Giustizia, verso il referendum sulla riforma

 di Umberto Berardo


Nei giorni scorsi ho invitato a sostenere la richiesta di referendum del “Comitato per il NO” sulla

riforma della giustizia voluta dal governo Meloni e a votare conseguentemente NO al referendum

stesso cui saremo chiamati, tranne imprevisti derivanti da ricorsi, il 22 e 23 marzo 2026 poiché il

disegno di legge costituzionale pubblicato in Gazzetta Ufficiale col numero 253 del 30 ottobre 2025

è stato approvato a maggioranza assoluta, ma inferiore ai due terzi dei membri di ciascuna Camera.

Nel post ovviamente schematico sui social scrivevo testualmente che l’attuale governo non sta

migliorando o rendendo più celere l’amministrazione della giustizia, ma mira semplicemente a

ridefinire la divisione dei poteri con la chiara volontà di potenziare quello dell’esecutivo riducendo

l’altro della magistratura.

Sappiamo che il referendum confermativo già è stato ammesso dalla Cassazione e che la raccolta

firme, che ha superato le cinquecentomila adesioni, si pone come finalità il rinvio dei tempi

dell’indizione dello stesso referendum, ma questo credo sia positivo per allargare l’informazione, la

discussione e il confronto dando più spazio alla partecipazione su un tema così importante per la

collettività.

Sono consapevole che su tale questione ci sono opinioni molto articolate e talora divergenti e

tuttavia sono convinto che, al di là di polemiche sterili, ciò può rappresentare un motivo per

confrontare idee diverse e fare scelte più consapevoli.

L’auspicio è che ciascuno si esprima con onestà intellettuale stando lontano da pregiudizi e

interessi di parte e guardando unicamente ai diritti e al bene dei cittadini.


Cerco qui allora con grande umiltà e senza alcuna presunzione di esprimere in maniera più

analitica le ragioni per le quali sono contrario a questo tentativo di riforma della giustizia promosso

da Nordio e perciò andrò a votare NO al referendum previsto a marzo augurandomi che il confronto

pubblico, che spero abbia ricchezza di voci e pluralità di opinioni, esca fuori da ogni ideologismo,

dalla saccenteria di chi crede di avere tutte le verità in tasca e sia corretto e rispettoso nel linguaggio

e nelle modalità di comunicazione.

Preciso ciò perché già si leggono, soprattutto sul Web, alcune posizioni che appaiono senza alcun

riferimento al testo della legge di riforma costituzionale approvata dal Parlamento dalla cui attenta

lettura emerge anzitutto la decisione della separazione delle carriere tra magistratura inquirente e

giudicante che prevede di conseguenza la ridefinizione dell’art. 87 nonché dei successivi 102, 104 e

105 del titolo IV della Costituzione Italiana.

C’è chi invoca il diritto dei cittadini ad avere la cosiddetta terzietà del giudice, ma a mio avviso la

riflessione va portata su tutta la complessità della riforma proposta dal governo in carica.

La legge introduce due Consigli Superiori della Magistratura che ovviamente aumenteranno i

costi di gestione sostituendo tra l’altro per la loro composizione al sistema dell’elezione quello del

sorteggio il quale, oltre al rischio di eliminare in chi viene estratto a sorte il principio di

responsabilità, ha un criterio duplice perché è una pura lotteria per i cosiddetti membri togati mentre

avviene su una lista bloccata preparata e votata dal Parlamento in seduta comune per quelli laici.

Non credo, come sostiene l’attuale maggioranza parlamentare, che in tal modo si possa eliminare

il sistema correntizio all’interno della magistratura che tuttavia non ha, come alcuni sostengono,

solo finalità legate alla carriera, ma è costituito da gruppi di orientamento culturale e giuridico

capaci di stimolare il confronto e la crescita sulla via di un’amministrazione sempre più corretta

della giustizia.

Si dimentica oltretutto che la politica ha la stessa strutturazione e nessuno sogna di eliminare i

partiti politici o le correnti al loro interno.


