La “PORTA SANTA” di Guardialfiera
| lun 1 giu, 10:01 (1 giorno fa) | |||
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Ai primi di giugno dell’A.D. 1053, Papa Leone IX, cinquantaduenne, si trattenne in “Castrum Guardiae”, apud Biphernum fluvium, con la seguente corte: con Umberto, Vescovo di Selva Candida; Pietro, Arcivescovo di Amalfi; Amalguino, Vescovo di Cenedo (Vittorio Veneto); Ulderico, Arcivescovo di Benevento; Federico, bibliotecario e cancelliere nella Santa Sede romana; Adenolfo, duca di Gaeta; Lando, Conte di Equino; Landolfo, Signore di Teano; Oderisio e Roffredo di Lucca Guardi, “et moltos alios minores et maiores” cioè molti altri, più o meno minori o maggiori.
Secoli di fede e di storia, di tradizioni e di fratellanza nella Porta Santa di Guardialfiera che nobilita questo paesello antico e nuovo, appeso ai colli e galleggiante sul Lago.
Epoca medioevale, Leone IX guida la Chiesa in uno dei momenti più tragici della storia. Nei pochi anni difficili e grandi del governo, egli soffre le tensioni e le contraddizioni di quell’epoca: il dramma fra la sovranità temporale e quella spirituale; la lacerazione e lo scisma fra la Chiesa d’Oriente e d’Occidente. Ma la dignità e la grandezza del Papa è manifestata dalla forza con cui riesce ad annullare le ingerenze imperiali, specie in materia di nomine vescovili e di elezione papale; promulga il celibato ecclesiastico; procede alla grande riforma del clero. Convoca 11 Sinodi in 5 anni di pontificato!
E corre l’Anno Domini 1053. Leone IX il 1° giugno è a Guardia Alferez. Intrepido viaggiatore, eccelso nella santità, si muove da Roma verso la Capitanata per concordare con i Bizantini un patto di fides reciproca e per contrastare le scorrerie dei Normanni, intenzionati a impiantare un forte Stato ai confini ed in contrapposizione a quello Pontificio.
Brunone dei Conti di Drasburg, questo Papa tedesco, sperimenta lungo il tragitto da Roma: repulsioni ed inospitalità. Non trova alloggio né da popolazioni spaurite e soggiogate dai potenti, né da parte di fedeli delle Contee Longobarde in lotta fra loro, industriandosi in reciproche rappresagli. Giunge esausto “apud Biphernun fluvium” (Regesta Pontiphicun Romanorum), e qui è sorpreso da un rovinoso nubifragio estivo. Le acque rovinose sommergono l’antico Ponte Romano, l’unico per varcare il fiume e raggiungere – di là dall’altra sponda – San Paolo Civitade dov’erano accampati i Vichinghi e, dove poi verrà sconfitto e fatto prigioniero da Roberto il Guiscardo.
Dalla Valle del Biferno, a sera, intravede verso l’alto, sul crinale della collina, un mucchio di case attorno ad una rocca, quelle del Conte Adalpherius, Signore della Città. E lì vuol dirigersi con il suo codazzo. Il cavallo scala dirupi scivolosi, ed il Pontefice stremato, finalmente raggiunge la borgata. E’ vivificato, rifocillato; soprattutto è accolto con onori improvvisati, ma così dovuti al Vicario di Cristo. . Il clero, il Conte, la bella testarda Guardialfiera, sfida ogni rischio e, con coralità di folla, ridona al Pontefice, il brivido della riconquistata pace interiore. Ed egli, fra un istintivo gorgo di emozioni e non sapendosi in che modo sdebitarsi, s’inventa su questo suolo, la prima forma di Indulgenza Plenaria sine tempore. Atto inaudito, carico di mistero. E, da qui la impartisce alla intera umanità. Nasce, dunque, il primo Giubileo del Nuovo Testamento. Viene assegnata la prima “Porta Santa” della tradizione Cristiana. Anteriore di sette anni alla perdonanza di Cwelestino V (papa molisano) all’Aquila del 1294, e di 247 anni prima dell’Anno Santo promulgato da Bonifacio VIII a Roma nel 1300. Un “contado solitario” diventa protagonista dell’inatteso. Sulla facciata orientale della Cattedrale, dunque, piuttosto sollevato da terra, si accede attraverso una agevole graziosa scalinata, ad un portale gotico dalla mondatura a piacevole alternanza di tondini e gusci con capitelli a fogli d’acanto: E’ “la Porta Santa”. Ad essa, tutti gli anni dal 1° al 2 giugno, è legato il lucro dell’ Indulgenza Plenaria Perpetua, come per le quattro Basiliche Patriarcali di Roma, presso le quali è elargita ogni 25 anni, in occasione dell’Anno Santo. vds
Secoli di fede e di storia, di tradizioni e di fratellanza nella Porta Santa di Guardialfiera che nobilita questo paesello antico e nuovo, appeso ai colli e galleggiante sul Lago.
