Sanità allo stremo in Molise, la misura è colma

 

di Umberto Berardo

una processione

Carissimi molisani,

credo che la regione in cui viviamo attraversi un momento davvero preoccupante di cui forse

l’opinione pubblica allargata non ha piena consapevolezza.

La crisi economica con la chiusura di molte aziende, l’assenza d’infrastrutture adeguate ma

soprattutto il venir meno di servizi fondamentali come la sanità e la mancanza totale di un progetto

di sviluppo per questo nostro Molise penso stiano spingendo molti a lasciare la terra in cui sono nati

o nella quale hanno scelto di vivere.

Di sicuro la carenza di un sistema adeguato alla tutela della salute determina una condizione di

vita tra le peggiori che io ricordi dopo l’importante riforma di Tina Anselmi del 1978 che introdusse

un sistema pubblico universale, finanziato dalla fiscalità generale.

Il piano Operativo Sanitario 2026-2028, adottato dalla struttura commissariale sabato 28 febbraio

per salvare i novanta milioni di euro stanziati dal Governo Meloni per la sanità molisana, è stato ora

inviato al Ministero della Salute per eventuali osservazioni, ma è difficile accettare il taglio di

un’emodinamica, di un punto nascita e la trasformazione del Caracciolo di Agnone in un ospedale

di Comunità.

Sono in molti a fingere d’ignorare che i provvedimenti sistematici degli ultimi governi stiano

cercando di smantellare progressivamente i presidi della sanità pubblica perché una logica

neoliberista spinge ormai da anni a privatizzare i servizi sanitari oggi con il sistema delle

convenzioni e domani presumibilmente con la rinuncia totale dello Stato a gestirli.

Nel mio impegno pluriennale di volontario nella Carita Diocesana di Trivento (CB) e di attivista

nel Forum per la Difesa della Sanità Pubblica ho compreso che solo le prestazioni sanitarie

pubbliche riescono a proteggere davvero i cittadini meno abbienti che purtroppo nella situazione

critica attuale sono spesso costretti a rinunciare a diagnosi e cure.

Si tratta di una condizione che colpisce particolarmente la popolazione più anziana e che in molti

casi crea limitazioni gravi a una qualità di vita quantomeno accettabile.

Mentre a ogni livello politico si è dichiarato di voler rafforzare i presidi della sanità territoriale, in

realtà in modo del tutto contraddittorio si ridimensionano ospedali, si riducono reparti e si

smantellano perfino molte guardie mediche riducendole da 44 a 16 ovvero a un numero così esiguo

che non permette più d’intervenire adeguatamente ed efficacemente a sostenere i cittadini

nell’emergenza intasando ancora di più il pronto soccorso degli ospedali.

Avanzare l’ipotesi di una loro sostituzione con le poche case della salute poste a chilometri di

distanza è del tutto fuorviante essendo esse assai lontane da molti centri delle aree interne dove la

rete stradale tortuosa, spesso ostruita d’inverno dalla neve, come i sistemi inefficienti del trasporto

pubblico rendono difficile sia l’intervento immediato di un medico che lo spostamento del paziente.

In un primo momento la politica si era illusa di risolvere molti problemi con le iniziative dei

privati sostenendone economicamente alcune sul piano della ricerca e della specializzazione e certo

nessuno può negare che vi siano stati dei miglioramenti nelle prestazioni.

Ho rispetto per il diritto dell’iniziativa d’impresa privata e non nego assolutamente che possa

avere una sua funzione sociale, ma l’abbandono della struttura del “Gemelli Molise” da parte del

Vaticano dovrebbe tuttavia far capire che taluni progetti guardano più al profitto che non alle

esigenze dei cittadini.

Questo semplice evento, mentre si lavora ancora per l’integrazione tra l’ospedale Cardarelli e il

Responsible Research Hospital, dovrebbe convincerci che lo Stato ha la necessità di sostenere e

potenziare le strutture della sanità pubblica che sole riescono a mio avviso a rispondere con equità

alle esigenze di tutti.

Il Decreto Balduzzi ha poi malauguratamente posto la permanenza di alcune prestazioni

mettendole in relazione al numero degli abitanti che vi ricorrono determinando in tal modo la loro

riduzione.


Il commissariamento della sanità infine ha portato la regione a un elevatissimo debito sanitario

che è stato generato dunque proprio dallo Stato attraverso i commissari e che ora si vorrebbe far

pagare alla regione e quindi ai cittadini.

