28 gennaio 2013

NOTA DI NICOLINO CIVITELLA


È stata presentata a Larino la recentissima pubblicazione curata da Roberto Parisi e Ilaria Zilli, Il  Patrimonio Industriale in Molise – Itinerari di un censimento in corso ,  Nuova Prhomos, Città di Castello 2012 – €  20,00

In strumenti & documenti,  collana del Crace  (Centro ricerche ambiente cultura economia)  diretta dal prof. Renato Covino.

Si tratta di un’interessante indagine sull’archeologia del sistema industriale molisano negli ultimi due secoli.  

 

In questa sede, accanto ad una breve recensione, si propongono ulteriori spunti per la lettura del territorio.

Di Nicolino Civitella

 

Venerdì 24 gennaio 2013, presso il circolo La Casina Frentana  di Larino, Rossano Pazzagli, Ilaria Zilli e Roberto Parisi, docenti dell’Università del Molise, hanno presentato  il libro “Il Patrimonio Industriale in Molise”, una ricerca sull’archeologia industriale nella nostra regione. Presenti tra i relatori anche la dott.ssa Virginia De Vito, neolaureata in scienze del turismo, e il sociologo Berardo Mastrogiuseppe. Coordinatore dei lavori, l’amico Pasquale di Lena.

Il volume si articola in una sezione introduttiva, in tre successive parti nelle quali viene sviluppato il tema oggetto della ricerca, e in una sezione conclusiva, o d’appendice, che contiene una ricca documentazione fotografica.

La sezione introduttiva, oltre alla presentazione del lavoro da parte del prof. Renato Covino, docente presso l’università di Perugia e presidente dell’AIPAI (Associazione italiana per il patrimonio archeologico e industriale), nonché responsabile della collana che ospita il volume, contiene anche una nota dei curatori, prof.  Parisi e prof.ssa Zilli. Nella nota i due docenti presentano la pubblicazione come l’avvio di un percorso di ricerca proiettato verso ulteriori sviluppi nel settore peso in esame. Un intendimento questo che è chiaramente reso esplicito nel titolo della stessa nota: “Itinerari di un censimento in corso”, titolo che compare già in copertina, a segnalare sin da subito che la pubblicazione rappresenta solo il primo tassello di un progetto a più ampio respiro.  Sempre nella nota, tuttavia, preliminarmente  essi si soffermano a sottolineare l’importanza dell’Archeologia industriale (recentissima disciplina di ricerca) come strumento di valorizzazione della memoria legata alle attività manifatturiere e alla loro stretta connessione con il territorio,  e sotto questo profilo, dunque, una disciplina non solo rivolta alla preservazione delle residuali tracce materiali sul stesso territorio, peraltro utilizzabili in un più ampio contesto di turismo culturale, ma anche una disciplina utile a ricostruire le trame di un tessuto produttivo, per poterne coglierne quei fattori fondanti che, oltre a favorire una più puntuale e approfondita conoscenza della realtà presa in esame, possono anche fornire indicazioni riguardo a condizionamenti futuri.

Per le successive tre parti.  Nella prima viene tracciato un articolato profilo dei tratti che hanno connotato in passato la realtà industriale della regione Molise (tre saggi, rispettivamente di Ilaria Zilli, Rossano Pazzagli e Roberto Parisi);  nella seconda vengono presentate  diverse schede sulle industrie manifatturiere, le industrie idroelettriche e le infrastrutture, (autori vari); nella terza, infine, Giorgio Palmieri si sofferma su infrastrutture e attività proto industriali in due centri molisani: Riccia e Sepino.

A chiudere il volume, come si diceva, un atlante  fatto di una ricca documentazione fotografica su edifici, macchinari e siti relativi al patrimonio archeologico industriale della regione. 

Gli autori del volume non sfuggono ad un preliminare interrogativo che sorge spontaneo  dinanzi all’argomento oggetto di ricerca: Ma ha senso parlare di archeologia industriale in una regione la cui l’attività manifatturiera  ha avuto  sempre un ruolo minimale, dato il contesto economico generale ad impronta quasi esclusivamente rurale?

La risposta è, senza incertezze, affermativa.

L’archeologia industriale non può far riferimento solo alle dismissioni delle grandi industrie, poiché l’attività manifatturiera, quale che sia la sua dimensione, lascia comunque una propria impronta sul territorio, a segnalare gli equilibri che si sono realizzati negli assetti produttivi, e perciò stesso ogni suo reperto è comunque portatore di un significato che merita di essere focalizzato e messo a punto.

È evidente che in questa ottica la significanza sorge non in relazione all’oggetto residuale in sé, come potrebbe accadere per la grande dismissione industriale, quanto piuttosto in relazione al più ampio territorio e a tutte le attività che in esso si sono realizzate. Un’archeologia dunque che non esamina l’oggetto della propria ricerca isolandolo dall’ambiente in cui esso ha svolto la sua funzione produttiva, ma lo esamina, invece, contestualizzandolo. Il che, ovviamente, sollecita la disciplina in direzione di una operatività a più forte carattere interdisciplinare.

