Squarci di memoria su un passato che non passa
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Sul finir degli anni ’40, ero un marmocchio irrequieto, sballottato tra Guardialfiera e Casacalenda: il
“paese sereno”, come denominato da Jovine. Ma io – bambino - mi ci sentivo triste, smarrito. E talvolta, nel
subbuglio interiore, “mi tornava in mente” l’invasione tedesca avvenuta dopo l’armistizio dell’8 settembre
1943 che trasformò i nostri territori, in un fronte di guerra brutale. Guardia era il primo paese della “Linea
Barbara”: devastazioni, sfollamenti, cannonate, raffiche d‘artiglieria, perdite di immature vite umane; e la
definitiva furia devastatrice tedesca del 10 ottobre 1943, che fece sobbalzare la terra e saltare in aria,
simultaneamente alle otto del mattino, tutti i ponti sul Biferno e sul Cervaro, dando luogo ad un
isolamento totale, umano, sociale, psicologico! Tutto fu messo qui fuori uso. Restava fame, costernazione,
mercato nero. Anche l’Autolina verso lo Scalo Ferroviario gestita da Michele Caluori venne soppressa.
Circolava qualche “trèjne”, cioè qualche carretto tirato da muli o da cavalli. Ed un solo biroccio signorile,
quello condotto da Ernesto Villa, un gentiluomo bergamasco, lo zio di Vittorio Feltri e “fattore” a Guardia
del Cav. Baranello : “la Capra del Diavolo”, il protagonista ne “Le Terre del Sacramento”.
Al centro di questo quadro di miseria e di paura, si staglieranno più tardi – quasi disegnati da mani
amorevoli - i primi motoscuter: la “Lambretta” della Innocenti e la “Vespa” della Piaggio. Poi,… poi
finalmente, nel 1946, i primi notevoli indizi di sviluppo: i fratelli Peppiniello ed Ettore Mastroberardino,
importeranno dall’Eritrea (cioè dall’ Africa Orientale Italiana) un “634”: il principale autocarro pesante
della Fiat che faceva di tutto: a mo’ di pullman conduceva esseri umani e, come camion, trasportava bestie,
grano, e pietre da taglio da “Valle Cupa” al paese, per la ri-costruzione di strade, e di case e per la
costruzione, di sana pianta, della Sala Cinematografica sul luogo dell’Episcopio abbattuto. Nel frattempo a
Casacalenda, venne osannato per il primo coraggioso tentativo di motorizzazione sfoderato da
Tommasino Guerrera. E suscitò entusiasmo pure il camion 626 dei fratelli Bucci, in attività giù, verso la
“Stredelle” di Scipione Di Blasio. Più in là, fra un dipinto allucinante – a colori - sbucano nel Molise
la“Balilla” di Vittorio Di Lalla e il “Topolino” del Veterinario Edmondo Bacchiocchi che, per due volte la
settimana, lo condurrà a Guardia, nonostante il rischioso trasbordo, tra l’una e l’altra sponda del Biferno -
allora copioso d’acque - non essendo state queste ancora succhiate dalla Capitanata e dalla Campania. E,
nel 1953: la 1100-E, prima autovettura del dopoguerra totalmente nuova, di moderna carrozzeria e a coda
tondeggiante. La prima fu acquistata dal notar Domenico Lalli, guardiense a Casacalenda e mio padrino di
Cresima.
Soggiornai, dunque, anche a Casacalenda, nel 1947 - ospite di zia Annita – per frequentare la Scuola
Media. Soffrii la solitudine e la lontananza e la nostalgia di mia madre, del papà, di Agnese, di Mario e
Sandro ultimo fratellino di cinque mesi. “Guerra e Pace” interiore; senza telefoni, fra un trillo di penombre,
di adattamenti e bagliori di speranza. Ahimè, era più semplice, in quel tempo, recarsi da Casacalenda al
Canadà, piuttosto che spostarsi per 18 km. verso Guardialfiera.
