La crisi non è solo politica e l’alternativa deve essere radicale

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Fra poco più di un anno si vota; e l’esito delle elezioni non è, ad oggi, prevedibile. Dipenderà da molti fattori. Alcuni esterni, a partire dall’andamento della guerra mondiale a pezzi in cui siamo immersi e dalla crisi economica che ci aspetta. Altri interni, tra cui – non ultimi – l’affluenza alle urne, la legge elettorale con cui si voterà, il posizionamento dei partiti rispetto alla grandi questioni internazionali e le connesse alleanze, la loro capacità di recepire le istanze e richieste che vengono dal basso. Due cose peraltro le sappiamo, e non da oggi. La prima è che una nuova vittoria della destra sarebbe devastante e segnerebbe la fine della repubblica fondata sulla Costituzione del 1948. La seconda è che, a livello di rappresentanza politica, la sinistra non esiste e la sua costruzione richiede tempi lunghi e strade diverse da quella elettorale. Questo lo scenario: non ci piace, ma dobbiamo prenderne atto. In esso, inevitabilmente, si collocheranno le scelte – non per forza omogenee – dei movimenti che hanno animato le grandi manifestazioni degli ultimi mesi e lo scontro referendario (noi tra questi). Saranno scelte difficili, non scontate e non riducibili all’opzione del male minore. Cominciamo, allora, a parlarne. Poi, se il confronto decollerà, penseremo ad altre tappe: magari un confronto seminariale esteso ad altre forze che stanno facendo il nostro stesso percorso. (la redazione)

La parola “sinistra” è diventata sempre più problematica. Non soltanto perché ha perso la capacità di rappresentare un blocco sociale riconoscibile, ma perché nel corso degli ultimi decenni è stata svuotata del suo significato originario. Per generazioni di donne e uomini quella parola indicava un’idea precisa: l’opposizione all’ordine esistente, la volontà di dare voce agli ultimi, di mettere in discussione i rapporti di potere e di trasformare radicalmente la società. Oggi, invece, dire “sinistra” spesso significa dire troppo poco, e talvolta persino il contrario di ciò che quella parola ha rappresentato storicamente. L’esperienza degli ultimi trent’anni ha mostrato come forze politiche che si definivano di sinistra abbiano finito per governare entro le compatibilità del neoliberismo, condividendo politiche di privatizzazione, accettando la logica delle grandi opere, aderendo alla militarizzazione delle relazioni internazionali e, sempre più spesso, adottando il linguaggio e le pratiche della sicurezza e dell’emergenza. Le parole, da sole, non bastano a definire un’identità politica. Sono i fatti a darle contenuto. Per questa ragione, più che di “sinistra”, forse bisognerebbe tornare a parlare di conflitto, di trasformazione sociale, di cambiamento radicale dei rapporti economici, del rapporto con la natura e con il mondo. La cattiva politica produce inevitabilmente disaffezione verso la politica stessa. Quando le promesse di cambiamento si trasformano in amministrazione dell’esistente e le speranze collettive vengono sistematicamente deluse, si alimentano sfiducia, risentimento e disorientamento. Ed è precisamente su questo terreno che crescono il qualunquismo, il rancore e le diverse forme della reazione autoritaria.

Da tempo il dibattito pubblico italiano oscilla tra due registri apparentemente opposti ma in realtà speculari. Da un lato l’allarme per l’avanzata delle destre e per la loro torsione autoritaria delle democrazie contemporanee; dall’altro la discussione, quasi sempre confinata alle compatibilità elettorali, sulle formule più efficaci per costruire un’alternativa. Entrambe le prospettive rischiano però di rimanere in superficie. La crescita delle destre non è un incidente della storia né il semplice risultato di una migliore comunicazione politica. Allo stesso modo, la crisi delle culture progressiste non può essere ridotta a un problema di leadership o di alleanze. Ci troviamo di fronte a una trasformazione più profonda, che investe il rapporto tra economia, società e politica, le forme della rappresentanza e il modo in cui vengono costruite le identità collettive. Ciò che oggi appare mancante non è soltanto una forza politica organizzata o un soggetto elettorale capace di contendere il governo alle destre. È venuta meno una funzione storica: la capacità di dare forma politica alle contraddizioni sociali, di costruire immaginari alternativi e di organizzare speranze collettive.

Per gran parte del Novecento la sinistra è stata il luogo in cui le classi subalterne trovavano rappresentanza, costruivano organizzazione, producevano cultura e immaginavano un ordine sociale diverso. La lunga stagione neoliberale ha progressivamente eroso questo terreno. La precarizzazione del lavoro, l’indebolimento del welfare, l’aumento delle diseguaglianze e la finanziarizzazione dell’economia hanno prodotto non solo nuove povertà, ma anche la frammentazione delle esperienze sociali e l’indebolimento dei legami collettivi. L’astensione di massa e la sfiducia verso la politica segnalano proprio questo: la perdita di fiducia nella possibilità che la politica possa incidere realmente sulle condizioni di vita delle persone. È in questo spazio che le destre hanno costruito la propria egemonia. La perdita di protezioni sociali, la precarietà esistenziale e il declino di interi territori hanno generato una domanda di sicurezza e di riconoscimento che le culture progressiste non sono state in grado di intercettare. Il punto decisivo è che questa insicurezza, di origine eminentemente sociale, è stata progressivamente tradotta nel linguaggio dell’ordine pubblico e della repressione.

