Disertare la guerra
Siamo chiamati ora a disarmare la pace e a disertare la guerra. Siamo chiamati ora a pensare i conflitti armati prima di tutto come guerre capitaliste. Siamo chiamati ora ad affrontare in profondità il vero nodo politico e culturale: la creazione di comunità nonviolente

Il “sistema” guerra si regge su un conflitto armato eterogeneo e complesso che abbraccia molti aspetti della nostra vita, attraverso la guerra all’ambiente, ai migranti e all’umanità fragile e sofferente, attraverso le spese per il riarmo e per i nuovi sistemi d’arma, per mezzo del neoprotezionismo, del colonialismo d’insediamento, della finanziarizzazione bellica e della militarizzazione delle menti. Ed è da quest’ultimo aspetto che è opportuno partire. Quali sono i meccanismi che consentono ai conflitti di protrarsi a tempo indeterminato? Secondo Daniel Bar-Tal i meccanismi si basano su propri “inganni cognitivi” generati, prima ancora che dalle condizioni materiali, dalla mente e dalla sua più potente manifestazione: la parola. O, meglio, la concatenazione di parole con cui una società rappresenta sé stessa e il mondo: la narrazione. Un insieme di credenze integrato e declinato su più storie coerenti: l’ethos del conflitto; la visione del presente e del futuro; la memoria collettiva; l’immagine del passato. Poiché i conflitti si generano nella mente, è dalla mente che vengono create le idee per porvi fine. Come il sostegno del conflitto, anche quello al processo di pace, implica una nuova narrativa.
Perché si stanno creando le premesse per una economia di guerra? La parola guerra è diventata ormai lo strumento attraverso cui accelerare, in tempi record, la finanziarizzazione del Vecchio Continente. Alessandro Volpi ci ha spiegato che polizze, conti deposito, cartolarizzazioni, riduzioni fiscali, tutto deve chiamare alle armi il risparmio diffuso e incanalarlo verso la nuova bolla con cui alimentare la riconversione bellica. Guarda caso, in poche settimane la lenta Commissione europea ha annunciato un Piano da 800 miliardi di euro di maggior spesa dei singoli Stati in armi. Ha inoltre rotto il tabù del Patto di stabilità per le armi. Messo in moto la Banca europea degli investimenti per finanziare le armi. Ha prodotto un documento, fatto votare al Parlamento, di supremazia europea, consentito la destinazione dei fondi di coesione al riarmo.
Stefano Lucarelli, nel libro Uscire dalla guerra, per un’economia di pace, ci descrive come i conflitti armati recenti sono da considerarsi come guerre capitaliste. La competizione capitalistica mondiale genera continuamente vincitori e vinti, con i primi che a lungo andare diventano creditori dei secondi e tendono poi a liquidarli o a fagocitarli. La cosiddetta tendenza verso la “centralizzazione del capitale” in sempre meno mani, col tempo sposta il controllo del capitale dei debitori liquidati verso i creditori che li acquisiscono. Gli Stati Uniti si illudevano di poter dominare la centralizzazione capitalistica e hanno invece scoperto di esserne soggiogati. I debitori occidentali hanno cercato di restare a galla adottando una strategia di doppio espansionismo: del debito e dell’influenza militare nel mondo. I debiti esteri finanziavano le milizie all’estero che a loro volta dovevano creare nuovi accaparramenti proprietari capaci di mitigare i debiti stessi.
Anche il tema delle plutocrazie e quello del “ciclone” Trump ora sono al centro del dibattito pubblico. Alessandro Graziani, de Il Sole 24 ore, ci racconta di come tra gli investitori e gli analisti finanziari europei c’è chi invita a guardare al vero anello debole degli Usa in questa fase storica, ovvero la necessità di rifinanziare continuamente l’enorme debito pubblico che ha ormai superato i 36.200 miliardi di dollari. E la Cina nel 2024 ha tagliato ancora a 759 miliardi di dollari la sua esposizione ai Tbond dagli 816 miliardi del 2023, seguendo un piano “geopolitico” di riduzione al finanziamento del debito Usa che va avanti da almeno un decennio (nel 2013 erano 1.300 miliardi).
