resa della politica davanti alla forza
di Umberto Berardo
Nel “Protagora” di Platone si narra della creazione degli esseri viventi sulla Terra ai quali i due
titani Epimeteo e Prometeo cercano di dare delle qualità in grado di permettere a tutti la
sopravvivenza senza prevaricazione reciproca.
Per difendere gli umani Prometeo ruba il fuoco a Efesto e la sapienza ad Atena, ma davanti alla
conflittualità crescente Zeus tramite Ermes distribuisce le virtù del pudore e della giustizia per
permettere di salvare le relazioni reciproche e vivere senza conflitti in comunità.
Alla stessa maniera occorre dotare di qualità specifiche chi vuole occuparsi di politica per
esercitare tale attività in maniera ottimale.
Max Weber nel saggio “La politica come professione” del luglio 1919 le indica nella passione,
nella responsabilità e nella lungimiranza.
Il sociologo tedesco aggiunge poi che la degenerazione della politica come vocazione si ha
quando prevalgono la vanità personale e l’irresponsabilità.
Ovviamente l’impegno in una giusta direzione comporta inclinazione per il lavoro di
elaborazione programmatica che richiede competenze tecniche e giuridiche oltre alla sensibilità,
all’empatia verso gli altri e alla capacità di saper individuare le esigenze della collettività per
risolverne i problemi con le modalità più adeguate.
Nel corso del Novecento la forma e la ragion d’essere dei partiti era nell’organizzazione della
loro vita democratica interna con regole statutarie trasparenti, nella selezione dei quadri dirigenti e
dei candidati sulla base di una specchiata onestà personale e di un curriculum ottimale, nel
radicamento territoriale come nel confronto di base sulle questioni da affrontare.
Nella prima metà degli anni novanta del secolo scorso con le gravi vicende definite
“Tangentopoli” la corruzione ha cominciato a dilagare nei partiti che sono stati sempre più
contagiati nei propri esponenti dalla voglia spregiudicata di arricchimento, dal leaderismo
correntizio, dal verticismo decisionale e dal desiderio di occupazione dei ruoli di potere per
garantirsi prestigio, immagine e infine remunerazioni le quali sono state portate tra l’altro a cifre
scandalose.
Nonostante alcune forze politiche abbiano cercato di vendere al Paese nuove forme fasulle di
rappresentanza diretta e un limite personale ai mandati istituzionali, entrambi poi abbandonati, in
realtà siamo giunti alla creazione di una casta con un ceto dirigente sempre meno competente e
lontano dai principi di riferimento della democrazia partecipativa.
Il criterio dell’uno vale uno ha condotto al carrierismo personaggi dalla preparazione davvero
discutibile che talora hanno finito per occupare i vertici delle istituzioni determinando, anche con
l’elaborazione di leggi elettorali congiunturali e funzionali a interessi di parte, non solo la crisi dei
partiti, ma il declino culturale, sociale, politico ed economico dell’Italia.
Le scelte verticistiche nelle segreterie nazionali hanno prodotto una casta intramontabile di tipo
oligarchico che occupa da decenni i posti del potere a livello nazionale e locale senza alcuna
possibilità di ricambio da parte della base.
I suoi esponenti sono talora sempre più fuori da una formazione di tipo universitario che in altri
Paesi sta producendo invece politici sicuramente più preparati.
Tutto questo è quanto ha trasformato la politica da servizio vocazionale al Paese in un vero e
proprio mestiere con retribuzioni fuori da ogni pudore proprio per scelte indecenti da parte di chi lo
esercita.
Priva di ragioni forti, di rispetto per l’etica, di senso della giustizia sociale e di gratuità del
servizio alla collettività, questa cosiddetta classe dirigente si è ingessata nella presunzione e in un
narcisismo talora davvero grotteschi.
Un processo simbiotico inquinato tra sfera pubblica ed esigenze personali non solo ha portato la
politica all’incompetenza e sempre più spesso all’inettitudine, ma ha generato qualunquismo e
disimpegno.