Negli ultimi trent’anni il ridimensionamento dello Stato sociale è stato accompagnato dall’espansione dello Stato penale. Mentre diminuivano gli strumenti di protezione collettiva, si moltiplicavano i dispositivi di controllo, le norme eccezionali e gli strumenti di prevenzione. Si è progressivamente affermata l’idea che problemi di natura sociale, economica e politica possano essere affrontati attraverso strumenti penali e dispositivi di sicurezza. Il panpenalismo è precisamente questo: la convinzione che ogni contraddizione sociale possa essere tradotta in una questione di sicurezza e che il diritto penale possa sostituire la politica. Laddove non si è più in grado di garantire protezione attraverso il lavoro, il reddito e i diritti, si offre protezione attraverso il controllo e la punizione. Ma il paradigma punitivo non produce soltanto nuove norme. Trasforma in profondità il clima emotivo delle nostre società. Quando le forme collettive della politica si indeboliscono e le persone sperimentano precarietà e declino in una condizione di crescente isolamento, il disagio tende a convertirsi in rancore, la paura in aggressività, il senso di impotenza nella ricerca di qualcuno a cui attribuire la responsabilità del proprio malessere.

Le destre hanno compreso con lucidità questo processo e hanno costruito gran parte della loro egemonia proprio sulla capacità di orientare questi stati d’animo. La ricerca di capri espiatori, la domanda di punizione e l’intolleranza verso ogni forma di alterità costituiscono una vera e propria economia politica delle passioni, attraverso la quale il disagio sociale viene sottratto alle sue cause strutturali e ricondotto all’esistenza di un nemico da combattere. Le coalizioni dell’odio si formano precisamente in questo spazio.

Per le culture democratiche e progressiste il problema è più complesso. Da un lato esse rifiutano il linguaggio dell’odio; dall’altro faticano a comprendere la profondità del malessere che alimenta quelle passioni e finiscono talvolta per assumere una postura prevalentemente morale. Il risultato è una crescente distanza da quei mondi sociali periferici, impoveriti e disorientati nei quali si sedimentano gli umori regressivi del nostro tempo. Per lungo tempo il movimento operaio e la sinistra organizzata hanno saputo svolgere una funzione diversa: costruivano comunità, producevano legami, offrivano strumenti di interpretazione del mondo e forme di riconoscimento collettivo. Intervenivano contemporaneamente sui bisogni, sui desideri e sulle identità. La loro crisi ha lasciato un vuoto che è stato occupato da altri imprenditori politici delle emozioni. La destra contemporanea appare così, agli occhi di molti settori popolari, come l’unica forza in grado di offrire protezione simbolica e identitaria in un mondo percepito come sempre più instabile e minaccioso.

Anche la retorica della legalità ha subito una profonda trasformazione. Quando la legalità viene separata dalla questione della giustizia sociale e dai rapporti di potere, rischia di diventare un criterio di classificazione morale che distingue le vite meritevoli di protezione da quelle che possono essere esposte alla marginalità, al carcere, al confine o alla violenza istituzionale. Le morti nel Mediterraneo, la normalizzazione del carcere come contenitore delle marginalità, la criminalizzazione del dissenso e l’accettazione della guerra come orizzonte permanente sono fenomeni diversi ma riconducibili a un medesimo paradigma. Un paradigma che potremmo definire “tanatopolitico”, perché rende progressivamente accettabile l’idea che alcune vite siano sacrificabili e che l’esposizione alla sofferenza e alla morte possa essere considerata il prezzo inevitabile della sicurezza e dell’ordine.

È dentro questa trasformazione che andrebbe collocata la discussione sul futuro della sinistra. La crisi della rappresentanza non può essere affrontata come un problema esclusivamente elettorale, perché nasce da una mutazione più profonda dei rapporti sociali e delle forme della politica. La domanda è allora un’altra: come ricostruire una capacità di organizzazione e di trasformazione in una società frammentata, attraversata da paure, rancori e nuove forme di subordinazione? Questo significa tornare a praticare l’inchiesta sociale, ricostruire legami nei territori, produrre luoghi di elaborazione e di confronto, connettere esperienze che oggi appaiono disperse e frammentate. Significa anche disarmare il discorso pubblico e sottrarsi alla logica del nemico. Quando anche la sinistra assume quella grammatica, finisce inevitabilmente per muoversi all’interno del campo simbolico costruito dall’avversario. La costruzione di un’alternativa richiede invece una pratica politica capace di tenere insieme conflitto e cura, identità e apertura, appartenenza e pluralismo.

Nel ritorno di una nuova generazione nelle piazze, indignata dalla normalizzazione della guerra e dal genocidio a Gaza, c’è forse uno degli elementi più interessanti del presente. Non perché i giovani siano naturalmente portatori di un futuro migliore, ma perché la loro mobilitazione ci ricorda che nessun ordine è definitivo e che anche nelle fasi più oscure possono riaprirsi spazi di politicizzazione e di conflitto.

La risposta alla domanda su che cosa fare non è ancora disponibile in nessun programma e in nessuna formula organizzativa già data. È un lavoro politico e culturale ancora tutto da costruire. La crisi che stiamo vivendo non è soltanto una crisi della sinistra. È la crisi di un’intera forma di civiltà politica. Ed è per questo che l’alternativa, se vuole essere all’altezza del tempo presente, non può limitarsi a cambiare il governo delle cose: deve tornare a interrogarsi sull’ordine profondo che le produce e sulla possibilità concreta di trasformarlo.

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