Il Molise osservato da notevoli “viandanti” a metà del secolo scorso
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| lun 11 mag, 16:18 (16 ore fa) | |||
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“Era di maggio”, mese di profumi e di colori. Simile a quelli di un maggio gorgheggiato dalla omonima e celebre canzone napoletana scritta da Costa e Di Giacomo; quell’inno all’amore eterno, cantato in tutto il mondo dal 1885. Ed era di maggio anche, nel 1956, quando giunse a Campobasso - per la prima volta - Guido Piovene cattedratico, giornalista e scrittore. Girovagava tra i luoghi e i vicoli più segreti e sconosciuti del nostro Paese. Frugava dappertutto per recuperare, anche qui, e diffondere la fierezza e il fascino romantico sannita, che rappresentava, per lui, una “pepita” da vergare e poi divulgare con l’originalità de “La coda di paglia”: divenuto un libro di viaggio, un diario, ed uno sfogo che gli è servito ad affinare e ad innalzare la sua stessa formazione culturale, squisitamente religiosa.
Avevo vent’anni, e lo conobbi e lo ricordo, seduto nella Cancellerie del Tribunale di Campobasso governata da Corrado Caluori, che era anche il Corrispondente regionale de “il Messaggero” e della Rai. C’era lì anche, “ad redde rationem” Francesco Sciarretta, cronista e collaboratore da Termoli. In quel tempo Corrado mi formava e mi assegnava “il compitino a casa” che, settimanalmente, io dovrò, consegnavo a lui, per la correzione e la pubblicazione.Fra il disordine delle mie scartoffie, rintraccio quest’oggi, come per magia, Il giudizio formulato da Guido Piovene, e di taluni altri notevoli viandanti, venuti nel passato su “questa nostra piccola cara patria comune”. Guido Piovene scrisse:
“Grumi di colori il Molise, tra le plaghe più segrete e profonde e meno conosciute d’Italia. E’ stregato e avvolto di silenzio. Gli abitanti, dall’indole orgogliosa e timida e abitualmente fredda, hanno improvvisi sobbalzi di impulsi passionali”. Sembrano, forse non solo a me, parole meravigliose per un inventario antropologico significativo, aleggiato sull’immediato dopoguerra, la ricostruzione e il boom economico.
Ecco, invece, quello di Giacomo Devoto: linguista, glottologo, accademico genovese scomparso nel 1994. “Il Molise: è vivo senso di capacità e resistenza rispetto a Roma, a Milano, a Napoli. Il Molise è il luogo in cui le informazioni, le formazioni ed i rinascimenti son nati sempre dalla cultura”.
Più in là venne Amedeo Maiuri: archeologo napoletano, “transitato altrove” nel 1963. Egli scrisse:
“Pietrabbondante è il più alto teatro d’Italia, è il più felice connubbio tra strutture italiche e architettura greca. L’unico al mondo dalle confortanti e vagheggiate tribune anatomiche”.
Questa è invece l’istantanea scattata da Sebastiano Moscati: storico e orientalista romano deceduto nel 1963: “i tratturi molisani sono un genere di strade caratteristiche e fondamentali per comprendere la storia dell’Italia antica. Queste grandi autostrade, svelano le caratteristiche d’un popolo in marcia, di una intera Nazione in movimento”.
Questo periferico Molise di questa Italia minore, sembra dunque capace ancora, di comunicare le bellezze a quanti in esso vivono da estranei! E a far sapere che nelle piante, nella terra, nel fiume c’è qualcosa di “tuo” da comunicare ad altri anche quando non ci sei e non ci sarai più.
Vincenzo Di Sabato


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