Epoca medioevale, Leone IX guida la Chiesa in uno dei momenti più tragici della storia. Nei pochi anni difficili e grandi del governo, egli soffre le tensioni e le contraddizioni di quell’epoca: il dramma fra la sovranità temporale e quella spirituale; la lacerazione e lo scisma fra la Chiesa d’Oriente e d’Occidente. Ma la dignità e la grandezza del Papa è manifestata dalla forza con cui riesce ad annullare le ingerenze imperiali, specie in materia di nomine vescovili e di elezione papale; promulga il celibato ecclesiastico; procede alla grande riforma del clero. Convoca 11 Sinodi in 5 anni di pontificato!
E corre l’Anno Domini 1053. Leone IX il 1° giugno è a Guardia Alferez. Intrepido viaggiatore, eccelso nella santità, si muove da Roma verso la Capitanata per concordare con i Bizantini un patto di fides reciproca e per contrastare le scorrerie dei Normanni, intenzionati a impiantare un forte Stato ai confini ed in contrapposizione a quello Pontificio.
Brunone dei Conti di Drasburg, questo Papa tedesco, sperimenta lungo il tragitto da Roma: repulsioni ed inospitalità. Non trova alloggio né da popolazioni spaurite e soggiogate dai potenti, né da parte di fedeli delle Contee Longobarde in lotta fra loro, industriandosi in reciproche rappresagli. Giunge esausto “apud Biphernun fluvium” (Regesta Pontiphicun Romanorum), e qui è sorpreso da un rovinoso nubifragio estivo. Le acque rovinose sommergono l’antico Ponte Romano, l’unico per varcare il fiume e raggiungere – di là dall’altra sponda – San Paolo Civitade dov’erano accampati i Vichinghi e, dove poi verrà sconfitto e fatto prigioniero da Roberto il Guiscardo.
Dalla Valle del Biferno, a sera, intravede verso l’alto, sul crinale della collina, un mucchio di case attorno ad una rocca, quelle del Conte Adalpherius, Signore della Città. E lì vuol dirigersi con il suo codazzo. Il cavallo scala dirupi scivolosi, ed il Pontefice stremato, finalmente raggiunge la borgata. E’ vivificato, rifocillato; soprattutto è accolto con onori improvvisati, ma così dovuti al Vicario di Cristo. . Il clero, il Conte, la bella testarda Guardialfiera, sfida ogni rischio e, con coralità di folla, ridona al Pontefice, il brivido della riconquistata pace interiore. Ed egli, fra un istintivo gorgo di emozioni e non sapendosi in che modo sdebitarsi, s’inventa su questo suolo, la prima forma di Indulgenza Plenaria sine tempore. Atto inaudito, carico di mistero. E, da qui la impartisce alla intera umanità. Nasce, dunque, il primo Giubileo del Nuovo Testamento. Viene assegnata la prima “Porta Santa” della tradizione Cristiana. Anteriore di sette anni alla perdonanza di Cwelestino V (papa molisano) all’Aquila del 1294, e di 247 anni prima dell’Anno Santo promulgato da Bonifacio VIII a Roma nel 1300. Un “contado solitario” diventa protagonista dell’inatteso. Sulla facciata orientale della Cattedrale, dunque, piuttosto sollevato da terra, si accede attraverso una agevole graziosa scalinata, ad un portale gotico dalla mondatura a piacevole alternanza di tondini e gusci con capitelli a fogli d’acanto: E’ “la Porta Santa”. Ad essa, tutti gli anni dal 1° al 2 giugno, è legato il lucro dell’ Indulgenza Plenaria Perpetua, come per le quattro Basiliche Patriarcali di Roma, presso le quali è elargita ogni 25 anni, in occasione dell’Anno Santo. vds
Festa di San Gaudenzio martire
Posta in arrivo
| lun 1 giu, 10:00 (1 giorno fa) | |||
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Sarà festeggiato il 1° e il 2 giugno
<“Possiamo suonare?” “Suonate”. “Possiamo sparare?” “Sparate”> replicava Flaminio Grande, il calzolaio scaltro, organizzatore di feste religiose a Guardialfiera. E suonavano e sparavano. E la gente – lì - ad affollare strade e vicoli e piazze – e a darsi di gomito per mangiare e bere, a sentire la banda e godere lo show della sonnambula: maga di venture e di sventure; per assistere alla scena degli orsi che ballavano e dei “giocolieri di tre carte” che abbindolavano la plebe, senza riuscire, però, ad infinocchiare Il contadino molisano, quello “dalle scarpe grosse e dal cervello fino”. Piuttosto erano i “cafoni” con furbizie geniali, e saggezza pratica, a “fregare” gli imbroglioni e a svaligiarli del bottino.
