di UMBERTO BERARDO

    Merita una lettura non superficiale perché fa capire che la guerra è un grande inganno  di criminali incalliti affamati di potere e di denaro

Davanti alle immagini del telegiornale che quasi tutti i giorni ci pongono di fronte alla crudeltà di una tragedia come la guerra mia moglie Anna ha esclamato: “Abbiamo perso la coscienza del male!”. Proprio questa sua espressione mi ha stimolato a trattare il tema relativo alla diffusa indifferenza sulla disumanità da cui siamo circondati.

La definizione di un concetto del male ha impegnato filosofi, teologi, psicologi e scienziati di ogni epoca. Al di là della sua origine e dell’idea che possiamo averne come mancanza, assenza di bene ovvero concreta azione malvagia, di sicuro siamo davanti a un fatto ontologico. Il male esiste e ne facciamo esperienza sistematica ogni volta che l’ecosistema e la normalità della vita sono minacciati dal pericolo, dal dolore e dalla disperazione che segnano negativamente la nostra esistenza personale e quella collettiva. Ce n’è uno determinato da cause naturali, ma anche un altro di carattere morale originato dalla perversità umana. I suoi tratti sostanziali sono la violenza, la devastazione, la malvagità, la perfidia, l’umiliazione dell’altro e nei casi più gravi la soppressione della vita a singoli o a intere comunità. Il male può essere diretto e temporaneo quando è costituito da azioni precise come la guerra oppure strutturale e istituzionalizzato quando ad esempio nelle discriminazioni razziali si calpesta la dignità degli esseri umani.

Non possiamo pensarlo come un’eccezione mostruosa e disumana perché nella storia è ininterrottamente presente a livello individuale o esteso producendo sempre effetti negativi. Rudolf Steiner sosteneva che la propensione al male risiede nel subconscio di ogni persona. In una conferenza a Berlino nel 1914 invitava a coglierne il tratto fondamentale, ma anche la via per liberarsene affermando che “tutto il male umano procede da ciò che chiamiamo egoismo. In tutta la portata e la gamma del ‘male’, dalla più piccola svista al crimine più grave, sia che l’imperfezione o il male abbiano origine più nel corpo o nell’anima, l’egocentrismo è il tratto fondamentale che sta alla base di tutto… e che la via che conduce al di là del male qui nel mondo fisico è quella nella quale combattiamo l’egocentrismo

Tutta la Bibbia è attraversata dal mistero del male e non mancano passi in cui trova spazio il potenziale della dura aggressività. Nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi 2,7 Paolo di Tarso usa il termine Mysterium Iniquitatis (mistero dell’iniquità) che non è una figura apocalittica, ma indica il volto nascosto del male che agisce dissolvendo la verità, oscurando la coscienza e spingendo all’empietà.

Agostino d’Ippona, prendendo le distanze da gnosticismo e manicheismo, che affermavano l’esistenza di due principi eterni e contrapposti (il Bene e il Male), sostiene che tale dualismo negherebbe sia l’onnipotenza di Dio che la libertà umana; perciò egli afferma che il male non ha una realtà propria, ma sarebbe privazione del bene e quindi non effetto della creazione, ma risultato di un suo uso distorto. Siamo in realtà davanti a ciò che in un giudizio etico diffuso viene definito contrario alla morale e che la maggior parte dei filosofi a partire da Plotino ha teorizzato come un “non essere” o un “non valore”.

Immanuel Kant definisce il male radicale la tendenza connaturata nell’uomo ad allontanarsi dalla legge morale mentre in generale le religioni lo vedono nella negazione di Dio con la possibilità di superarlo solo fuori dall’egoismo e dalla volontà di potere.

Il Cristianesimo scorge poi nella figura e nel Kerigma di Cristo l’opportunità di redenzione dal peccato come male individuale e sociale. Più discutibili sono le tentate spiegazioni sull’origine e il superamento delle negatività di carattere naturale quali i disastri tellurici o le malattie.

