Collodi - Pinocchio
Collodi, a duecento anni dalla nascita e Pinocchio vissuto e goduto da un Molise sempre sano
Carlo Lorenzini – classe 1826, di umile famiglia e dall’indole brillante, primo di dieci figli – si affibbiò, in età adulta, lo stravagante pseudonimo di: “Collodi” che designa, in realtà, una frazioncella di Pescia in provincia di Pistoia, laddove nacque sua madre Angiolina. Egli, di idee mazziniane, fu strenuo patriota, e s’immischiò follemente anche in spedizioni militari del risorgimento nel 1848 e 1859. Ancor giovane, sarà assunto dalla Prefettura di Firenze con la qualifica di <impiegato> ma, evolvendosi nello “scriptio”, divenne critico letterario. Approfittando della sua predominanza fra una cerchia di “sapienti e di indottrinati”, elaborò sceneggiature e testi teatrali, finché la sua “penna fervida e leggera” si sbizzarrì fra un subbuglio di attività, anche giornalistiche, guadagnandosi ridenti favori soprattutto nel campo della letteratura per l’infanzia. E proprio, da un tale trambusto che, nel 1887 tirò fuori “Minuzzolo”: cioè un briciolo, una cosuccia da niente, un frammento ma che era, invece, un monolitico, di un originale componimento letterario, un “romanzo gracilmente robusto” educativo ed umoristico per l’infanzia: un frammento dentro il quale era condensato il variopinto insieme di vita d’un monelluccio svogliato, di un “Minuzzolo”, di un fanciullo redento dal profitto culturale e spirituale, scaturito e consolidato fra banchi di scuola.
Questo “Minuzzolo”, insomma - questo libricino dalla copertina lacera e scolorita, èdito dalla “Lucchi” di Milano - proprio in questo istante, e a duecento anni dalla nascita di Collodi (che si va commemorando un po’ di qua e di là nell’italico stivale) io lo sto carezzando religiosamente. Appartenne al mio nonno Alessandro: “l’uomo buono”, babbo di sette figli e nonno di venti marmocchi. Il libricino venne, dunque, sfogliato - in Vico San Carlo - e sussurrato e commentato da lui, a porte chiuse, con quella sua vocina gustosa e gentile, nel 1943, in un periodo dannato e danneggiato dal secondo conflitto mondiale. Cosicché nonno Sandrino poté assicurare a tutti noi il suo scudo di riparo dallo scenario spaventoso della guerra. E ancor oggi l’arte e l’estetica della sua sapiente lettura, ha la potenza di offrirci serenità, sogni, meraviglie, stupori. Ci consentì di crescere, conoscere, discernere, decidere; di incontrare e di guardare quel mondo abbruttito, con occhi innocenti, pieni di luce e di speranze. Diventammo, inconsapevolmente, esploratori di vita rigenerata. Ci mise in cammino con uno zaino colmo di sane motivazioni e di speranze.
L’anno dopo, 1944, riaprono timorosamente le scuole a Guardialfiera, ma con lacerazioni rovinose marchiate dai tedeschi prima e dagli alleati poi: porte sgangherate, vetri frantumati, stufe fracassate. Che freddo dentro quelle aule! Olga di Lalla, maestra nostra elementare, creatura limpida per dolcezza e per un desiderio ostinato di infonderci gioia, capì il nostro smarrimento e, un mattino, se ne venne in classe con il libro di “Pinocchio” fra le mani. Pinocchio il vero capolavoro di Carlo Collodi, tradotto in duecentocinquanta lingue e dialetti di tutto il mondo, superato fin’ora soltanto dalla Bibbia.