A sera tutti ubriachi! Donne con occhi cerchiati di fiacchezza, e uomini riposati e saziati. E mentre, sulla cassarmonica la banda effonde le note dell’ultimo melodramma, già corone fragorose e fiammeggianti di fuochi pirotecnici, saettano il cielo come asteroidi impazziti.
E’, questo, più o meno l’eloquio e l’enfasi straripante che Francesco Jovine, rovesciò a pag. 189 su “La Festa Eterna”, quella di San Gaudenzio martire riportata fra i “Racconti” dalla “Einaudi” del 1960.
“La festa” – dunque, rilevava anche Ennio Flaiano – “è un fenomeno universale che crea ogni forma di ilarità, di svago . E’ felice coesione e rafforzamento d’una identità culturale. E’ interruzione al tram tram di ogni giorno. E’ un bisogno profondo, sentito, radicato, che agisce come specchio della comunità, riflettendone valori e storia”.
E questa è anche l’avventura del nostro Santo Protettore, per cui si fa festa a Guardia il 1° e il 2 giugno, nella solennità di San Gaudenzio martire, giovane architetto che, al tempo dell’Imperatore Vespasiano, venne affidato l’incarico di progettare l’Anfiteatro Flavio, definito molto più tardi “il “Colosseo”, per le sue colossali proporzioni.
Nel martirologio romano, risulterebbe fra i Santi del primo secolo e, come per gli altri vissuti agli albori del cristianesimo, non si hanno notizie copiose e certe. E’ sicuramente un “testimone” di Cristo.
Nella “Guida ai Misteri e Segreti di Roma” (Ediz. Sugarno 1980, pag. 76) così narra Longfellow - poeta americano deceduto nel 1882- : “è diffusa l’opinione secondo la quale l’architetto del Colosseo si sarebbe chiamato Gaudenzio. E, perché svelatosi cristiano, fu ricompensato con l’essere gettato vivo fra le bestie feroci”. Nello stesso libro a pag LXXXIV, Mario Spagnol (brillante editore ligure) parlando del Marchese de Sode in visita a Roma, così ne conferma l’ipotesi. <dodicimila ebrei compirono il Colosseo in un solo anno, sotto la direzione di un “infelice”, che rallegrò col suo supplizio uno dei primo spettacoli che vi furono allestiti”.
I pochi resti umani sottratti alle belve, furono recuperati furtivamente dai cristiani e riposti in arcosolio, nelle Catacombe di Priscilla sulla Via Salaria a Roma. Si spiegherebbe così l’esigua quantità di ossa del Santo, riordinate anche dopo la ricognizione a Napoli del 2011, e contenute nel reliquiario.
Largite dal Pontefice Benedetto XIV, vennero prima poggiate a Napoli e, composte in pregevole urna d’argento e di cristallo, e da lì il 7 aprile 1751, giunsero a Guardialfiera, traslate a spalla, da frati zoccolanti. Un Atto Notarile rogato da notar Lionardo de Quiciis da Castelluccio Acquaborrana (oggi Castelmauro), descrive l’ingresso solenne in Cattedrale delle reliquie di San Gaudenzio e la proclamazione a Protettore principale della Città. Altri cinque verbali stipulati dal medesimo notaio, narrano di guarigioni prodigiose avvenute dinanzi al “sacro deposito”, e che riguardano Antonia Colacicco di Colle d’Anchise, Barbara Principe di Guardialfiera, Carlo Natarelli di Acquaviva Collecroce, Leonardo Di Stante e Tommaso Di Santo da Palata.