Ma entriamo più direttamente nel merito dell’indagine.

Limitandoci agli ultimi due secoli, ossia da quando la provincia di Molise si è costituita come entità amministrativa autonoma, si rileva che la  realtà industriale molisana ha avuto sempre una modesta dimensione, si rileva inoltre che essa si è limitata, tranne rarissime eccezioni, ad operare entro i ristrettissimi limiti dei mercati locali, ha realizzato prodotti di bassa qualità, è stata generalmente restia alle innovazioni tecnologiche ed ha avuto un profilo sempre strettamente connesso al predominante mondo agro-pastorale.

L’ampia attività pastorale  ha alimentato soprattutto opifici di filatura e tessitura della lana, ma solo per il mercato interno ( il grosso della lana veniva esportata allo stato greggio), e ovviamente, la produzione casearia, ma anche la concia delle pelli; la produzione cerealicola, che ha avuto nel tempo un andamento variabile in ragione di fenomeni storico sociali, ma che comunque si è andata viepiù affermando come coltura prevalente, ha alimentato le attività molitorie, ampiamente diffuse sul territorio, e dei pastifici, pur tuttavia sempre limitate al soddisfacimento di bisogni locali ( queste ultime attività, prima hanno utilizzato l’energia idrocinetica e, dalla fine dell’800, via via l’energia idroelettrica); la diffusione dell’olivo, soprattutto nel Basso Molise a partire dalla metà dell’800, ha portato alla installazione di frantoi, azionati prima con energia animale e umana, poi con energia elettrica. A queste attività vanno aggiunte quelle legate alla lavorazione dei metalli, sempre di modestissime dimensioni, ad eccezione di quelle per la produzione dei coltelli (Frosolone e Campobasso), le uniche che raggiungevano mercati extraregionali; poi,  quelle legate all’edilizia, soprattutto a patire da fine ‘800; infine, le cartiere di Isernia le cui produzioni raggiungevano la capitale del regno preunitario, ma poi via via scomparse.

Mulini, frantoi, filatoi, telai, siti di centrali idroelettriche, per quel che ne resta, costituiscono il nostro patrimonio archeologico industriale, testimonianza di un profilo produttivo mantenutosi sempre entro proporzioni modeste e incapace, per questo, di elevarsi al livello dei veri e propri processi di natura industriale. Quali le ragioni? La  pubblicazione segnala l’orientamento a privilegiare le attività agro-pastorali, la marginalità territoriale, la scarsità delle infrastrutture viarie con conseguente condizione di isolamento delle popolazioni, la limitata capacità del sistema economico complessivo di determinare accumulo di capitali. Tutto giusto. E tuttavia sotto il profilo delle ragioni, a me pare che si possano chiamare in causa ulteriori fattori che a me sembrano non proprio marginali sia per la comprensione della fragilità di quel sistema produttivo sia  per la comprensione della fragilità di quello odierno. In particolare faccio riferimento alla polverizzazione degli insediamenti demografici, all’assenza di grandi centri urbani e  alla progressiva frammentazione della proprietà fondiaria

Per quanto riguarda la polverizzazione degli insediamenti e l’assenza di grandi centri urbani si potrebbe obiettare che a tali questioni si fa implicito rinvio allorquando si fa riferimento alla marginalità del territorio regionale rispetto ai crocevia dei traffici, ma tuttavia ciò non toglie l’utilità di una loro specifica messa a fuoco, poiché una simile attenzione  può agevolare una più chiara lettura sia degli assetti economico-sociali realizzatisi sul territorio sia della condizione antropologico-culturale della popolazione.

La presenza di uno o più grandi centri urbani sul territorio, anche in un contesto di dominante economia agricola, genera un rapporto città- campagna certamente positivo per le produzioni agricole, ma genera sul territorio anche un più articolato assetto sociale, poiché la città è il luogo delle professioni, dei commerci, dell’artigianato. E l’intero sistema che ne deriva è più in grado di favorire accumulazione di capitali, utile per garantire al territorio una capacità di sviluppo auto propulsivo. Non a caso il sorgere della società industriale si è connotato come fenomeno essenzialmente urbano.

L’assenza sul territorio regionale di un grande centro urbano e la polverizzazione degli insediamenti demografici hanno impedito le dinamiche del rapporto città-campagna,  hanno mantenuto ad un livello più piatto gli assetti sociali, hanno reso il sistema non in grado di creare accumuli di capitali ( esito al quale ha concorso lo stesso fenomeno della progressiva frammentazione fondiaria), hanno mantenuto le attività produttive esclusivamente legate ai bisogni territoriali, hanno infine favorito il mantenimento di residui di feudalità per un lungo periodo.  Tutti elementi, questi, che hanno reso il sistema complessivo incapace sia di tenere il passo delle innovazioni sia di favorire la nascita di uno spirito di imprenditorialità. Per di più,  se si considera la già richiamata polverizzazione degli insediamenti demografici e la loro condizione di isolamento, si può comprendere come il modello dei rapporti sociali di tipo comunitario (vicinato, parentali, amicali) si sia a tal punto radicato da  costituire una vera e propria connotazione antropologica delle popolazioni, una connotazione che contamina negativamente i modelli di relazione sociale regolati dalla norma formale e impersonale (da qui il pervasivo sistema clientelare che soffoca la regione, impedendole di perseguire obiettivi di efficienza.).