Non mancano ovviamente eccezioni sia in Parlamento che in città o regioni ben governate da
esponenti con ottime capacità manageriali così come ci sono realtà preservate quasi sempre dal
populismo come le università, il mondo sanitario, le Prefetture o la Banca d’Italia.
Se vogliamo risolvere i tanti problemi aperti in Italia, il rischio che non possiamo permetterci è
quello di consentire alle elites di permanere al potere per lunghi anni senza la possibilità di essere
sostituite da altri magari più preparati.
Una tale politica, arroccata al potere, indirizzata unicamente alla ricerca del consenso clientelare
e incapace di lungimiranza e saggezza nel risolvere i problemi contingenti ma soprattutto di
disegnare la programmazione del futuro, sicuramente affonda nel populismo e genera il fenomeno
dell’astensionismo elettorale causato dalla sfiducia progressiva dei cittadini nelle forme attuali di
rappresentanza che diventano sempre più deboli e inconsistenti.
Le ultime elezioni regionali in Italia ci parlano in alcuni territori del crollo della partecipazione al
voto da parte degli aventi diritto.
Ho già più volte sottolineato il pericolo del disimpegno in un momento in cui i poteri forti del
mondo finanziario sostengono le autocrazie ormai sempre più diffuse nel mondo tentando di
ridimensionare il ruolo dei parlamenti e della magistratura e di rafforzare quello dell’esecutivo che
non tollera più alcun controllo al proprio operato.
Occorre riflettere sul fatto che proprio il potere oligarchico impedisce di regolamentare un
capitalismo selvaggio che, dimenticando il bene comune, ha conquistato i mercati con le logiche
finanziarie amorali delle grandi multinazionali che con l’investimento di ingenti capitali fanno altri
soldi attraverso gli strumenti ingannevoli delle borse valori.
L’ultranazionalismo e l’imperialismo di autocrati come Xi Jinping, Trump, Putin, Netanyahu e
altri ancora ci dicono con chiarezza che la gestione dell’ordine mondiale diventa sempre più
difficile perché non solo stanno mettendo in pericolo il corso dell’economia mondiale, ma perfino il
mantenimento della pace e il rispetto del diritto internazionale come è già accaduto nelle crisi in
Iraq, Afganistan, Serbia, Libia, Nigeria, Sudan, Gaza, Ucraina e più di recente in Venezuela o in
altre zone del mondo e come potrebbe avvenire a Taiwan o in Groenlandia.
Ancora una volta di fronte alla volontà di un autocrate che sta affossando il sistema democratico
interno e torna a considerare l’America Latina “il giardino di casa” le reazioni politiche
internazionali, a partire ovviamente da quelle italiane, si rifugiano nel silenzio o sono talmente
tiepide dimostrando che la crisi della politica ha toccato il fondo sottovalutando essa oltretutto che
la forza che Trump cerca di manifestare col suo bullismo giunto a un delirio di onnipotenza poggia
purtroppo su una situazione economica del suo Paese in grande difficoltà.
La ragione per cui Trump ha bombardato Caracas e sequestrato, non arrestato come scrivono
molti giornali, Maduro non risiede né nel narcotraffico e neppure nel terrorismo, ma nella volontà di
mettere le mani sul petrolio venezuelano impedendo anche che esso venga venduto come oggi in
altre monete come euro, yuan o rubli, piuttosto che in dollari arrecando danni al sistema finanziario
americano.
Su tale questione molti esponenti del Partito Democratico negli Stati Uniti rimangono in silenzio,
mentre Ursula von der Leyen si limita ad auspicare una transizione democratica per il Venezuela e
la presidente Meloni definisce il blitz di Trump un atto legittimo per l’autodifesa piuttosto che
prendere le distanze da un presidente americano che ormai non ha altri obiettivi che difendere gli
interessi economici e imperialistici del suo Paese a danno degli altri.