Di sicuro l’esercizio del male ne prevede l’accondiscendenza quando chi lo pratica, ma anche chi lo organizza o lo gestisce, vi aderisce pienamente compiacendosi della propria malvagità e godendo talora perfino dei suoi effetti. Molti scrittori si sono occupati del tema, ma credo che chi ne ha avvertito più degli altri la drammaticità e l’angoscia esistenziale è stato Fëdor Michajlovič Dostoevskij che davanti alla scelleratezza e alle azioni malvagie invita certo ad avere pietà, ma anche a chiamarle con il loro unico nome che è l’aberrazione spaventosa proveniente dal sottosuolo dell’animo umano.

Le neuroscienze dimostrano che il cervello è una mescolanza di bene e di male come proprietà innate e stampate nei geni mentre la specificità di ognuno sarebbe dovuta ai neuroni mirror, che ci permettono di comprendere le azioni e i sentimenti degli altri, come alla famiglia, all’ambiente, alle esperienze personali e agli esempi provenienti dalle relazioni umane.

Secondo Freud l’istinto del male sarebbe sempre presente nella natura umana ed è a mio avviso del tutto evidente che può essere superato solo promuovendo un’articolata cultura quale abbiamo conosciuto da intellettuali, profeti e in generale da persone votate alla promozione del bene e al superamento almeno degli effetti del male che talora nella storia e nell’attualità diventa un mistero, ma soprattutto un’inquietudine esistenziale perché ci troviamo più in generale davanti al problema dell’incomprensibilità del mondo nella sua interezza.

La libertà di scegliere, che per fortuna abbiamo come dono, è ciò che occorre promuovere per compiere azioni razionali che possano impedire le tragedie naturali e soprattutto umane di cui è piena quella che chiamiamo civiltà umana. Sarebbe ora di smettere d’imputare a Dio lo stato in cui versa questo nostro mondo e assumersene la responsabilità quantomeno per errori o omissioni comportamentali.

Intanto gli atti malvagi vanno analizzati, distinti ma soprattutto prevenuti e, ove in corso, stigmatizzati e condannati con iniziative di non violenza attiva perché poi il danno che recano non lascia alcuno spazio alla spiegazione o all’espiazione. Di fronte ai tanti gravi episodi di genocidio, che abbiamo avuto e abbiamo anche oggi come sterminio programmato di un popolo, credo che occorra ricordare l’affermazione di Friedrich Nietzsche nel saggio “Al di là del bene e del male” dove egli sostiene che la portata effettiva della morte di Dio non riguarda solo l’aspetto religioso ma anche la questione morale che diventa essenziale per la convivenza umana. Dalla storia presumo abbiamo imparato che il male ha avuto e tuttora ha delle personificazioni tremende e tuttavia di certo la morte di tiranni criminali non estinguerà la malvagità perché altri torneranno a delinquere creando vittime innocenti.

Di sicuro il male non è momentanea assenza di bene, ma va ricondotto in gran parte all’imperfezione, alla fragilità e alla fallibilità degli esseri umani.

Già Pio XII sosteneva che l’aspetto più grave del tempo che viviamo è aver smarrito il senso del peccato o, se volete, accettare la trasgressione delle regole democraticamente condivise. La caduta di tensione etica personale e collettiva ci ha portato nella coscienza a perdere la percezione della gravità del male al punto che siamo arrivati addirittura a tentare di vanificarlo giungendo a pensare che possano esistere guerre “giuste” sperperando incredibili somme di denaro in armamenti invece d’investirle per una qualità della vita decente per tutti. Le cause di tale condizione umana vanno ricercate anzitutto nel fenomeno della secolarizzazione con cui si è cercato di distanziarsi e poi emanciparsi dal sacro e dal divino in un primo tempo e poi da ogni regola valoriale, sociale e costituzionale così che autocrati sempre più numerosi sostengono che l’unico limite alle loro azioni è nella propria morale personale. Lo strutturalismo poi con la sua tesi di un agire deterministico privo di libertà e sotto la spinta di meccanismi senza controllo soggettivo porta a considerare il male non più legato alla responsabilità individuale.

C’è ancora chi tende erroneamente ad attribuire la causa dell’iniquità e dell’ingiustizia solo alle strutture sociali deresponsabilizzando i singoli.