Quando il Consiglio Superiore della Magistratura si è trovato davanti a casi di corruzione o a reati

di traffico d’influenze illecite ha provveduto subito a rimuovere i colpevoli dall'ordine giudiziario

dimostrando appunto che la giustizia ha come unico punto di riferimento l’applicazione della legge.

Sicuramente si saranno potuti registrare a volte dei controlli nelle nomine o rapporti di scambio

tra politica e toghe, ma la soluzione al riguardo non si può trovare né nelle liste bloccate di una

maggioranza parlamentare e tantomeno nel sorteggio.

Gustavo Zagrebelsky dichiara di non comprendere la volontà di distinguere la posizione del

giudice da quella del pubblico ministero soprattutto in considerazione del fatto che oggi entrambi

sono sottoposti unicamente alla legge e il loro compito è quello di difendere i diritti dei cittadini.

Diversi giuristi indipendenti, oltre alla casualità del sorteggio generalizzato, fanno osservare che

l’istituzione di un Consiglio Superiore della Magistratura per i soli pubblici ministeri finirà per

trasformare i magistrati inquirenti in un potere del tutto separato.

Le prassi dell’estrazione a sorte e delle liste bloccate mi pare evidente che tolga ai magistrati il

diritto di scegliere i propri rappresentanti all’interno dell’ordinamento giudiziario.

Proviamo a immaginare che sul piano politico o amministrativo proponessimo di sorteggiare un

segretario di partito, un sindaco o qualunque altro funzionario pubblico!

Questa nuova strutturazione appare con chiarezza una modalità per ridurre l’autonomia della

Magistratura da parte della maggioranza parlamentare del momento e per togliere autorevolezza ai

Consigli superiori con membri decisi per sorteggio.

Con lo stesso sistema di composizione viene prevista nell’art. 4 della legge di riforma un’Alta

Corte per la giurisdizione disciplinare di cui possono far parte solo magistrati “con almeno venti

anni di esercizio delle funzioni giudiziarie e che svolgano o abbiano svolto funzioni di legittimità”.

In poche parole, come sottolinea Gian Carlo Caselli, in essa è prevista la presenza solo dei giudici

della Corte di Cassazione escludendo tutti quelli dei tribunali e delle corti d’appello.

Tra l’altro c’è un comma dello stesso articolo 4 che prevede quanto segue: “Contro le sentenze

emesse dall’Alta Corte in prima istanza è ammessa impugnazione, anche per motivi di merito,

soltanto dinanzi alla stessa Alta Corte, che giudica senza la partecipazione dei componenti che

hanno concorso a pronunciare la decisione impugnata”.

Oggi un magistrato sanzionato può fare ricorso al più importante organo giudicante costituito

dalle sezioni unite della Corte di Cassazione, mentre con la nuova legge tale richiesta andrebbe fatta

alla stessa Corte che ha emesso già la sentenza pur senza i componenti che l’hanno determinata.

È chiaro che qui si elimina il controllo di un organo terzo di fronte alla richiesta di appello e

questo rischia di essere davvero pericoloso.

Avanzare tali critiche al disegno di legge sulla riforma della giustizia non significa negare la

necessità di una giurisdizione disciplinare nei riguardi di errori da parte dei magistrati, ma

sottolineare che le modalità previste sono sbagliate negando procedure razionali al diritto di

autodifesa davanti a un organo giudiziario terzo.

Quanto sopra lascia davvero sconcertati anche in ragione del fatto che il presidente dell’Alta

Corte sarà scelto con la legge di riforma tra i membri nominati dal Presidente della Repubblica o tra

quelli sorteggiati dall’elenco parlamentare.

Ora a me sembra chiaro che per i sistemi di scelta dei membri dei due Consigli Superiori della

Magistratura e dell’Alta Corte disciplinare e per le loro attribuzioni siamo davanti a un

indebolimento palese del potere dei magistrati e, in considerazione del ridimensionamento attuale

del Parlamento con i voti di fiducia e a quello futuro previsto con la paventata legge sul premierato,

i rischi per la democrazia mi sembrano davvero elevati.

