17 dicembre 2016

Il granone “Agostinello”, tutto molisano, può, insieme con altre iniziative, rilanciare le aree interne.


 L’altro sabato sono andato  a S. Giovanni in Galdo per seguire la tre giorni della Condotta Slow food “Galdina”, nelle mani di Michela Budino e di Nicola Del Vecchio, impegnati , con il sindaco della bella cittadina prima citata e quello di Campodipietra, a rilanciare, con l’agricoltura sostenibile, il territorio e le attività legate alla promozione, valorizzazione e commercio dei prodotti agricoli fortemente legati alla tradizione e alla qualità.

Questa mattina, su invito del caro amico di tante avventure, Michele Tanno (penso al rilancio della Tintilia),  sono stato a Matrice, per ascoltare un’idea progettuale basata sul recupero e la diffusione della coltivazione del  mais “Agostinello”, dentro il tempio della trasformazione dei cereali, il Molino Cofelice. Una realtà che ha sempre più un ruolo importante da svolgere all’interno di una filiera corta, che vuole parlare direttamente al consumatore e con esso avviare quel dialogo permanente che serve per  dare quelle risposte sicure, soprattutto per ciò che riguarda la qualità e la salubrità di prodotti basilari, quali sono i cereali, con tutte le loro trasformazioni e adattamenti alla cucina e alla tavola.

Cereali, prima di tutto pane e pasta, cioè il nostro cibo quotidiano, fondamentale da sempre, insieme con l’olio di oliva, il vino, le verdure e la frutta, per i popoli del Mediterraneo.

A Matrice, dicevo, all’altezza della stazione ferroviaria, lungo il braccio Cortile-Centocelle, che raccordava il tratturo Castel di Sangro – Lucera con quello che da Celano arrivava a Foggia, non lontano da quel luogo magico segnato dalla stupenda chiesa di Santa Maria della Strada (sec. XII) con la sua leggenda del re Bove e del masso del diavolo.

Ebbene, quel leggero e piacevole sentore di una bella rivoluzione in atto, la più pacifica, che avevo sentito grazie alla condotta slow food Galdine e che coinvolge il territorio più interno del Molise, questa mattina è diventato un profumo inebriante di voglia di ripartire per non abbandonare definitivamente il campo (campagna) e, come recita una scritta sulla parete del molino, fare“un passo indietro per andare avanti”.

Questa volta con un mais tutto nostro l’”Agostinello”, che si semina a maggio e matura ad agosto per dare all’amante della “tolle” (pannocchia),  quella bollita,il piacere di sgranare un qualcosa dal delicato sapore ma dal gusto intenso, piacevole o, per i più esigenti, quella buttata sulla brace o tenuta con un ferro per non bruciarsi. Che dire poi della pizza di granone “Agostinello” sotto la coppa per tagliarla a metà (preparata dalle signore Cofelice)) e imbottirla di peperoni fritti o, volendo, renderla famosa con le verdure (pizz’è foje), un piatto che, al pari della polenta e altri derivati da questo mais o dalla sua farina. merita, una volta formulato il disciplinare di produzione del mais “Agostinello”, il riconoscimento di una indicazione geografica, Dop o Igp.

Altri piatti come la polenta al sugo di pomodoro, preparata per i partecipanti all’incontro voluto dall’Associazione “Arca Sannita”, che ha sede a Ferrazzano, mi ha saziato di bontà.

Solo chi ha in mano i Psr e, di questi tempi, anche le organizzazioni professionali credono alla bontà dei risultati del Psr, una volta erogati i fondi a disposizione e che, come si sa, finiranno nel 2020.

C’è da dire che questi programmi, come altri finanziamenti della Ue, hanno reso il coltivatore quello che prendeva da una mano i soldi, impegnando per una parte anche i suoi, e, con l’altra, passava il tutto all’industria dei trattori e delle attrezzature, a quelle della chimica e alle banche. Infatti, con tutti i soldi erogati nessun coltivatore, a differenza dell’industria, della finanza e delle multinazionali, si è vestito con abiti d’oro. Anzi, dal 2004, l’anno che ha fatto esplodere la crisi dell’agricoltura che ha anticipato di qualche anno la crisi più generale a dimostrazione di un sistema fallito, con il coltivatore che ha pagato  questa crisi a caro prezzo, l’abbandono dell’attività, spesso cacciato da espropriazioni per dare spazio ad altre attività sul proprio terreno, molte delle quali speculative e fonti di tangenti.  


Ecco che ripartire dalla terra - come vogliono fare i giovani di San Giovanni in Galdo e i sindaci di questo paese e di quello vicino, Campodipietra; Michele Tanno con l’Arca Sannita; Cofelice e i coltivatori rimasti - è una necessità se si vogliono creare esempi convincenti per allargare il campo e coinvolgere altri protagonisti.

Esempi convincenti anche per la politica e i gruppi dirigenti di questa nostra Regione, che non ancora hanno capito che il loro domani dipende da una svolta, soprattutto culturale, che è quella di partire dalle risorse e dai valori del territorio e che solo salvaguardando, tutelando, utilizzando e valorizzando questo prezioso bene comune, si può tornare a camminare insieme e affrontare il futuro con la conoscenza e il sogno del domani.

pasqualedilena@gmail.com

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