Nascita, sviluppo, crisi e futuro della democrazia
di Umberto Berardo
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La democrazia è un sistema politico costituito da un’organizzazione della società fondata sul
potere decisionale affidato al popolo attraverso le forme definite nelle diverse epoche storiche in
relazione ai principi individuati a suo fondamento.
ORIGINI E SVILUPPO
L’ipotesi avanzata fino al XIX secolo di un matriarcato in epoca preistorica con l’esistenza di una
ginecocrazia, ovvero di un potere allargato delle donne nella società antica, è stato poi superato
dagli antropologi perché fondato più su miti come quello greco delle amazzoni che su dati reali.
La ricerca storica riconduce nella nascita le forme di amministrazione politica di una comunità
che di solito chiamiamo democrazia anzitutto alla Grecia del V secolo a.C. soprattutto con le
riforme di Clistene e Pericle che conservano in parte il potere giudiziario all’Areopago affidando
quello legislativo e di governo alla Boulé costituita da 500 membri, mentre prevedono la
partecipazione all’Ecclesia solo per i cittadini maschi liberi di età superiore ai 20 anni che hanno
completato l’addestramento militare per cui donne, schiavi e meteci (stranieri residenti) sono esclusi
da questo diritto.
In sintesi, alla vita politica in Atene partecipa una percentuale tra il 10 ed il 20% dell’intera
popolazione.
È chiaro che una tale forma di governo della polis, che prevede la partecipazione attiva solo di
circa 50.000 abitanti su 300.000, esclude gran parte della popolazione e dunque si può solo
considerare un primo lieve inizio della divisione del potere politico.
Gli intellettuali dell’epoca, come ad esempio Platone e Aristotele, non hanno una concezione del
tutto positiva della democrazia al punto che il primo ne “La Repubblica” ne critica l'eccesso di
libertà e l'anarchia dei valori mentre il secondo nella “Politica” la considera una forma degenerata
della Politìa e propone nove regole per impedire che essa decada in tirannia.
Nel sistema della Repubblica Romana, che tuttavia entrerà in crisi con l’ascesa dell’impero, il
potere è condiviso tra diversi organi quali il Senato, i Tribuni della Plebe e le Assemblee.
Nel Medioevo non abbiamo certo la presenza dei concetti della democrazia, ma ci sono tentativi
significativi di coinvolgere i cittadini nelle decisioni politiche come l’Arengo nella Repubblica di
Venezia e le Assemblee nei Comuni.
Un momento cruciale nella storia della democrazia è la firma della Magna Charta Libertatum nel
1215 redatta dall'arcivescovo di Canterbury Stephen Langton.
Questo documento limita i poteri del re garantendo alcuni diritti dei nobili e della Chiesa e pone
le basi per la formazione dei futuri Parlamenti nazionali che rappresentano un passo importante
verso la rappresentanza politica.
Un punto di svolta per l’affermazione delle idee democratiche si ha con il Rinascimento ma
soprattutto con la Rivoluzione Americana, l’Illuminismo e la Rivoluzione Francese che attraverso
intellettuali come J.J. Rousseau, Montesquieu, Diderot, D’Alembert pongono la necessità della fine
del potere assoluto delle monarchie e l’asserzione dei principi di libertà, uguaglianza e fraternità in
particolare in quel documento fondamentale per la democrazia che è “La dichiarazione universale
dei diritti dell’uomo” del 1789 adottato poi dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite nella sua
terza sessione il 10 dicembre 1948 a Parigi.
Organizzandosi non più in piccole comunità ma in Stati, la democrazia moderna si connota
anzitutto come rappresentativa seguendo nelle decisioni il principio maggioritario rispettoso
comunque dei diritti delle minoranze e facendo riferimento ai principi definiti nelle Costituzioni.
In età moderna i grandi filosofi sono quasi tutti favorevoli alla monarchia ad eccezione di
intellettuali quali Spinoza e Locke; poi nel liberalismo inglese soprattutto con autori quali Bentham
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e John Stuart Mill si definiscono i principi della competizione tra i politici, della separazione dei
poteri, della libertà di pensiero e di comunicazione come dello stato di diritto.