Il governo tra l’altro con un disegno di legge sulla riforma della Corte dei Conti ha posto già in

essere un contenimento significativo del ruolo della Magistratura contabile.

Per molti osservatori la stessa abolizione del reato di abuso d’ufficio, pure ritenuta legittima dalla

Corte Costituzionale, come il previsto ridimensionamento dell’uso delle intercettazioni vanno nella

direzione dell’indebolimento dell’azione giudiziaria.


Non so se, come avviene nella quasi totalità degli altri Stati dove è prevista la separazione delle

carriere, anche da noi la magistratura inquirente potrà in qualche modo dipendere in futuro dal

potere esecutivo mettendo in pericolo il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale; in ogni

caso nel disegno di legge firmato da Nordio tutto questo al momento, anche se non dichiarato

esplicitamente, viene già consentito da un sorteggio tra l’altro manipolato con liste bloccate per la

parte laica dei due CSM; in aggiunta mi pare chiaro che le dichiarazioni del ministro sull’utilità di

questa riforma per chi arriva al governo del Paese diano consistenza ai sospetti di chi vede in questo

governo la volontà di un rafforzamento dell’esecutivo ridisegnando i poteri di controllo della Stato.

La stessa Meloni nelle sue dichiarazioni non nasconde la volontà di anestetizzare il potere

giudiziario accusato di non remare nella stessa direzione del governo.

Di sicuro si sta rompendo l’equilibrio tra potere giudiziario, legislativo ed esecutivo e certo

questo sta avvenendo in particolare ad opera della politica ma anche di una parte della magistratura

con delle contrapposizioni che dovrebbero essere ridimensionate dal rispetto reciproco evitando da

parte di tutti di uscire dal proprio ruolo e cercando un confronto senza scontri e imposizioni.

Aggiungo che un razionale disegno di legge di riforma della giustizia in Italia dovrebbe davvero

essere altro da ciò che propone Nordio!

Tra l’altro tutti dovremmo riflettere sul fatto che un sistema elettorale che consente di avere un

premio di maggioranza anche a chi rappresenta solo il 26% degli aventi diritto al voto e un

referendum senza quorum non sono certo criteri che possono fondare un vero sistema democratico.

L’attuale iniziativa politica non affronta e tantomeno risolve i veri problemi di natura giudiziaria

che hanno bisogno di nuove norme procedurali, di tempi più brevi per le varie fasi processuali e

soprattutto della tutela dei meno abbienti liberandoli dai costi degli iter giudiziari.

Al riguardo la relazione annuale della Commissione europea sullo stato di funzionamento della

giustizia nel nostro Paese ne sottolinea i problemi incancreniti: pochi giudici e tantissimi avvocati,

spese legali molto alte in relazione al livello delle cause, tempi lunghissimi per concludere in via

definitiva un procedimento fino all’ultimo grado di giudizio.

La cifra di 100 euro per abitante che spendiamo in Italia per il sistema giudiziario è più alta dei

75 euro della media europea, ma a mio avviso è ancora bassa se vogliamo avere un’efficienza

adeguata del sistema con più giudici, rendendo davvero realizzato l’obbligo del processo penale

telematico introdotto con la cosiddetta riforma Cartabia, approvata nel 2021, che prevede la

necessità di digitalizzare inchieste e processi, migliorando la qualità dei sistemi tecnologici a

disposizione della Magistratura, formando in modo adeguato il personale del sistema

amministrativo e soprattutto finanziando di più il patrocinio gratuito, lo strumento che garantisce il

diritto alla difesa anche a chi non può permetterselo.

Di sicuro ciò richiede investimenti cospicui che potranno arrivare solo da una riforma fiscale più

razionale ed equa e dall’eliminazione dell’evasione fiscale che nessun governo finora ha avuto la

volontà di porre in essere.

Ciò precisato, credo che dobbiamo porre molta attenzione a mettere in discussione l’autonomia e

l’indipendenza della magistratura, del Parlamento, del Governo e del Presidente della Repubblica

perché una divisione equilibrata e un controllo reciproco tra i poteri dello Stato sono tra i pilastri più

importanti di una vera democrazia.

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