Può risultare interessante a questo punto esaminare le dinamiche economiche e sociali che si sono sviluppate sul territorio regionale nella seconda metà del secolo scorso, alla luce del quadro dianzi delineato.

Al censimento dell’agricoltura del 1951, la dimensione aziendale media  della nostra regione risultava di poco superiore a 6 ettari e le aziende per l’89% erano a conduzione diretto-coltivatrice; la dimensione media di queste ultime era di poco superiore a  4,5 ettari. Nello stesso anno il settore primario assorbiva il 75% della popolazione attiva.

Dunque, una regione ancora ruralissima, ma con un tessuto produttivo molto fragile, come dicono i dati relativi alle dimensioni aziendali, una fragilità che risulta ben più grave se si considera la disarticolazione sul territorio di ciascuna azienda agricola.

La crisi economica portata dalla guerra ha generato una fuga dai campi che ha assunto una dimensione biblica. È   interessante però osservare come tale fuga si sia verificata , pur se in tempi diversi, con due diverse modalità:  l’emigrazione, prima (anni’50-70), e poi il sempre più largo ricorso all’istruzione come strumento di promozione sociale. La prima modalità ha provocato un rapido crollo demografico, la seconda ha anch’essa alimentato in parte il flusso migratorio, ma prima ha favorito l’approdo nel settore dei servizi, in particolare quelli pubblici che dagli anni ’70 in poi hanno conosciuto una rapida espansione.  Su questo versante non è errato sostenere che la massa di nuovi diplomati e laureati ha anche costituito una significativa spinta verso un’ espansione patologica del settore pubblici regionale.

Le attività agricole  della residua popolazione rimasta nei campi per sopperire alla mancanza di manodopera hanno  fatto ricorso alla meccanizzazione (fenomeno peraltro reso possibile esclusivamente grazie a contributi pubblici), però non hanno subito processi innovativi sul piano delle strutture produttive e delle riconversioni colturali, e ciò in conseguenza sia dell’invecchiamento della stessa popolazione sia per la persistente scarsa fiducia riposta in tali attività.

Il  complesso delle attività produttive extra agricole di natura autoctona ha conosciuto a sua volta processi di trasformazione, anche significativi, però le aziende si sono mantenute, con rare eccezioni, entro i ristretti limiti della dimensione artigianale, con una produzione destinata ad esaurirsi in grande misura all’interno del mercato locale.

In questo panorama l’industria di media o grande dimensione non poteva che giungere dall’esterno, allettata naturalmente da aiuti pubblici, e non deve  destare alcuna  meraviglia l’assenza di un suo proficuo rapporto di interscambio con il territorio, poiché tale assenza trova la propria naturale spiegazione nel  limitato spirito di imprenditorialità  che il territorio è in grado di esprimere.

Se esaminiamo nell’insieme gli effetti prodotti da tutte le dinamiche considerate, il quadro che ne risulta si può sinteticamente così tratteggiare:

-nuovo assetto della popolazione in rapporto al territorio, con svuotamento delle aree interne e concentrazione della residua  popolazione in aree territoriali più delimitate, senza tuttavia determinare una situazione che configura il dinamico e positivo rapporto città-campagna ;

- terziarizzazione della società;

- spostamento dell’asse di riferimento per il complesso delle attività extra agricole, un tempo funzionali agli assetti del mondo agricolo, oggi invece funzionali all’assetto terziarizzato della società;

- sovradimensionamento patologico del settore dei servizi pubblici;

- un sistema di medie e grandi imprese che sono in grado di sopravvivere solo in presenza di risorse finanziarie esogene oppure in presenza di una maggioritaria o totale partecipazione pubblica.

-una complessiva classe dirigente di basso profilo, e quella politica particolarmente sprovveduta.

Si potrebbe continuare, ma tanto basta per affermare che il complessivo sistema socio economico regionale, pur essendo stato interessato nell’ultimi sessant’anni da modificazioni radicali, non è riuscito ad emanciparsi da una secolare condizione di fragilità e sostanziale marginalità, e ciò in ragione del fatto che  alcune connotazioni di fondo presenti nel vecchio sistema sono rimaste sostanzialmente invariate. 

Nota conclusiva. Ormai sono venti  anni che la nostra regione è sede di università. All’epoca della sua istituzione era una speranza. Oggi, a distanza di un ventennio, forse sarebbe opportuno fare qualche bilancio.

 

 

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