Marx ed Engels entrano in rottura drastica con il pensiero liberale sostenendo che esso è
incompatibile con la giustizia sociale e l'eguaglianza e definiscono i criteri della lotta di classe per
giungere alla dittatura del proletariato e poi a una società democratica senza classi per realizzare il
Comunismo.
Il XX secolo vede contestualmente affermarsi le democrazie liberali, con sistemi parlamentari e
presidenziali, ma allo stesso tempo emergono regimi totalitari fascisti e nazisti che sfidano e
cercano di cancellare i principi democratici.
La Guerra Fredda dopo il secondo conflitto mondiale genera la contrapposizione ideologica tra le
democrazie liberali e i regimi comunisti.
Abbiamo avuto nella storia esperienze di democrazia diretta di stampo socialista libertario come
la Comune di Parigi nel 1871 e altre rappresentative quali quelle inglese, americana o italiana;
tuttavia, come vedremo più avanti, oggi nel mondo la maggior parte dei regimi sono ancora di tipo
autoritario.
La Costituzione sovietica, votata durante la Rivoluzione russa nel 1918, afferma che il governo
spetta al popolo; poi tale principio si dissolve nel regime dispotico, dittatoriale e accentratore dei
bolscevichi, quindi degli zar e infine nel potere autocratico attuale.
La Costituzione Italiana prevede elementi che ci fanno pensare alla democrazia diretta come la
possibilità di ricorrere a un referendum abrogativo, confermativo o consultivo, ma contempla anche
l’opportunità per i cittadini di ricorrere a petizioni e a progetti di legge di iniziativa popolare.
Nel Novecento sostanzialmente i sistemi democratici in ogni caso si riducono ad amministrare il
benessere di pochi approfondendo le disuguaglianze, ma essi, come sottolineano due studiosi della
caratura di Max Weber e Joseph Alois Schumpeter, dovrebbero garantire la teoria dell'elitismo
competitivo eliminando tuttavia gli eccessi di potere delle grandi lobbies con l’etica della
responsabilità e l’innovazione.
La democrazia può essere di tipo presidenziale o parlamentare, ma si considera accettabile solo
quando vi è una necessaria corrispondenza fra gli atti di governo e gli interessi di coloro che ne
sono toccati.
Da questa schematica ricostruzione dello sviluppo storico del concetto di democrazia si evince
chiaramente che la sua evoluzione è stata difficile e talora contrastata al punto che il diritto al voto
per tutti è stato raggiunto solo a metà del XX secolo.
........................-----I PROBLEMI E LA CRISI DEL SISTEMA DEMOCRATICO ............... L’Europa viene considerata il lievito della cultura occidentale, ha generato il concetto dei diritti e
costruito gli strumenti perché essi potessero diventare universali, ma ha anche travasato nel mondo
il colonialismo predatorio, l’imperialismo, le disuguaglianze, il consumismo e infine la corruzione.
Avendo sperimentato già il buio dei totalitarismi, ora i suoi popoli devono respingere l’idea di
inutilità della democrazia che molti plutocrati avanzano e consolidare la forza dei diritti contro il
diritto della forza.
Sia che la politica venga considerata una scienza di governo dello Stato o un’arte per regolare
nella collettività globale il modo di vivere orientandolo verso un’accettabile qualità dell’esistenza
per tutti, non vi è alcun dubbio che i provvedimenti e le attività che si occupano degli affari pubblici
destano oggi grandi perplessità circa la loro efficienza sia a livello locale che mondiale.
Secondo un’indagine condotta dal Centro Studi 50&Più in Italia l’80% dei cittadini manca
totalmente di fiducia nelle istituzioni.
Tale opinione viene chiaramente dalle difficoltà che gli Stati, l’ONU, l’Unione Europea e gli altri
organismi internazionali manifestano nella soluzione dei tanti problemi aperti che riguardano ad
esempio la tutela della salute, del lavoro e dell’istruzione ma anche il commercio sconsiderato delle
armi, i conflitti armati in grande escalation, la mancata regolamentazione del fenomeno delle
migrazioni o la totale assenza di un’equa redistribuzione della ricchezza nel mondo.