Non ci si può meravigliare perché il silenzio avvolse anche la cattura del panamense Manuel
Noriega nel 1989 da parte del presidente George Herbert Walker Bush.
Nessuno si è mosso veramente quando Maduro rimestava nel torbido, riduceva gran parte della
popolazione in povertà costringendo molti ad emigrare o incarcerava gli oppositori né ora c’è chi
alza la voce con decisione quando il presidente americano attacca un altro Paese arrogandosi il
diritto di giudicare nel suo Stato al posto di una corte di giustizia internazionale il presidente
venezuelano e la moglie per un’accusa di narcoterrorismo non ancora provata.
C’è chi ipotizza perfino un accordo tra le grandi potenze sul riassetto dell’ordine mondiale per la
redistribuzione delle aree d’influenza e per lo sfruttamento delle risorse del Pianeta.
Guardando lo scenario delle tante crisi aperte così come appare in questi giorni, mi chiedo quale
possa essere il prezzo della pace e purtroppo suppongo che esso debba essere pagato con
l’accettazione del diritto della forza.
Se c’è un motivo per tornare ovunque in piazza, questo risiede nella volontà collettiva allargata di
lottare per opporsi alla follia del ritorno prepotente del pensiero coloniale!
La politica è assente anche sulla decisione di Netanyahu di espellere dalla Cisgiordania e da Gaza
ben trentasette ONG tra cui ActionAid, la Caritas e Medici Senza Frontiere.
L’ONU poi è come se non esistesse, ma noi dobbiamo rafforzarne il ruolo impedendo che
qualsiasi Stato possa diventare il gendarme del mondo decidendo se, quando e come intervenire
nelle crisi aperte nel mondo!
Mentre scrivo abbiamo solo la notizia della riunione del Consiglio di Sicurezza convocato per
lunedì 5 gennaio alle ore 10,00 ora locale di New York e la nomina di Delcy Rodríguez come
presidente ad interim del Venezuela da parte del Tribunale Supremo con endorsement di Trump che
ha scaricato Maria Corina Machado, ma non credo abbia con la sua azione militare segnato la fine
del Chavismo che ora vede in Diosdado Cabello Rondón il suo nuovo leader.
Qualcuno arriva perfino a ipotizzare che il blitz degli Stati Uniti sia stato concordato per tempo
con la Rodriguez.
Trump in ogni caso con l’attacco a Caracas, costato circa ottanta morti, dimostra di calpestare il
diritto internazionale lanciando un chiaro segnale agli altri Paesi del continente americano non
allineati alle logiche imperialiste degli Stati Uniti d’America che vogliono e hanno deciso di
arrivare al petrolio venezuelano rompendo l’asse di quel Paese con Russia e Cina.
Di fronte al silenzio o all’opportunismo della politica sulla questione venezuelana ancora una
volta si alza solo la voce di papa Leone XIV che chiede di “superare la violenza, far prevalere il
bene del popolo venezuelano, assicurare lo stato di diritto e rispettare i diritti umani e civili di
tutti”.
Purtroppo la legge del più forte sta schiacciando la forza del diritto non solo per opera del
terrorismo, ma anche da parte di Stati dove la democrazia è inesistente o al più solo apparenza.
È chiaro che in tal modo si elimina il multilateralismo facendo prevalere gli interessi egoistici
degli imperi che rifiutano ogni forma di regolamento della comunità internazionale.
Le tensioni sociali, la guerra sui dazi e i conflitti armati sono proprio la dimostrazione della crisi
della politica che ormai balbetta su tutto ed è sempre più incapace di sostenere la democrazia reale e
la convivenza pacifica tra i popoli.
Ormai il dominio della tecnologia, dell’economia e della finanza ha ridotto la pratica legislativa
come quella del governo e dell’amministrazione a pura demagogia ed è questa una delle ragioni
principali che ci sta portando alla fine delle democrazie liberali e alle tante forme di democratura.
