11 ottobre 2016

No Bolkenstein

di Umberto Berardo

Mercoledì 28 settembre a Roma, in Piazza della Repubblica, c'è stata una manifestazione davvero imponente che ha visto circa diecimila presenze di operatori nel settore del turismo balneare e del commercio ambulante.

È stata organizzata in modo spontaneo ed ha avuto una presenza massiccia soprattutto da regioni come il Piemonte, la Toscana, la Lombardia, il Veneto, la Campania e la Puglia.

Il Molise era presente solo con trenta addetti nel commercio ambulante a dimostrazione purtroppo ancora una volta della scarsa coscientizzazione politica e sociale presente tra i cittadini della regione.

Gli striscioni, le bandiere, le magliette ed i numerosi interventi di imprenditori, di lavoratori e di  uomini politici, tutti di forze politiche all'opposizione, avevano come slogan "N0 Bolkenstein"

I mezzi d'informazione hanno dato scarsissimo rilievo ad un'azione di protesta che ha portato a Roma soprattutto tantissimi commercianti già messi in crisi dalla grande distribuzione e dall'e-commerce ed ora minacciati da una normativa che prevede la messa all'asta da parte dei Comuni delle loro concessioni.

La Bolkestein, contro cui si è manifestato, è una direttiva europea emanata nel dicembre del 2006 che, con la scusa della liberalizzazione dei servizi in Europa, in realtà prevede per prestazioni di pubblica utilità non più la concessione del suolo comunale o demaniale per dieci anni attraverso criteri rispettosi dell'anzianità da parte di enti pubblici come i Comuni, ma delle vere e proprie gare gestite da parte di società private di cui non è difficile immaginare la possibile provenienza.

Tale direttiva europea, ignorata sin qui nella sua applicazione dalla quasi totalità degli Stati membri, è stata recepita dall'Italia con il decreto legislativo n. 59 del 26 marzo 2010.

Tutti i piccoli imprenditori operanti su aree pubbliche sono ovviamente molto preoccupati perché in tali atti legislativi vedono una deriva liberista già presente anche nella sanità, nella scuola come in altri settori e mirante sostanzialmente a privatizzare beni comuni finora gestiti a livello pubblico dallo Stato o da Enti Locali sulla base di garanzia di equità piuttosto che di profitti come sembra chiaro sia perseguibile attraverso le nuove normative.

Oggi ad esempio le leggi regionali che regolamentano il commercio su aree pubbliche prevedono che i Comuni disciplinino non solo la concessione del suolo comunale, ma lo facciano nel rispetto dell'anzianità d'iscrizione alla Camera di Commercio e di frequenza dei mercati, anche se purtroppo, soprattutto nel Mezzogiorno, non recependo la normativa della richiesta del "durc", non si è ancora riusciti ad eliminare abusivismo e concorrenza sleale.

Non  dando più tali garanzie, la Bolkestein porterebbe nei settori economici interessati una precarietà davvero dannosa per le categorie di operatori economici relativi ai servizi su aree pubbliche.

Il mondo imprenditoriale delle oltre duecentomila piccole aziende che hanno organizzato la protesta di Roma ha ottenuto unicamente un incontro informale con qualche funzionario del governo che intanto ha chiesto quale fondamento di natura giuridica avessero le sigle presenti alla manifestazione sostenendo poi che le direttive varate sono irrevocabili; la piazza al contrario aveva chiesto contestualmente deroghe ai provvedimenti ed emendamenti miranti ad escludere dagli stessi tutti i servizi legati al commercio ambulante ed alle imprese balneari.

Al termine della kermesse è stato firmato dalle diverse associazioni presenti un disegno di legge redatto dal gruppo di Torino.

Non sappiamo se la protesta di Piazza Venezia avrà un seguito e se gli operatori scesi in piazza  sapranno trovare  un coordinamento adeguato che mercoledì a Roma è sembrato piuttosto aleatorio.

Una cosa è certa: se lo Stato ha deciso di rendere precario il mondo del lavoro e di privatizzare beni e servizi solo per fare cassa in maniera selvaggia ed inconsistente, è necessario che i comparti interessati si oppongano  in maniera sempre più larga e decisa ad un simile progetto.

Ciò che occorre affermare con chiarezza in primo luogo al governo e poi ai Comuni che dovrebbero applicare tali direttive è che nulla sul piano legislativo è inappellabile e che se ci sono progetti di legge anche già emanati, ma dannosi per la popolazione, essi vanno abrogati o quantomeno emendati  per il bene comune.

Le associazioni di categoria, convocate a suo tempo dal governo, sono state per certi aspetti conniventi sul decreto Bolkestein e sul suo recepimento da parte del governo italiano, incapaci tra l'altro o riluttanti ad opporsi ad un tale provvedimento.

Anche gli operatori dei settori economici interessati hanno preso coscienza dei rischi relativi con troppo ritardo.

Ora, se si vuole contrastare la deriva neoliberista in atto in Europa ed il suo avallo definitivo in Italia, occorre davvero non solo protestare, ma coordinare il movimento di lotta verso forme di azione politica forte con soggetti però in grado di elaborare le strategie necessarie di un'alternativa legislativa che salvaguardi interessi e diritti delle migliaia di piccoli imprenditori.

È questa l'unica direzione giusta

Al contrario trattare, come stanno cercando di fare il governo Renzi o talune associazioni di categoria, sulla durata del periodo transitorio di applicazione della Bolkenstein o su eventuali indennizzi risarcitori sarebbe fuorviante ed ingannevole per gli operatori economici interessati.


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