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Anche il percorso di definizione dei modelli delle strutture statali, che pure parevano aver
maturato una forma abbastanza democratica, sembra registrare una battuta d’arresto piuttosto
preoccupante con un rafforzamento sempre più deciso del potere esecutivo rispetto a quello
giudiziario e soprattutto all’altro di natura legislativa del Parlamento.
Nell’indice di democrazia per il 2022, elaborato dal settimanale britannico “Economist”, i 167
Paesi mondiali presi in considerazione sono stati divisi in democrazie piene e imperfette, regimi
ibridi e autoritarismi secondo parametri che riguardano sistema elettorale, pluralismo, funzione del
governo, libertà civili, partecipazione alla vita sociale e cultura politica.
Il rapporto tra i sistemi politici e gli abitanti è il seguente: le democrazie complete sarebbero
appena 24 interessando solo l’8% della popolazione mondiale, quelle imperfette 48, i regimi ibridi
36 mentre quelli autoritari sarebbero 59.
La Norvegia è al primo posto nel mondo tra i sistemi democratici con una valutazione di 9.81 su
10.
L’Italia compare nel secondo gruppo dove occupa la trentaquattresima posizione con un
punteggio di 7.69 su 10.
Secondo l’Economist il nostro Paese avrebbe un adeguato sistema elettorale e un pluralismo
accettabile, ma problematicità nell’efficienza del governo, nella partecipazione politica,
nell’informazione e nelle libertà civili.
È un giudizio che a me pare inaccettabile per ciò che riguarda il primo aspetto essendosi
progressivamente ridotta la sovranità popolare e la scelta della propria classe dirigente da parte dei
cittadini, impossibilitati come sono dalle liste bloccate ad avere un qualche ruolo nella designazione
dei candidati e nella loro selezione per la rappresentanza nelle istituzioni.
In questa classifica del settimanale britannico appare chiaro come alcuni Stati siano in pieno
declino democratico.
La crisi della politica e quella della democrazia pluralistica sono naturalmente fenomeni paralleli
ma anche interconnessi.
Il primo elemento di tale fenomeno va ricercato anzitutto in talune forme di potere plutocratico
nate nel sistema neoliberista, ma anche in Stati pseudo comunisti dove le decisioni non
appartengono più realmente al popolo, chiamato alle urne con leggi elettorali senza più alcuna
garanzia di libertà vera nella scelta della propria rappresentanza, bensì a lobbies finanziarie ed
economiche talora perfino, come alcuni paventano, con la connivenza di soggetti appartenenti alla
malavita organizzata.
Sono questi gruppi che hanno la gestione del potere attraverso ristrette classi dirigenti o autocrati
inseriti in partiti politici autoreferenziali che operano al servizio d’interessi privati e per la propria
legittimazione tra l’altro anche con finanziamenti pubblici oggi definiti indiretti per aggirare il
referendum del 1993. Si tratta di sovvenzioni che in Italia sono talmente elevate da essere diventate
tra le voci più consistenti della spesa pubblica.
Non mancano in più di un Paese momenti nei quali si sospende il ricorso alle urne in caso di crisi
per affidare il governo a tecnici che spesso non hanno alcun mandato popolare neppure da
parlamentari come da noi è accaduto con Monti e Draghi.
Nel sistema politico poi si annidano la corruzione, la concussione e il trasformismo camaleontico
e opportunista di cui alcuni si servono senza scrupoli per gestire il potere personale, quello del
partito di appartenenza e delle lobbies di riferimento.
Molti cittadini sanno chiaramente che i candidati non provengono dal confronto e dalla
partecipazione di base, essendo selezionati raramente in modo adeguato dalle segreterie dei partiti,
ma si illudono ancora di avere nelle urne la scelta della rappresentanza delle proprie istanze; ci sono
poi quelli rassegnati che hanno perso ogni speranza nelle istituzioni come nella loro efficienza e
perciò optano per l’astensione dal voto.
Dubito fortemente al riguardo che la maggioranza del popolo italiano consideri oggi prioritarie le
questioni dell’agenda dell’attuale governo come l’autonomia differenziata, la riforma della giustizia
o il premierato piuttosto che la riduzione del debito pubblico, la riforma equa del fisco,
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l’eliminazione dell’evasione fiscale, la piena occupazione e la garanzia di servizi essenziali adeguati
come la sanità e l’istruzione.
