“LASCIATE CHE I FANCIULLI VENGANO A ME”
48^ Giornata Nazionale della Vita di VINCENZO DI SABATO L’implacabile grandezza della vita, nella 48° Edizione
“Lasciate che i bimbi vengano a me”. Fu l’amorevole sollecitudine di Gesù riportata nei Vangeli di Matteo, Marco e Luca. Ed è il tema proposto quest’anno dalla CEI per la 48^ Giornata Nazionale della Vita, fissata alla prima domenica di febbraio. Un forte richiamo alla responsabilità personale e collettiva di mettere al centro i deboli, i più fragili. “Anzitutto i bambini!” – insistono i Vescovi – quasi a rimarcare che il Regno dei Cieli appartiene, in modo particolare, a chi ha le caratteristiche della purezza d’animo e le virtù istintive dei ragazzi.
E, i fanciulli, i “cari figlioli” furono anche i principali favoriti da Papa Giovanni XXIII, già nella fastosa e festosa serata dell’11 ottobre 1962, allorché diede inizio allo sbalorditivo Concilio Ecumenico Vaticano II. .
Si narra che nell’antichità, qualcuno rivolse a Temistocle, (politico ateniese, 500 a. C.) un interrogativo, “chi comanda il mondo?”: “Lo comandano i ragazzi!”, Rispose. Perché – secondo lui - il presente e il futuro non sta nel potere “dei grandi”, di noi adulti, né in quello dei greci né dei latini: sta nell’ingenuo dominio del bambino, che è “il padre dell’uomo!”
Questo verdetto ci fa riflettere sulla sovranità connaturata nel ragazzo; e che la maestà è presente anche nei nostri giovani i quali, idealmente, potrebbero costituire un esercito d’amore più forte della forza delle cose e delle forze armate romane, cartaginese, ateniesi o spartane. Il comando sta nel bambino che “è la forma più perfetta dell’essere umano” (W. Nabokov).
Un americano molto ben informato mi assicurò, scherzosamente, che il ragazzino di un anno e in buona salute, può rappresentare il miglior investimento per una nazione potente ed autorevole. Il ragazzo – per la sua purezza, curiosità e fantasia - è una promessa; è energia, è stupore, speranza; è vincolo che supera ogni rigidità del presente.
“Ad un bambino io regalerei le ali” – rivelò Gabriel Garcia Marquez, nobel 1982 per la letteratura – “ma, appena dopo, lo lascerei volare da solo, affinché potesse sfrecciare liberamente fra l’azzurro del cielo”! “E questa – commentò mons. Cosmo Francesco Ruppi quand’era Vescovo di Termoli. Questa è l’iconografia, e il concetto dell’educazione, della missione e della funzione dei genitori, degli educatori e anche dei vecchi, benché rimbecilliti”. Questa è l’azione e la funzione più efficace per la loro crescita. Occorre, in sostanza, offrire al piccino oltre al cibo, ai vestiti, alle regalìe, è doveroso infondergli pure sospiri eccitanti “di vita creativa e sana”; aprirlo ai sogni e alle bellezze dell’infinito. Son queste, insomma, le ali immaginate da Gabriel Garcia, le quali devono sollevarlo verso orizzonti fisiologici, intellettivi, spirituali fra panorami di armonia, poesia, bellezza, fede, “Vita”, in un dosaggio di realtà contrapposte che, mano a mano, occorre escogitare e praticare.
Va a capitare che oggi, 31 gennaio, la Chiesa celebri la memoria liturgica di San Giovanni Bosco, acuto “pedagogista del cuore”, grande amico della “Vita”. Nel secolo XVIII, tra innumerevoli vessazioni e, umiliazioni, consacrò tutte le sue incredibili energie, per formare, organizzare e per amare ragazzi abbandonati, e giovani sbandati. Insegnò loro che “l’allegria è la prima scuola di sanità e di santità”. Volle che nei Collegi, e in tutti i suoi Istituti, fosse applicato il sistema “preventivo”, mai “punitivo”! Fondò una delle più grandi multinazionali della Chiesa: l’ordine dei Salesiani e delle “Figlie di Maria Ausiliatrice”.
Sul breviario di oggi leggo questa sua suggestiva esortazione: Se vogliamo farci vedere amici del vero bene dei nostri figli e dei nostri allievi ed esortarli a fare il loro dovere, bisogna che non si giunga mai alla repressione e alla punizione senza ragione e senza giustizia. E’ più facile irritarsi che pazientare. Sarà solo più comodo alla nostra impazienza e alla nostra superbia. Dal momento che sono nostri figli, evitiamo ogni collera o almeno moderiamola. Non agitazione dell’animo, non disprezzo negli occhi, non ingiuria sul labbro; ma accogliamo la speranza dello Spirito. In certi momenti gravi, giova più una raccomandazione a Dio, un atto di umiltà, piuttosto che una tempesta di parole. L’educazione e questione di “cuore”. Studiamo sul come farci amare. Cerchiamo di instillare il sentimento del dovere e del santo timor di Dio, e vedremo, con mirabile facilità, aprirsi le porte di tanti cuori ed unirsi a noi per cantare le lodi e le benedizioni di Colui che volle farsi nostro modello e nostra via”.

Come fare perche' si torni ai.sacri testi all'umano sentire?
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