Il mio Molise è stato condotto da tale politica al rischio serio del fallimento ove fosse bloccato
dal governo il trasferimento straordinario di novanta milioni in caso di non approvazione del POS
2025-2027 e di mancato ripianamento in due anni di circa cento milioni di debito.
Rispetto alle situazioni sopra descritte di certo noi cittadini siamo solo capaci di un banale sdegno
affidato unicamente al Web senza porci la domanda di chi con l’astensionismo o con il voto
clientelare interessato ha permesso che questa nostra società sprofondasse non solo nella negazione
dei grandi principi dell’onestà, del rispetto per l’altro e della giustizia, ma perfino nel rifiuto del
diritto internazionale che ci sta portando a forme gravissime di disumanità.
Non possiamo certo continuare a scivolare su questo piano inclinato d’indebolimento delle
istituzioni o seguitare a sperare nell’autocrate di turno che ci salvi come purtroppo auspicano
sempre più spesso gli elettori inseguendo le sirene della destra illiberale o parafascista.
Il rischio di tale posizione sarebbe un’ulteriore involuzione nel processo democratico e passaggi
pericolosi verso forme di autocrazia che sembrano già interessare perfino Paesi come gli Stati Uniti
d’America da tanti considerati fino a molti anni fa una garanzia per il rispetto dei diritti.
Non è accettabile neppure la rassegnazione di chi si rifugia nell’astensionismo di fronte
all’improvvisazione di soggetti che sono arrivati a occupare ruoli apicali nelle istituzioni fermandosi
talora unicamente a occuparsi delle campagne elettorali senza alcuna idea sulla soluzione dei
problemi impellenti e senza nessuna capacità d’immaginare il futuro.
Abbiamo al contrario la necessità di progettare e praticare lavoro sociale di base perché l’attività
amministrativa e di governo torni a individuare e risolvere seriamente i problemi della collettività
eliminando le disuguaglianze e le ingiustizie che la pervadono.
Rifondare la democrazia su una reale partecipazione, sul rispetto della dignità della persona e
sulla garanzia per essa dei diritti fondamentali è l’unica via che potrà salvarci.
Il fine della politica come attività vocazionale di servizio, fondata sul ricambio generazionale e
sul rispetto dei ruoli nella competenza e nel merito, non può che essere il miglioramento della
qualità della vita di tutti i componenti della società.
Se non vogliamo ridurla, come purtroppo stiamo facendo, a pragmatica ricerca del consenso per
una pura affermazione personale nel potere, è necessario potenziare lo strumento del
coinvolgimento della base migliorando i criteri di scelta nelle candidature, ridefinendo i collegi e
soprattutto riscrivendo la legge elettorale con cui si deve dare ai cittadini la capacità e la libertà
nelle scelte garantendo una piena sovranità popolare.
I principi che devono fondare una politica buona, efficiente e razionale sono quelli di una
democrazia sostanziale e reale che assicuri la partecipazione dei cittadini nelle decisioni da
assumere, la tutela della dignità di ogni persona, la libertà, la realizzazione della pace e della
giustizia sociale, la protezione della famiglia, la cura della salute, la salvaguardia e il rafforzamento
della cultura e dell’educazione, la garanzia del lavoro.
Gi strumenti per raggiungere tali obiettivi non possono essere certo quelli attualmente prevalenti
della sterile contrapposizione ideologica, ma, senza rinunciare ad alcuna forma di dissenso sulle
posizioni irrazionali nelle scelte, occorre fondare il lavoro politico sulle capacità di ascolto,
riflessione, confronto e sintesi rispetto a posizioni diverse o contrapposte.
I riferimenti non possono che essere trovati nella Costituzione Italiana, nella legislazione, nella
magistratura e nei fondamenti delle grandi organizzazioni internazionali come L’ONU, La Corte
internazionale di giustizia e l’Unione Europea che certo devono essere riformate e rese più
democratiche, ma nelle quali occorre riconoscersi per avere riferimenti di garanzia per la tutela del
diritto tra i popoli.

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