Per la verità, come ho già scritto più volte enucleandone le ragioni, sono convinto che la
proposta di elezione diretta del premier nelle modalità con cui viene avanzata rappresenti un
pericolo per la democrazia nella divisione dei poteri e penso che il disegno di legge sull’autonomia
differenziata sia non solo una sciagura per il Mezzogiorno, ma la negazione del principio della
solidarietà che dovrebbe essere uno dei fondamenti essenziali per una convivenza equa e pacifica
all’interno di uno Stato.
Anche la tanto decantata legge sulla separazione della magistratura inquirente da quella
giudicante credo non abbia alcun ruolo di miglioramento del sistema giudiziario, ma serva solo a
ridurre il potere dei magistrati consegnati a organismi di coordinamento cui si accede attraverso
sorteggi tra l’altro pilotati con il pericolo di vedere affidata forse persino l’obbligatorietà dell’azione
penale al potere esecutivo.
Il governo d’altra parte con un disegno di legge sulla riforma della Corte dei Conti ha già posto in
essere un ridimensionamento significativo del ruolo della Magistratura contabile.
Purtroppo la popolazione non ha più né la libertà di scelta nel voto e tantomeno quella della
proposta delle questioni prioritarie da risolvere rinunciando talora la politica a sottoporle nei casi
più importanti al giudizio della cittadinanza attraverso consultazioni o referendum.
La crisi in questo sistema ipercapitalistico, in cui gli interessi di pochi prevalgono sui bisogni
dell’intera collettività, tocca sempre più anche il welfare con una privatizzazione selvaggia di
servizi essenziali quali la sanità, l’istruzione, i trasporti, le pensioni e perfino in qualche Stato
l’apparato carcerario.
Un sistema produttivo che guarda unicamente al profitto e non certo alle esigenze dell’intera
comunità non accetta più la democrazia perché non si riconosce nei suoi principi e nelle sue finalità
né vuole le sue norme finalizzate alla verifica di regolarità ed equità delle decisioni assunte.
Con un’informazione sempre più controllata nei mass media ma anche su internet e un sistema di
sondaggi utilizzati per manipolare il consenso piuttosto che per leggere e analizzare il pensiero
dell’opinione pubblica la capacità degli elettori di valutare i programmi elettorali e di scegliere
persone competenti e meritevoli per governare il Paese si va sempre più impoverendo.
Da una democrazia basata sul principio della sovranità popolare, sia pure per via rappresentativa,
siamo giunti alla neutralizzazione del ruolo decisionale dei cittadini per dare sempre più spazio a
risoluzioni verticistiche di oligarchie elitarie di tipo finanziario, economico o tecnocratico che
stanno dando vita alla cosiddetta postdemocrazia costituita da regimi sempre più illiberali che ormai
rappresentano la stragrande maggioranza degli Stati del mondo dove le forze politiche reazionarie
riescono a gestire demagogicamente il consenso e i sistemi di alleanza.
Questo è un fenomeno che dovrebbe preoccupare molto e che invece sembra lasciare i più
nell’indifferenza.
In un convegno a Monaco di Baviera il filosofo e politologo Jurgen Habermas, tra i principali
esponenti della Scuola di Francoforte, ha giustamente sottolineato che oggi nei sistemi democratici
le elezioni e la rappresentatività hanno un valore puramente simbolico al punto che la democrazia
non viene rovesciata, ma svuotata dal potere verticistico delle elites.
Si crea in continuazione un profondo disallineamento tra le necessità dei cittadini e i
provvedimenti avanzati dalla classe dirigente che spesso generano conflitti sociali acuti come nel
caso delle modifiche al sistema pensionistico in Francia o della recente ondata di scioperi in
Germania di fronte all’implosione dell’economia.
La politica lavora dunque per gli interessi delle classi sociali dominanti allargando le
disuguaglianze economiche e sociali, riducendo i diritti e privatizzando le prestazioni sociali.