Io risultavo unico in classe - su 42 alunni - a non essere “kalendino”; òh che minoranza! Che
malinconia. Tantoché un mattino, se ne accorse Chiocchiola Generoso, (il quale antepose, per “umiltade”, il
suo cognome al nome, come a dire Leopardi Giacomo e non Giacomo Leopardi). Fu, anche per me, un
rigido professore di aritmetica, algebra, geometria e disegno. E, soprattutto, … e per tutti, egli si rivelò il
supremo “numerologo”, un patito, un passionale, cioè, del senso mistico e magico dei numeri. Fu uno
scapolo impunito! Chiocchiola Generoso (generoso anche nella vita), quel giorno - forse per
decongestionare una cupa atmosfera appesantita in aula - se ne uscì, sbalordendoci e narrandoci, con
gradevole sorpresa, questa sua storiella, intenzionalmente e magicamente riconducibile alla sua
“numerologia”! Ed esordì press’a poco così:
<Una sera alcuni politici e intellettuali, fra cui Victor Hugo (Senatore della 3^ repubblica francese e
autore de “I Miserabili”), furono invitati a cena da una gentildonna transalpina. Sennonché, “aspetta e spera,
il tempo non s’avvicina”. “Scusi, signora – chiede spazientito un convitato – forse mi sbaglio, o ci ha
convocati qui per mangiare?” “Ma sì nobiluomo, non temere” – risponde lei – “c’è solo un fatto: è che,
poc’anzi, un invitato ha declinato l’invito, e un altro – scaramantico incallito – va cercando ora un ulteriore
individuo, per non sedersi attorno ad un tavolo in <13> persone.” Ma che non sia mai! “Insomma chi è
costui a credere ancora a simili stupidaggini?”. Domandò un terzo. E, il poeta francese, solenne: “quel tale
imbecille, e idiota, son io in persona!”.
<Anche l’autore de “I Miserabili” – dunque – si svelò “picchiatello”, un pazzo da legare di
numerologia. Cioè di quella pratica antica e nuova che cerca di interpretare i significati nascosti dentro i
numeri>.
Il Chiocchiola Generoso conclude così quel suo bel dire in classe. Tuttavia non la smetterà più di
divulgare le sue passioni, nella Società Operaia o nei locali del Circolo d’Unione (la cosiddetta “Casina dei
Signori”) avvalendosi anche di raccontini intriganti, per proclamare con godimento la numerologia come
una scienza esoterica; una disciplina che attribuisce significati profondi a cifre e a lettere, allo scopo di
rivelare il segreto di sé stessi e del proprio destino e dei propri talenti. “La numerologia - sottolineava – si
basa su antiche credenze, spesso legate a Pitagora, il quale, a suo tempo, ravvisava nelle cifre un ordine
cosmico, fremiti energetici, punti di forza o di debolezza; oppure finalità, maniere e stile di vita. Secondo il
Prof. Chiocchiola, “I numeri sono i mattoni dell’universo”.
E siccome la curiosità è impulso naturale che spinge ad indagare e ad allargare o ad approfondire lo
sguardo sugli scherzetti che i numeri hanno giocato un po’ sula mia esperienza, mi soffermo sul numero
“3”, ed i multipli di tre fino a due cifre, un numero primo: espressione della creatività, del’energia gioiosa,
dell’ottimismo: è l’approccio positivo alla vita. Zero “0” anni ha il mio nipotino Francesco nato a Roma lo
scorso 1° gennaio. 30 anni ha Luca, nipote psicologo, a Bologna, 60 anni ha Paola, sua madre
psicoterapeuta del Consultorio Familiare presso l’Asl di Larino; Carolina (mia Coniuge ed o 90 contiamo 90
ciascuno). Il numero trenta significa “amore”. Se così abbiamo fatto 30, ora facciamo 31.
vincenzo di sabato


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