Vivere la verità
Riflessioni personali sul discorso di Carney a Davos di Sabrina Lallitto . Sindaco di Casacalenda - 22 gennaio 2026 | 10:50
Martedì scorso, a Davos, il Primo Ministro canadese Mark Carney ha pronunciato un discorso che molti storici ricorderanno come uno spartiacque.
Ho letto il testo integrale più volte, e ogni volta sento crescere dentro di me la stessa sensazione: quella di chi finalmente ascolta qualcuno dire ad alta voce ciò che tutti sussurriamo in privato.
Viviamo un tempo fragile.
Lo sappiamo.
Leggiamo ogni giorno di tensioni che si inaspriscono, di alleanze che si sgretolano, di minacce che qualcuno non esita più a pronunciare.
C’è chi parla apertamente di nuovi conflitti, e questa parola – conflitti – risuona con un’eco che credevamo relegata ai libri di storia.
Carney ha usato una metafora potente, quella del fruttivendolo di Václav Havel: quel negoziante che ogni mattina appendeva in vetrina lo slogan “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!” senza crederci davvero, ma solo per evitare guai, per conformarsi, per tirare avanti.
Havel chiamava questo atteggiamento “vivere nella menzogna”. E Carney ci chiede: per quanto tempo ancora continueremo a tenere il cartello in vetrina, fingendo che l’ordine mondiale basato sulle regole funzioni ancora, quando sappiamo tutti che non è più così?
Come cittadina di questa epoca incerta, sento il peso di questa domanda. Per anni abbiamo creduto – o voluto credere – che le istituzioni internazionali, i trattati, le regole condivise fossero sufficienti a proteggerci. Abbiamo chiuso gli occhi davanti alle contraddizioni, alle eccezioni, alle applicazioni selettive di queste regole. Lo abbiamo fatto perché la finzione era comoda, perché ci permetteva di dormire tranquilli.
Ma quella finzione non regge più.
Oggi assistiamo a grandi potenze che usano l’economia come un’arma, che trasformano le catene di approvvigionamento in strumenti di coercizione, che applicano dazi come leve di pressione.
L’integrazione che doveva renderci più sicuri è diventata la fonte della nostra vulnerabilità.
Carney ha detto qualcosa di coraggioso: che il vecchio ordine non tornerà, e che non dovremmo nemmeno rimpiangerlo. Che la nostalgia non è una strategia.
E ha proposto una terza via per i paesi che, come il Canada e come molti in Europa, non sono né superpotenze né disposti a sottomettersi: costruire coalizioni basate su valori comuni, diversificare le alleanze, rafforzare l’autonomia strategica senza chiudersi in fortezze solitarie.
So che molti trovano ingenuo parlare ancora di valori – il rispetto della sovranità territoriale, i diritti umani, il divieto dell’uso della forza – in un’epoca dominata dal cinismo del potere.
Ma è proprio questo il punto: se rinunciamo anche solo a nominare questi principi, se accettiamo che contino solo la forza e l’interesse immediato, allora abbiamo già perso tutto ciò che vale la pena difendere.
Come donna, come cittadina di un’Europa che ha conosciuto le tragedie dei nazionalismi e delle guerre totali, mi riconosco in questo richiamo alla lucidità e alla responsabilità.
Non possiamo permetterci né la complacenza né la rassegnazione. Dobbiamo guardare in faccia la realtà – brutale, instabile, pericolosa – e allo stesso tempo rifiutare l’idea che l’unica risposta possibile sia la legge del più forte.
Il discorso di Carney ha ricevuto una standing ovation.
Trump ha risposto con disprezzo poche ore dopo, affermando che il Canada “vive grazie agli Stati Uniti”.
E ha continuato come un fiume in un discorso che lo avrebbe condannato, qualche decennio fa, a vivere in totale isolamento. Rinchiuso.
Questa reazione, nella sua brutalità, conferma proprio ciò che Carney denunciava: la logica della subordinazione, il ricatto mascherato da pragmatismo.
Ma c’è un’altra verità che emerge da questo momento: non siamo impotenti.
Le medie potenze, i paesi che credono ancora nella cooperazione autentica, hanno una carta da giocare. Possono scegliere di smettere di fingere, di chiamare le cose con il loro nome, di costruire reti di solidarietà basate non sulla paura ma sulla reciprocità.
In un tempo in cui qualcuno paventa nuovi conflitti, in cui le parole di pace sembrano ingenue e quelle di guerra tornano a essere pronunciate con leggerezza, questo discorso mi dà una forma di speranza.
Non la speranza illusoria che tutto si aggiusterà da sé, ma quella più faticosa e concreta di chi sa che togliere il cartello dalla vetrina – vivere nella verità, come diceva Havel – è il primo passo per non essere complici della propria subordinazione.
Il Canada ha scelto la sua strada.
L’Europa deve scegliere la sua.
E noi, come cittadini, abbiamo il dovere di chiedere ai nostri governi di avere lo stesso coraggio: quello di guardare in faccia la realtà e di costruire, insieme ad altri che condividono i nostri valori, qualcosa di più forte e più giusto del mondo che sta crollando.
Perché, come ha detto Carney, “i potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di chiamare la realtà con il suo nome, di costruire la nostra forza in patria e di agire insieme”.