Dal diritto a un lavoro certo, che sembrava garantire sicurezza e dignità alle persone, siamo
passati con la flessibilità a una sua precarizzazione senza precedenti né siamo capaci di continuare a
immaginare un progetto per la piena occupazione portato avanti già dal movimento studentesco sin
dall’autunno caldo del 1968 preferendo lasciare gran parte della popolazione nella povertà assoluta
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o tacitandola con sussidi diversamente definiti come reddito di cittadinanza o d’inclusione, ma che
comunque sono la negazione di una vera identità e cittadinanza.
La crisi più grande in questo sistema globalizzato riguarda l’affermarsi crescente di regimi
autoritari e nazionalisti, il moltiplicarsi dei conflitti armati nel mondo, il collasso dell’equilibrio
ecologico, la scarsità di acqua e di fonti energetiche, la stagflazione, la paventata scissione tra
intelletto e coscienza nello sviluppo dell’intelligenza artificiale e soprattutto la disuguaglianza.
Ci illudiamo di avere sempre più libertà di pensiero e di scelte, ma in realtà siamo estremamente
monitorati e controllati perfino nelle azioni attraverso nuovi sistemi tecnologici che nessuno riesce
ancora a regolamentare.
I nemici della democrazia sono gli autocrati che raggiungono e gestiscono il potere con la
dissacrazione della verità, i guerrafondai che calpestano il diritto alla vita, i politici senza
competenze, etica e responsabilità, i burocrati, i tecnici e i managers al servizio di un neoliberismo
selvaggio, i populisti che cercano di vendere nuove forme di ideologismi mistificando talora perfino
forme di partecipazione che, pur senza ancora serie garanzie oggettive di controllo, chiamano
“sistemi di democrazia diretta”.
C’è chi avanza proprio il cosiddetto sistema di e-democracy con confronti e decisioni assunti
nell’agorà telematica dimenticando che il 37% dei cittadini non riesce ancora ad accedere alla rete
internet.
L’idea poi di creare una sorta di patente per la politica per arrivare al voto consapevoli delle
proprie scelte lascia davvero esterrefatti perché mi sembra alquanto discriminatoria e limitante per
uno dei diritti fondamentali del cittadino che è quello al voto.
Vorrei far riflettere sul fatto che uno dei momenti più gravi di crisi del sistema democratico è
rappresentato a mio avviso dalla costituzione a Davos del “Board of peace” che personalmente
ritengo un comitato di affari costituito da autocrati e che invece qualcuno vorrebbe venderci come
un asse mondiale per la pace e lo sviluppo.
La sua struttura ci dice chiaramente che si tratta di un organismo senza condizioni di parità tra
gli Stati, previste invece dalla Costituzione Italiana nell’art. 11; dunque ancora una volta si ignorano
le regole fondamentali del diritto internazionale e siamo davanti a uno schiaffo per l’ordine globale.
IL POSSIBILE FUTURO DELLA DEMOCRAZIA
Di fronte all’affermarsi di sistemi politici sempre più autoritari come salvare allora ciò che
rimane delle democrazie parlamentari e disegnare regimi adeguati all’epoca in cui stiamo vivendo?
Provo di seguito a delineare su quali basi è possibile fondare il futuro della democrazia.
Anzitutto dobbiamo convincerci che i problemi che abbiamo all’orizzonte per la loro complessità
non sono più risolvibili solo a livello nazionale; dunque la politica e la democrazia hanno bisogno di
una dimensione globale attraverso organizzazioni sovranazionali che non possono occuparsi
d’interessi economici e finanziari particolari, ma devono essere capaci soprattutto di disegnare un
modello di sviluppo alternativo a questo capitalismo decadente fondato su un consumismo
esasperato come sull’esaltazione del profitto proponendo un sistema geopolitico che ci guidi a un
internazionalismo di collaborazione, di giustizia e di pace.
Il primo obiettivo è quello di costruire e consolidare regimi in grado di garantire a tutti i diritti
fondamentali della persona che devono essere anzitutto quelli alla vita, alla salute, alla pace, alla
libertà di pensiero, di espressione e di azione, all’istruzione, alla decisione partecipata sulle
questioni riguardanti la vita collettiva locale e mondiale.