Pinocchio, metafora potente e attuale che va oltre la fiaba di Goldoni. “Pinocchi e pinocchietti”, figure che incarnano bugìa, manipolazione e immaturità in questo nostro presente co0mplesso e contrastato. Son coloro che cercano scorciatoie e che diffondono false verità. Persone che mèmtono compulsivamente per manipolare gli altri, disinteressandosi delle conseguenze pericolose di tate loro azioni. Son “Pinicchietti” che costruiscono finzioni, vantaggi personali, trasformandosi, così, in versione moderna d’un burattino di Geppetto.
Son coloro che promettono soluzioni miracolistiche simili a quelle false speranze del “Gatto e della Volpe” sul campo dei miracoli. I “Pinocchi” di oggi rappresentano la superficialità di una spavalda ricerca del “tutto e subito”. O, forse, la mancanza di un “Grillo parlante” interiore incapace di distinguere il bene dal male. Gli odierni Pinocchi son lo specchio di questa nostra società facile e leggera. Che oscilla tra il desiderio di risposte facili e bugiarde, e la necessità dolorosa – ma necessaria – di crescere e di assumersi responsabilità. Ponocchio di oggi è l’eterna infanzia indisciplinata, mentre Geppetto, il suo “babbo”, è l’amore eterno e paterno. Che dire della “Fata turchina” che è coscienza e consapevolezza e che il Grillo Parlante è tuttora “voce della ragione”?
Carlo Lorenzini ci insegna oggi; ci suggerisce un desiderio di vita libera che, attraverso esperienze ed errori di assumere responsabilità e operosità, quella coscienza matura che ha permesso al “burattino” di diventare “uomo” attraverso la sofferenza e la verità.
vincenzo di sabato
L’anno dopo, 1944, riaprono timorosamente le scuole a Guardialfiera, ma con lacerazioni rovinose marchiate dai tedeschi prima e dagli alleati poi: porte sgangherate, vetri frantumati, stufe fracassate. Che freddo dentro quelle aule! Olga di Lalla, maestra nostra elementare, creatura limpida per dolcezza e per un desiderio ostinato di infonderci gioia, capì il nostro smarrimento e, un mattino, se ne venne in classe con il libro di “Pinocchio” fra le mani. Pinocchio il vero capolavoro di Carlo Collodi, tradotto in duecentocinquanta lingue e dialetti di tutto il mondo, superato fin’ora soltanto dalla Bibbia.
Pinocchio, metafora potente e attuale che va oltre la fiaba di Goldoni. “Pinocchi e pinocchietti”, figure che incarnano bugìa, manipolazione e immaturità in questo nostro presente co0mplesso e contrastato. Son coloro che cercano scorciatoie e che diffondono false verità. Persone che mèmtono compulsivamente per manipolare gli altri, disinteressandosi delle conseguenze pericolose di tate loro azioni. Son “Pinicchietti” che costruiscono finzioni, vantaggi personali, trasformandosi, così, in versione moderna d’un burattino di Geppetto.
Son coloro che promettono soluzioni miracolistiche simili a quelle false speranze del “Gatto e della Volpe” sul campo dei miracoli. I “Pinocchi” di oggi rappresentano la superficialità di una spavalda ricerca del “tutto e subito”. O, forse, la mancanza di un “Grillo parlante” interiore incapace di distinguere il bene dal male. Gli odierni Pinocchi son lo specchio di questa nostra società facile e leggera. Che oscilla tra il desiderio di risposte facili e bugiarde, e la necessità dolorosa – ma necessaria – di crescere e di assumersi responsabilità. Ponocchio di oggi è l’eterna infanzia indisciplinata, mentre Geppetto, il suo “babbo”, è l’amore eterno e paterno. Che dire della “Fata turchina” che è coscienza e consapevolezza e che il Grillo Parlante è tuttora “voce della ragione”?
Carlo Lorenzini ci insegna oggi; ci suggerisce un desiderio di vita libera che, attraverso esperienze ed errori di assumere responsabilità e operosità, quella coscienza matura che ha permesso al “burattino” di diventare “uomo” attraverso la sofferenza e la verità.
vincenzo di sabato

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