IL silenzio del mondo contadino
di GIORGIO SCARLATO
Di fronte alla distesa di terra spaccata dal sole che caratterizza le colline del Basso Molise, c’è un silenzio che fa più rumore di una protesta in piazza. È il silenzio dell’agricoltura molisana, un comparto vitale che oggi non combatte più contro i capricci delle stagioni, ma contro una crisi sistemica che ne minaccia l'esistenza stessa.
Mentre i costi di produzione continuano a salire vertiginosamente a causa dei rincari dei concimi, prodotti fitosanitari, costi irrigui insostenibili e non per ultimo del gasolio, i ricavi restano ancorati a logiche di mercato vecchie di trent'anni grazie ad una concorrenza sregolata senza alcun controllo. Il Il paradosso si è compiuto: oggi nel Sud Italia lavorare la terra non basta più per vivere, e il sudore di un anno intero serve a stento a coprire i debiti contratti per seminare.
Il Mezzogiorno sta pagando il conto più salato della crisi climatica globale. Le dinamiche stagionali si sono capovolte in un'altalena distruttiva. Mesi di caldo record e l'assenza prolungata di piogge costringono gli agricoltori a turni straordinari e gravosi di aratura e irrigazione di soccorso. Oltre il 60% del territorio nazionale ha sofferto stress idrici estremi quest'anno. Quando l'acqua arriva, si abbatte violentemente sotto forma di nubifragi distruttivi. I terreni argillosi non assorbono l'impatto, trasformando i campi in paludi che soffocano le radici e distruggono i raccolti prima ancora che possano essere protetti.
In Molise il dramma dello spopolamento assume contorni macroscopici. Qui il settore agricolo pesa il doppio rispetto alla media nazionale in termini di impiego del suolo, ma genera redditi marginali ed estremamente frammentati.
La combinazione tra burocrazia lenta, difficoltà croniche di accesso al credito e ritardi nei ristori regionali sta portando alla chiusura di centinaia di micro-aziende familiari. Ad ogni azienda agricola che chiude i battenti, corrisponde un pezzo di entroterra molisano che si avvia allo spopolamento definitivo. Se cessa l'agricoltura, muore il presidio umano del territorio.
Dietro i numeri delle aziende che chiudono ci sono i volti di famiglie contadine e delle loro dignità spezzate, umiliate. Ci sono le mani callose dei padri che sconsigliano ai figli di ereditare le aziende di famiglia, e la rabbia pulita di quei pochi giovani che scelgono invece di restare per non far morire i propri borghi.
La battaglia che si combatte sulle strade del Sud, come i blocchi stradali e le manifestazioni pacifiche che vedono trattori e autotrasportatori uniti, non è una richiesta di assistenzialismo. È il grido dignitoso di chi chiede il diritto al futuro: il diritto di produrre potendo contare su regole di mercato paritetiche, contratti di filiera giusti e infrastrutture idriche capaci di raccogliere l'acqua quando cade per ridistribuirla quando la terra muore di sete.
Non possiamo permetterci di girare lo sguardo!
Salvare l'agricoltura meridionale non significa solo salvare l'economia di una macroregione; significa difendere l'identità, la cultura alimentare e la libertà stessa di una terra che ha sempre nutrito il Paese, e che ora chiede solo di non essere lasciata sola a desertificare, a morire.
Una storia come tante, sia essa in Molise, in Puglia, in Basilicata, che tocca il cuore. A Larino, poche decine di chilometri dal mare, le mani di Giovanni, nome ipotetico, portano i solchi di quarantacinque anni di lavoro della terra. Finché ha potuto, ha difeso i suoi ettari di grano duro e oliveti. Oggi, davanti al piazzale dove i trattori restano spenti per risparmiare, confessa la sua sconfitta più grande: «Ho detto a mio figlio di andarsene. Questa terra l’ho amata, ma non posso chiedergli di indebitarsi per raccogliere quello che il mercato svaluta e il clima distrugge».
Come lui, centinaia di piccoli produttori in Molise come nel Mezzogiorno affrontano il medesimo dramma quotidiano. Chi sceglie di restare deve reinventarsi da zero: è il caso delle nuove realtà che scommettono sulle linee guida regionali per le fattorie sociali, gli agriturismi, cercando nella multifunzionalità e nel sociale l'ossigeno economico negato dalle filiere tradizionali. Ma per una start-up giovanile che faticosamente prende vita, ci sono generazioni di saperi agricoli che rischiano l'estinzione definitiva.
Al centro della crisi del Mezzogiorno c’è non solo la mancata redditualità ma anche la questione dell’ “oro blu”. Le infrastrutture idriche meridionali, obsolete e penalizzate da decenni di mancata manutenzione, non riescono a reggere l'urto delle stagioni siccitose. Gli occhi di tutta la regione sono puntati sulla diga del Liscione, l'invaso artificiale sul fiume Biferno che rappresenta il cuore idrico del Basso Molise.
