A COSA SERVONO I DECRETI SICUREZZA e HANNO CHIUSO IL LAEONCAVALLO_____________
A cosa servono i decreti sicurezza Italo Di Sabato su COMUNE Info27 Ge nnaio 2026
Le norme che sempre più spesso ampliano reati, inaspriscono pene, restringono spazi di agibilità politica e sociale, colpiscono forme di conflitto sociale e di solidarietà non risolvono il dissesto sociale provocato dalle molte crisi in corso, ma si illudono di governarlo con la repressione. Non riducono le disuguaglianze, ma criminalizzano gli effetti
Unsplash.com
________________________________________
La crisi nella quale siamo immersi non è una parentesi né una congiuntura sfavorevole: è una crisi di sistema. Economica, ambientale, sociale, politica e simbolica insieme. È la crisi di un modello che ha progressivamente svuotato lo Stato delle sue funzioni fondamentali, lasciandogli in mano, come ultima risorsa, il potere di punire. I cosiddetti “decreti sicurezza” si collocano esattamente dentro questo vuoto: non come risposta al disagio sociale, ma come suo governo repressivo.
Di fronte alla crisi, i poteri pubblici non hanno immaginato soluzioni nuove. Si sono affidati a ricette già note, elevate a dogma: rigore di bilancio, riduzione della spesa sociale, competizione, riarmo. Queste scelte sono state presentate come inevitabili, come l’unica strategia possibile su scala europea e globale. Il risultato è stato lo smantellamento progressivo di ciò che aveva definito lo Stato sociale del Novecento: sanità e istruzione non più diritti universali, ma opportunità selettive, sempre più condizionate dal reddito.
In Italia, la costituzionalizzazione dell’obbligo del pareggio di bilancio rappresenta la fotografia più nitida di questa trasformazione. Non è solo una norma tecnica: è il segno politico della fine di una stagione storica e delle sue conquiste sociali e civili. Da quel momento in poi, lo Stato non è più pienamente libero di essere anche uno Stato sociale. Può amministrare, controllare, reprimere; molto meno redistribuire, proteggere, emancipare.
Quella che stiamo vivendo è, in questo quadro, la più profonda crisi della sovranità dalla nascita dello Stato moderno. La sovranità è l’essenza stessa del potere statuale: significa non avere un potere sovraordinato, decidere in autonomia, autodeterminarsi. È sempre stata legata alla discrezionalità politica, alla scelta dei modelli sociali, alla gestione della pace e della guerra, alla possibilità stessa della democrazia. Mai, dal primo Novecento a oggi, la sovranità degli Stati era stata così erosa.
La globalizzazione neoliberista ha inciso in profondità su questa indipendenza. Ogni decisione che comporti spesa pubblica è ormai vincolata, sorvegliata, condizionata. I margini di manovra dei governi si sono ristretti fino quasi a scomparire. Ed è in questo svuotamento che si produce una torsione decisiva: se lo Stato non può più garantire diritti, redistribuzione e protezione sociale, cerca legittimazione altrove.
Qui entra in gioco il potere punitivo. Quando tutto il resto viene meno, la punizione resta l’ultima frontiera della sovranità. È come se la sovranità statuale, oggi, coincidesse sempre più con la sovranità punitiva. Il potere di punire è ciò che rimane, ciò che può ancora essere esercitato senza mediazioni, ciò che consente allo Stato di affermare la propria esistenza. Non a caso è un potere ambivalente, opaco, profondamente belligero: difende confini, individua nemici, produce obbedienza attraverso la paura.
I decreti sicurezza servono esattamente a questo. Non a risolvere il dissesto sociale, ma a governarlo attraverso la repressione. Non a ridurre le disuguaglianze, ma a criminalizzarne gli effetti. Da metà anni Novanta in poi, governi di diverso colore hanno concentrato l’azione politica sul volto truce mostrato verso chi vive nella marginalità urbana: migranti, poveri, tossicodipendenti, senza casa, “attivisti”, dissenzienti. Soggetti trasformati in “problemi di sicurezza”, in fattori di disturbo dell’ordine pubblico.
Lo Stato, dissanguato e devitalizzato dalle politiche di austerità e dalla subordinazione ai poteri finanziari sovranazionali, ha trovato nel carcere e nella repressione una sorta di ancora di salvezza. Di fronte al fallimento sociale, ha scelto di salvare se stesso punendo. I decreti sicurezza non sono altro che il dispositivo giuridico di questa scelta: ampliano i reati, inaspriscono le pene, restringono gli spazi di agibilità politica e sociale, colpiscono le forme di conflitto e di solidarietà.
In questo scenario, le forze dell’ordine diventano il braccio armato dello Stato punitivo. A esse viene affidato il compito di contenere ciò che la politica non vuole o non sa affrontare. Parallelamente, si costruiscono regimi di impunità per abusi, violenze, torture, in nome dell’emergenza permanente e della difesa dell’ordine. La sicurezza, così intesa, non tutela i cittadini: li divide, li gerarchizza, li mette gli uni contro gli altri.