Definire un’idea di riorganizzazione della politica su basi reali di partecipazione popolare
significa evitare ogni forma di verticismo nelle scelte che sta allontanando sempre più i cittadini da
un diritto di voto che con le attuali leggi elettorali diventa in pratica una pura finzione.
Forme di democrazia effettiva devono prevedere anzitutto il potenziamento dell’istruzione di un
popolo perché si possa acquisire autonomia cognitiva nella lettura della realtà e spirito critico nelle
scelte liberandosi dalle manipolazioni della verità, evitando processi di autolegittimazione ed errori
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macroscopici di elites politiche talora non all’altezza del compito, ma anche le tante forme di
populismo sempre più in ascesa che stanno creando problemi più che soluzioni per gli stessi.
Occorrono dunque leggi elettorali che assicurino partecipazione e rappresentanza reali e
permettano la possibilità di scegliere i migliori piuttosto che i fedeli al potere, premiati tra l’altro
ora con un’elezione sicura nelle liste bloccate.
Le cariche pubbliche devono avere breve durata e ci dev’essere una maggiore frequenza nello
svolgimento delle elezioni che possono e devono avere risvolti per il quadro politico nazionale e per
quello geopolitico mondiale; occorre ancora una rivisitazione in toto del concetto di vincolo di
mandato che impedisca scelte non concordate con l’elettorato.
Per questi obiettivi occorre mobilitarsi con urgenza piuttosto che astenersi dal voto o boicottarlo
come è accaduto in Bangladesh da parte dell’opposizione per il rinnovo del parlamento nel gennaio
2024.
La Costituzione Italiana non regola il sistema del voto, ma credo che occorra chiaramente pensare
a un sistema proporzionale che crei un rapporto tra cittadini ed eletti attraverso l’espressione delle
preferenze e sia privo di sbarramenti o premialità, attribuite queste ultime talora senza alcuna soglia
minima di consensi; pertanto le criticità da eliminare assolutamente al riguardo sono i premi di
maggioranza senza soglia, i capilista, la pluricandidabilità, la diversità di normativa tra i due rami
del Parlamento, le cosiddette elezioni di secondo livello e nuove candidabilità senza preventive
dimissioni da ruoli di rappresentanza o di governo già occupati onde evitare i conflitti d’interesse.
Il meccanismo di revoca degli eletti, presente per lo più a livello locale soprattutto nei Paesi di
lingua anglosassone, è estraneo alla nostra storia istituzionale non essendo previsto dall’art. 67 della
Costituzione Italiana; tuttavia, senza strumentalizzazioni, opportunamente regolamentato e come
rimedio di ultima istanza nei casi di gravità, potrebbe essere un utile strumento per richiamare i
rappresentanti eletti al rispetto del patto fiduciario stipulato al momento dell’elezione
Gli attuali modelli di democrazia esprimono una visione molto povera della politica riducendo il
legame tra cittadino e istituzioni, neppure più attraverso i rappresentanti ma unicamente con i partiti
e i loro leaders, nel solo momento elettorale in una semplificazione divenuta addirittura banale
mentre lo scopo fondamentale di un sistema democratico dovrebbe essere quello di garantire lo
stato di diritto.
Oltre ai referendum perciò il popolo deve assolutamente esprimere parere vincolante sulle priorità
riguardanti l’agenda delle questioni da trattare a livello di governo perché il confronto con i propri
rappresentanti non può ridursi all’esercizio del voto.
È possibile ottenere questo coinvolgimento allargato, continuo e dinamico dei cittadini nelle
decisioni utilizzando i nuovi strumenti di partecipazione consentiti dalla tecnologia purché essi
siano tutelati da ogni forma di manipolazione oggi esistente e controllati da un’autorità terza.
C’è chi in maniera drastica per eliminare l’astensionismo suggerisce d’introdurre l’obbligatorietà
del voto esistente già in Belgio, Lussemburgo, Grecia come in diversi Paesi dell’America Latina,
ma questo in Italia non sarebbe in linea con l’articolo 48 della Costituzione.