E questo, in fondo, è ciò che ci resta da fare in questi tempi difficili: agire insieme, con lucidità e coraggio, prima che sia troppo tardi.


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RispondiEliminaBrava Sabrina
RispondiEliminaAssolutamente condivisibile
RispondiEliminaLa verità è rivoluzionaria oggi più che mai. Una cultura ricca di valori condivisi nel Noi forse aiuterà a risalire la china passo dopo passo guardando avanti.
RispondiEliminaMio caro Pasquale, le parole di Carney ci conquistano, ma restano parole. L'unica "verità" da affermare è che non sappiamo più dov'è la verità, perché i cosiddetti paesi, che condividono i valori del rispetto dei trattati internazionali e della solidarietà tra i popoli, non sono più individuabili in un momento storico come il nostro, quando basta un capopopolo, dotato di capacità oratorie e di adeguata indole menzognera, a capovolgere la linea politica di uno stato e quindi delle alleanze. La democrazia è in crisi, temo irreversibile, e, se ci guardiamo intorno, non sappiamo più distinguere i paesi che una volta definivamo "occidentali", e quindi accomunati da una condivisa idea di democrazia, sui quali contare per restituire un po' di ordine al mondo. Mentre le destre estreme in Europa estendono il loro richiamo intriso di violento egoismo verso giovani in gran parte non più educati dalle famiglie e dalla scuola al rispetto di norme di civile convivenza, l'Occidente dove lo cerchiamo più? Per noi che ci ostiniamo a credere nei valori che dal secondo dopoguerra abbiamo sostenuto e diffuso, oggi è più Occidente la Corea del sud rispetto all'America di Trump. Di conseguenza l'Occidente ci appare una favola che ci siamo raccontati per sostenere la nostra presunta superiorità rispetto ai paesi in cui con la sopraffazione abbiamo finto di portare la democrazia. Pensiamo all'Afghanistan, all'Iraq, alla Libia, e ancora crediamo che noi occidentali siamo credibili nelle nostre scelte politiche? Se non si risanano le società, ridistribuendo la ricchezza oggi detenuta da pochi plutocrati, se non si restituisce un minimo di fiducia ai giovani con operazioni serie che li inducano a sperare in un mondo migliore, gli incontri internazionali tra capetti non avranno mai esito positivo. Mi trovi, caro Pasquale, troppo pessimista? Spero vivamente di esserlo
RispondiEliminaLa democrazia è in crisi ed ha bisogno della politica, da tempo nelle mani del sistema del dio denaro, il neoliberismo. per tornare. Dipende da chi sente il peso di una situazione che sta mettendo a rischio i valori. Le parole di Carney sono importanti, come altre, e servono per renderci protagonisti di una svolta, sempre più necessaria. L'affermazione del No al referendum può diventare l'inizio di un percorso che, ha bisogno di tempo, per tornare a liberarsi definitivamente di un tempo dominato dal dio denaro che, nel momento in cui non è un mezzo ma un fine, usa la forza, la violenza per raggiungerlo. E, come ben sai, un aspetto che riguarda non solo il nostro Paese, ma il mondo. Il bisogno di un nuovo ordine contempla la pulizia delle storture che hanno caratterizzato e reso debole gli anni dal dopoguerra ad oggi, a partire dalla cancellazione del spreco delle risorse dovuto a un consumismo esasperato. Nei momenti bui, mia cara Nella, approfitto delle parole di un grande maestro, Gramsci, quali: "i *l pessimismo della ragione* ", quale consapevolezza di una realtà da noi ben analizzata, in contrapposizione all'" *ottimismo della volontà* ", che vuol dire mai stancarsi, ma darsi da fare perché le parole non restino parole
RispondiEliminaBellissimo messaggio, del tutto condivisibile.
RispondiEliminaAttualmente sulla faccia della Terra sono emersi personaggi politici (novelli imperatori) strettamente imparentati fra loro dalla condivisione di assenza di valori etici, ignoranza delle problematiche vere di politica, economia e società, mancanza di rispetto civile nei confronti degli altri, soprattutto se diversi, tronfi di idee megalomaniche, assenti di capacità raziocinante e critica, strafottenti, inattendibili, assetati e dipendenti da quella droga che si chiama potere.
Purtroppo spesso siamo indotti a identificare questi personaggi con i cittadini della loro nazione, verso cui finiamo per nutrire gli stessi sentimenti negativi; dobbiamo solo augurarci che siano quegli stessi cittadini, peraltro le prime vittime di quei prepotenti, a ribellarsi e a mandarli...a casa.
Dobbiamo.....Sono pienamente d'accordo. Sono schiavi del dio denaro pronti a eseguire la sua volontà che, non avendo cognizione dei valori, depreda e distrugge. Si è appropria o della politica, ma, essendo un contenitore di valori, non sanno che farsene. Riappropriarsi della politica è la priorità delle priorità, il solo strumento che il popolo ha per governare il proprio territorio, dalogare con altri popoli e dotarsi degli strumenti che servono a ridare fiato e speranze alla nostra madre terra, da tempo a rischio con la perdita di territori, fertilità e biodiversità. Vogliono azzerare il cibo per fare soldi con quello artificiale. Follia!
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