L’arbitrio punitivo dello Stato – la possibilità di incarcerare, reprimere, escludere – non è la causa, ma l’effetto del disastro sociale prodotto dalla crisi e dalle ideologie che l’hanno accompagnata. I decreti sicurezza non servono a rendere la società più sicura: servono a rendere il conflitto sociale invisibile o penalmente perseguibile. Sono il linguaggio con cui uno Stato indebolito afferma la propria sovranità residua, trasformando la paura in strumento di governo e il nemico pubblico in fondamento della propria legittimità.-------------------------------------------------------------------------------------A questo interessante articolo di Italo aggiungo, per capire meglio l'animo e le azioni di questo governo che ricorda un triste passato, l'intervista di Duello a Antonio Albanese, un attore e regista bravo che stimo molto
contro il governo: “Hanno chiuso il Leoncavallo, disperdono i giovani per eliminare gli spazi” di Antonio Albanese
Storia di Gennaro Marco Duello su Fanpage.it
L'attore e regista Antonio Albanese non usa mezzi termini quando parla della chiusura del Leoncavallo, lo storico centro sociale milanese sgomberato dove da ragazzo ha mosso i primi passi nel mondo dello spettacolo. In un'intervista a Repubblica, lancia un j'accuse contro una politica che, a suo dire, sta cancellando gli spazi di aggregazione giovanile. "Centro sociale è una parola bellissima"
"Se chiudi un centro sociale, se elimini gli spazi, i giovani si disperdono", dichiara Albanese senza giri di parole. La sua non è nostalgia personale, ma una critica precisa a scelte politiche che considera pericolose per il tessuto sociale del paese. L'attore, di chiaro stampo progressista, rivendica le sue origini: "Vengo da una famiglia operaia, non potevo permettermi altro".
Il popolo non è un'azienda
"Il popolo italiano non è una grande azienda: ci sono persone con poche o nessuna possibilità", ribadisce Albanese. La sua analisi si fa ancora più netta quando parla dell'energia giovanile che ha visto nei concerti di Marracash, Sfera Ebbasta, Fibra ed Ernia: "Un'energia spettacolare. Se non la focalizzi è un danno grande". Il messaggio è chiaro: chiudere i centri sociali significa sprecare e disperdere una forza che andrebbe invece incanalata e valorizzata. E alla domanda su come si affronti il momento storico attuale, Albanese risponde con lucidità: "Non facendosi trascinare ma accantonarlo un attimo, per accumulare energia e affrontarlo insieme ad altri. Sennò a me si alza la pressione
Il nuovo personaggio: il "quasi generale"
Antonio Albanese sta costruendo un nuovo personaggio che promette di far discutere: il "quasi generale". Precisa subito: "Non è Vannacci", anche se il riferimento al generale più chiacchierato del momento, che adesso ha fondato anche un movimento tutto suo, è inevitabile.
"È quasi perché ha il doppio mento e si sa che l'estetica in quei campi conta", spiega con la sua consueta ironia tagliente. "Ma è quasi anche nel linguaggio: quasi guerra, quasi ordine, quasi vittoria". Una satira che sembra colpire dritta al cuore della retorica bellicista e securitaria che domina il dibattito pubblico. Non è la prima volta che Albanese anticipa i tempi. Ricorda di aver interpretato Donald Trump da Fazio prima che diventasse presidente: "Mi aveva colpito il suo modo di fare, il potere mediatico. Era già una figura televisiva potentissima". Uno sguardo che, evidentemente, aveva visto lungo.


Ahimè, quanta lucida analisi e verità in quello che hai riportato
RispondiEliminaBuona domenica
Antonio Albanese un genio, conservo videocassette di suoi spettacoli teatrali di una intelligenza preziosa.
RispondiEliminaNon è con la repressione che si colma il vuoto di valori ed emotivo dei giovani. Oso invece dire che scuola e famiglia devono rivedere profondamente il metodo, i giovani hanno bisogno di ascolto, di ideali, di stimoli e di contenuti. L' autorevolezza crea ammirazione mentre l'autoritarismo crea solo contrasto e ad oggi il quadro politico è un pessimo esempio.
L'empatia stimola il confronto costruttivo, l'imposizione lo uccide e lo spegne
La destra vuole reprimere i giovani, che, per essere futuro hanno bisogno di esprimere tutte le loro capacità e, se e quando ce ne bisogno, la loro rabbia. Hanno bisogno delle cose da te indicate, in pratica di riappropriarsi della politica, quella che pensa, giudica la realtà, propone e indica una strada alternativa a quella attuale e lavorano tutt'insieme per realizzarla.
RispondiEliminaVoglio bene a Italo (più al padre) e stimo moltissimo A. A. La crisi che stiamo vivendo e che ancora non comprendiamo di quello che ci aspetta in un futuro molto prossimo é la sostituzione della democrazia sociale a vantaggio di queste autocrazie e di nazionalismi vari. Se in questo scenario drammatico, le forze alternative a queste ideologie di estrema dx, non riescono a programmare, a organizzare una risposta comune, seria e alternativa, credo che non abbiamo scampo. Se continuiamo a litigare e dividerci su tutto la dx nazionale con le estreme dx che stanno prendendo consensi a livello europeo e mondiale, non avremo possibilità di attuare un serio programma alternativo. Noi saremo relegati ad essere considerati ideologici e fuori dal tempo. Con affetto.
RispondiEliminaConcordo pienamente con te, Tonino, tant'è che provo fastidio quando sento la parola "sinistra", a me cara, e sento solo parole, che fanno comodo a chi governa, e non fatti, azioni che diventano risposte ai bisogni delle persone. Non è un caso che da un po' di tempo è sempre più una minoranza che va a votare. Il No al prossimo referendum, che è anche un NO all'attacco alla nostra Carta Costituzionale, ha, anche la finalità di riportare a votare quanti hanno a cuore un documento sottoscritto da tutte le forze che hanno lottato per liberarsi dalla tirannide fascista. Una storia, durata vent'anni, che rischia di ripetersi se non si corre ai ripari. a partire dai valori della democrazia.
RispondiEliminaInteressante lettura che condivido pienamente
RispondiElimina