Larino fra le due guerre

 

Il libro, appena uscito per la tipografia Rossi di Larino, firmato da Giovanni Doganieri e Berardo Mastrogiuseppe, che, con i documenti originali trovati qua e là, parla dell’”Educazione, propaganda e vita quotidiana nei quaderni delle scuole elementari”. In particolare di una vera e propria raccolta, trovata nella casa di via Cluenzio sopra l’ufficio postale, un tempo abitata da una conosciuta insegnante lariese, la maestra Lasorsa. Il libro offre al lettore un quadro rappresentativo della Larino nel ventennio fascista, con i suoi personaggi, nella totalità dei casi in camicia nera, che, una volta tolta, dopo la fine della dittatura, continuano - sostituendo la camicia  nera con una  bianca nuova ben stirata - a fare politica e a rappresentare l’antica capitale dei Frentani in Consiglio comunale e provinciale, in Parlamento e nel Governo.  Non pochi i componenti della massoneria, che a Larino aveva tanti aderenti. Per un tempo in sonno e poi svegli a decidere le sorti di una città, Larino, che in quel tempo aveva un ruolo ed era un punto di riferimento per un intero circondario, sia per gli uffici, in particolare il tribunale, il carcere e l’ospedale, che per i servizi, a partire dalle scuole, con le Medie e l’Avviamento; il Ginnasio e il Liceo classico e, negli anni ’60, prima il Geometra e poi l’Istituto Tecnico Agrario Statale a completare il suo essere un importante punto di riferimento e uno dei centri più attivi del Molise, soprattutto quello ancora legato all’Abruzzo. Da ricordare l’importanza della Fiera di Ottobre e il suo essere un punto fermo dell’agricoltura anche del basso Abruzzo e della Capitanata, e delle sue fiere a scadenza mensile. Importante il ruolo della stazione ferroviaria e l’attraversamento della Statale 87 che da Termoli, dopo 220 chilometri, arrivava, e ancora arriva, a Benevento.  Ben 222 pagine che raccontano, con i documenti trovati, letti e selezionati negli anni da Berardo, un periodo triste, per niente facile, segnato com’è da una dittatura nata, come si legge in un manifesto: “Per la grande Italia, per il Re soldato , per il duce invitto. ALALA’”. Marco Ramat, nella sua biografia “Primo codice”, ricorda la sua permanenza a Larino, nell’estate del 1942, quando con tutta la famiglia si erano riuniti con il padre Raffaello, confinato politico, e racconta “ l’ambiente si era incrudito, la miseria regna sovrana, i generi alimentari erano razionati…la coda bisognava farla anche per l’acqua…c’è un vocio, un litigare , un tirarsi spinte e mandarsi epiteti…la popolazione mi faceva l’impressione di appartenere  a un’altra razza….non umana”. Una realtà che anch’io riporto in una delle mia poesie in dialetto, A Fontanove, raccolta ne “U Penziére”con una razza umana che pagava, con le tre cannelle dell’antica e bella fontana, la miseria diffusa lasciata dal regime, la mancanza di lavoro o lo sfruttamento con la paga (quando c’era) di trenta fichi secchi del proprietario terriero, che aveva sostenuto il fascismo. Il libro riporta le conseguenze della guerra, costata alle famiglie dei larinesi, oltre alla  perdita di giovani familiari e prigionia, anche di 1235 fedi nuziali dopo la consegna, propagandata e sostenuta dalla locale sezione del Fascio Femminile del Partito Nazionale fascista, nella seconda metà di dicembre del 1939. Larino in quel tempo contava 8mila abitanti, che agli inizi degli anni ’50 diventano 8.500, nonostante la partenza di ben 1542 larinesi dal 1946 al 1961. Costretti ad emigrare per fame, con i ritardi dei governi di quel periodo, caratterizzato da scioperi, soprattutto di braccianti. Viene riportato quello del 1949, noto come “Sciopero a rovescio”, organizzato da Barberio, sindacalista, e da Pardo Silvano, già sindaco prefettizio, con la collaborazione di Michele Musto, Michele Perrotta, Tonino Trivisonno  e altri compagni della locale sezione del Partito comunista, tra questi mio zio Vittorio, che era tornato a piedi o con mezzi di fortuna dalla infelice e triste spedizione di militari in Russia . Persone a me care, esempi che mi hanno guidato non poco nelle mie scelte politiche e nel modo di intendere la politica, quale arte del governare a partire da una comunità. Si racconta, come prima si diceva, della massoneria, la Loggia di Larino, con tutti i nomi trovati da Berardo in una vecchia stufa della Farmacia Ricci, piano terra del Palazzo omonimo, allora unico sulla villa non ancora occupata da cinema “Risorgimento”.  La Loggia perquisita due volte dopo l’approvazione della Legge n°26, del Novembre 1925, per avere l’elenco delle cariche interne.  Ad attendere la perquisizione della polizia il venerabile della Loggia, Don Emilio Ricci, il farmacista che da  un piccolo orto produceva le erbe medicamentose e nella stufa custodiva l’elenco tanto ricercato. Una lettura intensa di documenti che raccontano il ventennio e tutti i personaggi di quel tempo, che ho avuto la possibilità, me ragazzo del 1941, di conoscere protagonisti negli anni della Repubblica e della Carta Costituzionale, con molti di loro novelli democristiani a fianco dei parroci  delle quattro Chiese del centro storico e di quella del Pian S. Leonardo, del Seminario e del Convento dei cappuccini. Tutto dopo l’arresto di Mussolini, 25 Luglio del 1943, quando il fascismo a Larino si dissolse come neve al sole. Un documento di documenti che vale la pena leggere per sapere, capire la storia e leggere con occhi aperti al domani il tempo triste che viviamo, che, fra i tanti liquidi in offerta nei supermercati, ogni tanto si sente l’odore dell’olio di ricino. La speranza è che sia una sensazione solo di chi, come me, soffre il vuoto della politica nelle mani, com’è, del dio denaro. 


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