Mentre Mario Lettieri e Paolo Raimondi, dalle pagine di Italia Oggi, ci dicono che per l’anno fiscale 2025 il Congressional budget office degli Usa prevede un disavanzo di bilancio di 1.900 miliardi; il deficit commerciale nel solo settore dei beni è di oltre 1.200 miliardi, mentre i servizi vantano un surplus di quasi 300 miliardi. Per risanare i problemi citati, il dollaro, si afferma, dovrebbe essere svalutato, in quanto la moneta forte sarebbe responsabile del gigantesco deficit commerciale, e si dovrebbero cambiare anche le attuali condizioni per gli investimenti esteri negli Usa. Ciò, continua la narrazione, dovrebbe rendere il debito più sostenibile, le esportazioni più competitive e le importazioni meno convenienti. Il ragionamento alla base del nuovo corso storico è troppo, semplicistico. Si afferma che poiché gli Usa forniscono al resto del mondo la sicurezza e l’accesso ai mercati e ai consumatori statunitensi, Washington, in cambio, vuole tre cose: una svalutazione del dollaro rispetto alle altre monete importanti, per rendere il suo export più competitivo; il rilancio e l’ampliamento del suo settore manifatturiero e la trasformazione dell’attuale debito del Tesoro, detenuto da paesi e gruppi stranieri, in nuove obbligazioni con scadenza a cento anni. Sembrano davvero richieste fantasiose, tipiche di un impero in decadenza, nella sua fase terminale. Trump ci aggiunge il suo carico personale esigendo le terre rare dell’Ucraina, la Groenlandia, il Canada e tanto altro.
Come se ne esce? Sempre Daniel Bar-Tal ci indica che la via di uscita sono le idee di democrazia, libertà, giustizia: dall’alto, grazie a una leadership illuminata – come in Sudafrica; dal basso, per l’azione della società civile organizzata, vedi Nord Irlanda; per la pressione di Paesi terzi rispetto ai conflitti in atto; per il raggiungimento di una consapevolezza da entrambe le parti, in conflitto, dell’insostenibilità della violenza.
Credo che quelle idee di democrazia, libertà, giustizia siano ancora vive, radicate in settori, apparentemente minoritari. Con insistenza e sacrificio, però, si può riemergere.
Ma il vero nodo culturale è la nonviolenza come tema laico e religioso.
Estrapolo i principali aspetti e il percorso proposto dal libro La nonviolenza di Gesù. Operare la pace secondo i vangeli, che può essere di ispirazione nel tempo complesso che viviamo, non solo per i cristiani. Primo, prevenire (“Ama i tuoi nemici…”). Secondo, intervenire: fermare l’escalition (“Porgi l’altra guancia…”). Terzo, resistere denunciando (cacciata dei mercanti dal tempio). Quarto, riconciliare: il perdono, la giustizia riparativa, il riconoscimento della propria responsabilità (vittima e colpevole dovrebbero avviare un percorso di riconciliazione). Quinto, difendere (“chi tra voi è senza peccato scagli la pietra per primo…”. Sesto, costruire comunità nonviolente: i governanti vivono nella logica del dominio noi nella logica del servizio. Settimo, vivere: affrontare le violenze con il potere disarmato della verità e dell’amore (“Rimetti la tua spada”).
L’azione nonviolenta in politica vive nelle tre dimensioni necessarie: coinvolgersi nelle vicende umane e sociali, scuotere le coscienze, darsi da fare per gli esclusi e i dimenticati.
Mi sento profondamente in sintonia con il tema della nonviolenza e con il prezioso documento di Attac Italia con il quale si vuole provare a rilanciare iniziative di pace, a livello locale e nazionale, con quanti vorranno cambiare paradigma, passando, da una lotta di potere per la supremazia mondiale di una ristretta cerchia di oligarchi e organismi finanziari, a una società nonviolenta, della cura e dei beni comuni.
Antonio De Lellis ha aderito alla campagna Partire dalla speranza e non dalla paura
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