, com'è l'olivo “Gentile di Larino”. Questa lingua è il dialetto, tanto più preziosa nel tempo della globalizzazione, quando, al pari dell'italiano, viene messa in discussione, conseguenza di una recente colonizzazione, che porta a limitare o, addirittura, a cancellare l'identità di un popolo. Senza il dialetto diventa difficile esprimere l’identità, la nostra, frutto di un mondo che ci circonda e, con i suoi ambienti e i suoi orizzonti ci appartiene. Una realtà che racconta la storia, la cultura delle generazioni passate e di quelle nuove che, insieme, vivono il presente. Senza il dialetto non avrebbero significato le tradizioni, non ci sarebbe quel coinvolgimento che è fatto di attesa, partecipazione, ricordo, possibilità di riconoscersi negli altri e, con gli altri, sentirsi parte di una comunità. La poesia, soprattutto dialettale, è parte di uno stile di vita che privilegia la prevenzione alla cura di una malattia dovuta all'uso e abuso di inglesismi, che hanno il senso di un vero e proprio inquinamento di un lingua scritta e parlata qual è l'italiano e, come in questo caso, lo stesso dialetto.. p.d.l. 20.01.2022 

 Ringraziamenti ai poeti di questa parlata chiusa dentro i confini di un territorio, quello di un paese come Casalciprano di Eugenio Cirese; Campobasso di Nina Guerrizio, Giuseppe Altobello e Pina di Nardo; Casacalenda dei Giovanni Cerri, Giose Rimanelli e Ermanno Catalano; Vinchiaturo di Emilio Spenzieri; Castelmauro di Giuseppe Jovine; Bojano di Angelo Spina, Castellino sul Biferno di Mario Ssverio De Lisio; Riccia di Michele Cima; Toro di Nicola Iacobacci; Santa Croce di Magliano di Nicola Capriglione… …mentre pochi sono quelli che al dialetto molisano, o, meglio, ai dialetti dei 136 paesi molisani hanno dedicato uno studio, una ricerca. Conosco i lavori preziosi di Luigi Biscardi, Sebastiano Martelli, Luigi Bonaffini, Giambattista Faralli, Mario Gramegna e Antonio Vincelli, e, quelli recenti, di Carla Mammarella con la sua tesi “Indagini sul lessico dell’alimentazione e dei riti nel dialetto di Larino (Cb)”, che ha ridato alla scrittura di questa raccolta la sua dignità.

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