L'attenzione politica si concentra sul controverso progetto dell'interconnessione idrica tra Molise e Puglia, un'opera da oltre 160 milioni di euro definita comunemente il "tubone". L'infrastruttura prevede il collegamento tra il bacino del Liscione e la Puglia. Se da un lato lo stanziamento di fondi rappresenta un'opportunità strutturale per il dragaggio del Liscione e il completamento della rete irrigua locale, dall'altro il mondo contadino, quello vero, e la politica regionale avanzano forti riserve. I contadini esigono garanzie assolute affinché i bisogni delle imprese agricole molisane siano interamente coperti prima di cedere qualunque eccedenza alla Capitanata.
La richiesta sul tavolo del Governo è netta: i proventi derivanti dalla cessione dell'acqua extra verso la Puglia devono essere vincolati alla riduzione immediata delle tariffe irrigue per gli agricoltori molisani, oggi insostenibili. Non dimenticando le tre centraline idroelettriche sotto lo sbarramento della diga del Liscione che potrebbero essere utili a parziale risoluzione del problema.
Nel frattempo, risposte tampone come le maggiorazioni sul carburante agricolo agevolato offrono un sollievo parziale, ma non risolvono la fragilità strutturale di fronte alla desertificazione dei terreni.
L'inchiesta economica svela una realtà matematica drammatica che ormai sotto gli occhi di tutti: i costi di produzione superano i ricavi delle vendite. Un'azienda agricola molisana spende mediamente più di quanto incassa per raccogliere un quintale di grano, di uva o di olive. Il rincaro globale dei fertilizzanti, i costi della manodopera e i prelievi idrici straordinari di soccorso drenano liquidità prima ancora della commercializzazione. I contratti di filiera non riescono a riequilibrare il valore lungo la catena che va dal campo allo scaffale del supermercato. A parità di sforzi, i produttori subiscono la pressione di mercati globali sregolati e la concorrenza di prodotti esteri non tracciati. Di fatto, le micro-aziende familiari – che costituiscono la spina dorsale della regione – stanno consumando il proprio capitale pur di rimanere in attività, scivolando verso una chiusura silenziosa che anticipa lo spopolamento dei borghi interni.
La protesta che periodicamente porta i trattori a invadere le strade e i nodi logistici del Sud non è una richiesta di assistenzialismo. È il grido dignitoso di un comparto che, al collasso, chiede regole di mercato paritetiche, contratti giusti e trasparenza sull'origine dei prodotti.
Salvare l'agricoltura molisana e meridionale non significa semplicemente proteggere una voce del PIL; significa impedire che l'entroterra si trasformi in un deserto improduttivo, abbandonato dall'uomo e rassegnato all'oblio.
Difendere chi coltiva la terra, oggi, significa difendere la sovranità alimentare, il territorio e la memoria storica dell'intero Paese, non dimenticando il futuro delle prossime generazioni.
Difendere chi coltiva la terra, oggi, significa difendere la sovranità alimentare, il territorio e la memoria storica dell'intero Paese, non dimenticando il futuro delle prossime generazioni.
Termoli, 31 ottobre 2026La violenza


Non più un grido, quello di Giorgio coltivare-scrittore, ma un urlo contro la violenza di un mondo, quello delle campagne, fino a qualche decennio primario, poi dimenticato. Ho postato, non a caso, il disegno poco sopra, per dire che è solo uno dei tanti di chi si sente impegnato a denunciare i problemi che sono all'o.d.g., sempre più gravi, manca l'agricoltura. Viene citato dal mondo agricolo, a partire dal Ministro, come un vanto, l'agroalimentare per i suoi successi, soprattutto sui mercati del mondo. Mai citati i problemi, a partire dalla perdita di territorio e di abbandono di vaste zone, ieri abitate perché coltivate. Seguono l'intento del sistema neoliberista, quello delle banche e delle multinazionali, di sostituire il cibo della terra con quello "coltivato" in laboratorio, perché più facile da produrre, anche quando il clima è impazzito. Un sistema che pensa solo a far consumare, e, per la mancanza del senso del limite e del finito, a depredare e distruggere la vita che la nostra madre terra ci dona. Pensate, i ragazzini vengono criminalizzati quando producono violenza, questa massa di donne e di uomini impegnati a non deludere il dio denaro, solo premiati.
RispondiEliminaDue titoli di giornali mi fanno dire che è partito un attacco a fondo al vino, dopo quello di mercato all'olio e dopo quello più grande e ancor più pericoloso all'agricoltura. Un attacco alla Dieta Mediterranea e alla Cucina italiana, entrambe insignite del riconoscimento Unesco. In pratica un attacco all'agricoltura italiana, segnata da oliveti, vigneti, frutteti e campi di grano
RispondiEliminaPasquale, vedo la realtà attuale ormai senza diritti di tutela delle piccole e medie aziende agricole, emarginate e dimenticate, come se fosse una condanna di sottomissione, meglio: un inferno di fame e disperazione.
RispondiEliminaGiorgio Scarlato