L’unica via da noi è puntare sull’educazione alla responsabilità utilizzando anche il sistema
digitale.
Va bene pensare alla stabilità del governo, ma in un sistema di vera democrazia sostanziale sulla
velocità decisionista occorre far prevalere il pluralismo, il confronto, la mediazione tra le diversità e
la sintesi razionale in provvedimenti che guardino unicamente al bene della collettività.
L’incapacità dell’Unione Europea e dell’ONU di giocare un ruolo efficace nella soluzione dei
tanti conflitti aperti dalla follia umana e in particolare di quelli in Ucraina, a Gaza o in Sudan e
Nigeria ci dice che i loro organismi, come ho più volte sottolineato, hanno bisogno di riforme
urgenti a partire dall’eliminazione dell’unanimismo o del diritto di veto nelle risoluzioni.
Le Nazioni Unite con 193 Stati aderenti hanno ottenuto in passato qualche successo per il
mantenimento della pace nel mondo, ma ultimamente in alcune missioni hanno segnato il passo
soprattutto per mancanza di risorse, per le limitazioni nelle azioni dei Caschi Blu e per inefficienza
nell’aggiornamento dell’intelligence rispetto alle sfide del terrorismo.
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Gli organismi internazionali possono avere un ruolo importante per il rafforzamento della
democrazia nel mondo, per garantire i diritti e la convivenza pacifica tra i popoli come per risolvere
i problemi più assillanti per l’umanità purché essi stessi diano pari dignità a tutti i Paesi aderenti e si
dotino di regole condivise.
Il sistema tecnologico e industriale come la globalizzazione hanno creato conseguenze impreviste
e disuguaglianze incolmabili ponendo chiaramente in evidenza i limiti degli attuali sistemi
democratici.
John Dewey, filosofo e pedagogista statunitense, nel suo saggio “The Public and Its Problems”
del 1927 parlava già dell’ecclissi delle esigenze pubbliche e della prevalenza degli interessi privati.
Colin Crouch poi nella sua opera “Combattere la postdemocrazia” del 2020 sostiene che quello
che egli chiama il neoliberismo oligopolistico condiziona in modo palese lo sviluppo della
democrazia perché le lobbies finanziarie tolgono il diritto decisionale ai cittadini influenzando
l’azione legislativa e i governi in modo da proteggere i loro interessi avviando così inedite forme di
oligarchia.
Il sociologo e politologo britannico invoca anzitutto come punto di riferimento un nuovo progetto
educativo capace di superare la postdemocrazia auspicando i seguenti obiettivi: l’ambientalismo, la
creazione di una società multiculturale rispettosa dei generi e in generale dell’altro, la creazione di
una democrazia dei diritti, il potenziamento della magistratura e delle varie forme di authorities.
.......................................IL DOVERE DI UNA CITTADINANZA ATTIVA La politica e la democrazia nel mondo vivono dunque un momento di grande difficoltà.
Non possiamo lasciare la prima alla mercé dei potentati oligarchici e della tecnocrazia e far
scivolare la seconda nell’autoritarismo illiberale e populista.
Per garantire l’indispensabile sopravvivenza di un sistema democratico occorre un impegno
concreto nella definizione di forme operative fondate sui diritti dei cittadini e la responsabilità
collettiva soprattutto da parte di chi sceglie di dedicarsi al governo di un Paese.
È superfluo rammentare che i risultati in politica si ottengono con l’elaborazione di idee, con il
voto, ma anche con una lotta certamente non violenta ma efficace per l’affermazione delle idealità
in cui si crede.
Molti e tra essi anche gli abitanti del Molise, la regione in cui vivo, credo abbiano scelto la
rassegnazione piuttosto che l’impegno per difendere i propri diritti.
C’è invece assoluta necessità di rafforzare il nostro livello culturale e politico attraverso una
documentazione pluralistica e poi di potenziare la responsabilità sociale con una partecipazione
fatta di proposte per una legislazione che guardi unicamente al bene di tutta la collettività.
Si tratta di una necessità impellente perché senza una reale cittadinanza attiva di sicuro non
rivitalizzeremo né la politica e tantomeno la democrazia.
Piacere Molise di Ro Marcenaro


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