Il Decreto Calabria ha abbattuto il debito in quella regione mentre lo stesso provvedimento non si

vuole varare per il Molise dove la politica locale non ha mai spinto veramente in tale direzione né

riesce a trovare altre soluzioni.

Si prospetta così un futuro in cui taluni pensano si possa perdere perfino l’autonomia regionale

peggiorando ancora in tal modo la situazione con un rischio di periferizzazione già vissuto in

passato.

Le poche azioni di protesta e di proposta che alcuni stanno portando avanti da anni evidentemente

non hanno dato alcun risultato.

Credo non bastino più nemmeno le manifestazioni di piazza come quelle organizzate dal Forum

per la Difesa della Sanità Pubblica nel maggio del 2016 a Campobasso o le altre per iniziativa della

Caritas Diocesana di Trivento ad Agnone nel novembre 2022 o del Sindaco Castrataro a Isernia il

19 gennaio 2026.

La rassegnazione cui assistiamo poi è l’atteggiamento peggiore in tale situazione.

Occorre allora immaginare e definire una mobilitazione estesa che ci conduca a una lotta pacifica,

ma determinata a ottenere gli stessi diritti garantiti nelle altre regioni anche per i cittadini molisani i

quali non sono numeri bensì persone.

Lancio allora un sasso nello stagno sperando che le acque possano muoversi.

A un impegno concreto in tale direzione credo debbano sentirsi obbligati tutti.

Spero si possa arrivare a un incontro allargato per confrontarsi sulla strada da percorrere perché

in Molise i suoi abitanti possano veder riconosciuta la loro dignità di persone.

Penso a un coinvolgimento in tale direzione delle Chiese Diocesane Cattoliche e di altre religioni,

dei sindaci e degli amministratori locali, dei sindacati, dei movimenti culturali, sociali e politici di

base, ma spero soprattutto nella responsabilità operativa di tutti i molisani.

Grande ovviamente è l’apporto che può dare il sistema dell’informazione.

Se abbiamo scelto di vivere su questo territorio, dobbiamo sentirci coinvolti non in azioni

accademiche o plateali prive di risultati, ma in una lotta certamente pacifica e allo stesso tempo

efficace in grado d’impedire che il Molise possa diventare un deserto da cui fuggire.

Esistono al riguardo posizioni che appaiono a sostegno della popolazione mentre si tratta in più di

un caso di atteggiamenti di pura finzione non supportati da conseguenti azioni capaci di risolvere

veramente i gravi problemi che affrontiamo ogni giorno.

Intendo chiaramente dire che delle dichiarazioni vuote di certi politici abbiamo le orecchie piene

e siamo stanchi dell’ipocrisia!

Ci sono scelte radicali da mettere in atto per esprimere un dissenso risolutivo rispetto alle

determinazioni della politica a livello locale e nazionale.

Questo occorre chiedere oggi ai cittadini, ma in particolar modo ai sindaci e ai consiglieri

provinciali e regionali che sono stati eletti non per ricoprire un incarico di prestigio o di potere, ma

per sostenere con determinazione, al di là di ogni orientamento politico, le istanze di quanti oggi

vivono una condizione di vita difficile a causa dell’assenza di servizi essenziali.

Se nei ruoli istituzionali ricoperti su mandato elettorale qualcuno non riesce più a tutelare i diritti

fondamentali dei cittadini, credo debba prenderne atto, denunciarlo pubblicamente a chi di dovere e

annunciare le decisioni conseguenti.

In altre parole, se la politica non garantisce diritti, rimettere tutti insieme il mandato può

diventare un’azione di dissenso e di lotta democratica per spingere il governo a decisioni utili alla

realizzazione del bene comune.

Non sarebbe una proposta idealistica o utopica se la politica come servizio fosse guidata da

onestà intellettuale piuttosto che dalla voglia di mantenere potere e lauti compensi.

I cittadini poi hanno a loro disposizione tutta una serie di azioni democratiche previste dalla

Costituzione Italiana per garantirsi servizi fondamentali soprattutto quando questi non hanno i

livelli essenziali previsti dalla legge.

Occorre solo in tale direzione avere cittadinanza attiva senza rifugiarsi nel privato.

Chi come me ha amato a tal punto questa regione da sceglierla come luogo di lavoro e di vita per

sé e la propria famiglia non può e non deve accettare che l’attuale stato di emergenza sfoci in un

vero e proprio deserto di carattere culturale, economico e sociale.


Uscire allora dall’individualismo e dalla rassegnazione è quanto mai necessario!

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