Accurate ricerche storiche inedite, circa l’assegnazione delle Reliquie e dell’intronizzazione a Guardialfiera, son raccolte e trascritte in un pregevole fascicolo, dal compianto e caro studioso Antonio Antenucci, nell’anno 2008.
vincenzo di sabato
<“Possiamo suonare?” “Suonate”. “Possiamo sparare?” “Sparate”> replicava Flaminio Grande, il calzolaio scaltro, organizzatore di feste religiose a Guardialfiera. E suonavano e sparavano. E la gente – lì - ad affollare strade e vicoli e piazze – e a darsi di gomito per mangiare e bere, a sentire la banda e godere lo show della sonnambula: maga di venture e di sventure; per assistere alla scena degli orsi che ballavano e dei “giocolieri di tre carte” che abbindolavano la plebe, senza riuscire, però, ad infinocchiare Il contadino molisano, quello “dalle scarpe grosse e dal cervello fino”. Piuttosto erano i “cafoni” con furbizie geniali, e saggezza pratica, a “fregare” gli imbroglioni e a svaligiarli del bottino.
A sera tutti ubriachi! Donne con occhi cerchiati di fiacchezza, e uomini riposati e saziati. E mentre, sulla cassarmonica la banda effonde le note dell’ultimo melodramma, già corone fragorose e fiammeggianti di fuochi pirotecnici, saettano il cielo come asteroidi impazziti.
E’, questo, più o meno l’eloquio e l’enfasi straripante che Francesco Jovine, rovesciò a pag. 189 su “La Festa Eterna”, quella di San Gaudenzio martire riportata fra i “Racconti” dalla “Einaudi” del 1960.
“La festa” – dunque, rilevava anche Ennio Flaiano – “è un fenomeno universale che crea ogni forma di ilarità, di svago . E’ felice coesione e rafforzamento d’una identità culturale. E’ interruzione al tram tram di ogni giorno. E’ un bisogno profondo, sentito, radicato, che agisce come specchio della comunità, riflettendone valori e storia”.
E questa è anche l’avventura del nostro Santo Protettore, per cui si fa festa a Guardia il 1° e il 2 giugno, nella solennità di San Gaudenzio martire, giovane architetto che, al tempo dell’Imperatore Vespasiano, venne affidato l’incarico di progettare l’Anfiteatro Flavio, definito molto più tardi “il “Colosseo”, per le sue colossali proporzioni.
Nel martirologio romano, risulterebbe fra i Santi del primo secolo e, come per gli altri vissuti agli albori del cristianesimo, non si hanno notizie copiose e certe. E’ sicuramente un “testimone” di Cristo.
Nella “Guida ai Misteri e Segreti di Roma” (Ediz. Sugarno 1980, pag. 76) così narra Longfellow - poeta americano deceduto nel 1882- : “è diffusa l’opinione secondo la quale l’architetto del Colosseo si sarebbe chiamato Gaudenzio. E, perché svelatosi cristiano, fu ricompensato con l’essere gettato vivo fra le bestie feroci”. Nello stesso libro a pag LXXXIV, Mario Spagnol (brillante editore ligure) parlando del Marchese de Sode in visita a Roma, così ne conferma l’ipotesi. <dodicimila ebrei compirono il Colosseo in un solo anno, sotto la direzione di un “infelice”, che rallegrò col suo supplizio uno dei primo spettacoli che vi furono allestiti”.
I pochi resti umani sottratti alle belve, furono recuperati furtivamente dai cristiani e riposti in arcosolio, nelle Catacombe di Priscilla sulla Via Salaria a Roma. Si spiegherebbe così l’esigua quantità di ossa del Santo, riordinate anche dopo la ricognizione a Napoli del 2011, e contenute nel reliquiario.
Largite dal Pontefice Benedetto XIV, vennero prima poggiate a Napoli e, composte in pregevole urna d’argento e di cristallo, e da lì il 7 aprile 1751, giunsero a Guardialfiera, traslate a spalla, da frati zoccolanti. Un Atto Notarile rogato da notar Lionardo de Quiciis da Castelluccio Acquaborrana (oggi Castelmauro), descrive l’ingresso solenne in Cattedrale delle reliquie di San Gaudenzio e la proclamazione a Protettore principale della Città. Altri cinque verbali stipulati dal medesimo notaio, narrano di guarigioni prodigiose avvenute dinanzi al “sacro deposito”, e che riguardano Antonia Colacicco di Colle d’Anchise, Barbara Principe di Guardialfiera, Carlo Natarelli di Acquaviva Collecroce, Leonardo Di Stante e Tommaso Di Santo da Palata.
Accurate ricerche storiche inedite, circa l’assegnazione delle Reliquie e dell’intronizzazione a Guardialfiera, son raccolte e trascritte in un pregevole fascicolo, dal compianto e caro studioso Antonio Antenucci, nell’anno 2008.
vincenzo di sabato


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