Di fronte a tale situazione è del tutto evidente che occorre ridare a quello che i cristiani chiamano peccato una dimensione religiosa, etica e giuridica ma anche una valenza allo stesso tempo individuale, sociale e universale. Il male di carattere personale per i credenti trae origine dalla trasgressione del rapporto con Dio, immaginando che ciascuno di noi possa diventare arbitro del bene e del male, ma in ogni caso sicuramente per tutti deriva anche dall’inosservanza dei principi di vita che l’umanità si è data con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e con le diverse Costituzioni.

La società in cui viviamo sta sempre più tentando di destrutturare la democrazia verticalizzando il potere, liberandolo dai controlli e disconoscendo il ruolo di grandi organizzazioni come l’ONU o la Corte Internazionale di Giustizia. Insieme ai valori saltano i principi del diritto internazionale e la follia politica di despoti senza più regole sta portando il mondo verso un imperialismo neoliberista che genera guerre, morti, distruzioni e nuove forme di genocidi che disegnano un orizzonte davvero buio e ingovernabile.

L’egoismo ci conduce alla prevaricazione sugli altri e all’oppressione di popoli indifesi giustificando la violenza come una necessità.

A livello finanziario sul piano borsistico o nel mercato delle criptovalute come nel caso Epstein, ma soprattutto nei conflitti aperti per ridefinire mercati e aree d’influenza emerge un’oligarchia di miliardari, di tecnocrati e di uomini d’affari che si muove ormai impunita in un mondo fuori da ogni regola di carattere politico o morale.

Cambiano forse i contesti, ma ciò che sta accadendo oggi nel mondo ci dice che la disumanizzazione dell’altro ritorna in maniera inquietante a Gaza, in Ucraina, nel Sud Sudan, in Iran e in tante altre realtà spesso ignorate dai sistemi di comunicazione.

Di sicuro ci sono decisioni politiche verticistiche di una gravità sconcertante mai condivise con gli organi rappresentativi e con l’opinione pubblica che manca di contrapposizione decisa alle stesse e talora ne diventa anche schiava e succube.

Di fronte a un quadro così drammatico è chiaro che, dopo aver cercato di definire e analizzare il problema del male che abita in modo così pervasivo la storia, è assolutamente indispensabile attivarsi per tentare in qualche modo di eliminarne cause ed effetti. Ciò oggi non è molto semplice anche per le fake new derivanti spesso dall’intelligenza artificiale le quali, senza indagini di ricerca adeguate, ci rendono difficile distinguere il vero dal falso e il bene dal male. È per questo che si sente sempre più l’esigenza di quella che oggi viene definita etica digitale.

Proviamo allora a delineare delle soluzioni per impedire la disumanità da cui siamo sempre più circondati. Credo esse vadano ricercate contestualmente in paradigmi di carattere religioso, culturale, economico, sociale e politico. Il riferimento alla sacralità della vita e ai principi presenti nei testi delle grandi religioni con una lettura non superficiale e legata alla centralità del messaggio può sicuramente aiutare a liberarsi dagli idoli dell’egoismo, del potere, della ricchezza e della presunzione diventando fattori di giustizia e di pace piuttosto che di violenza e di guerra. Altrettanto indispensabile è la promozione di testi capaci di guidare alla bontà e all’onestà in ogni azione intrapresa.

L’istruzione e l’educazione poi devono acquisire strutture, metodologie e criteri operativi in grado di garantire alle nuove generazioni una maturazione fondata su un sapere solido nei contenuti, su uno spirito critico adeguato e un orientamento al bene comune. Siamo davanti a un tema sicuramente fondamentale per una pedagogia liberante che voglia insegnare a sconfiggere nelle storie dei singoli ogni principio negativo e distruttivo. La coscienza del male, oggi sempre più assente nell’indifferenza innocentista individuale e collettiva, va riacquisita attraverso una profonda operazione introspettiva capace di farci conoscere e riconoscere la violenza presente nella condizione umana al fine di dominarla e impedire che produca i tanti danni che oggi, spesso impotenti, osserviamo nel mondo.

È quanto chiede Dio a Caino in Genesi 4, 6-7.

E l’Eterno disse a Caino: “Perché sei irritato? perché hai il volto abbattuto? Se agisci bene non rialzerai il volto? ma, se agisci male, il peccato ti sta spiando alla porta, e i suoi desideri sono rivolti verso di te; ma tu lo devi dominare!”.

Senza la responsabilità del controllo dei moti interiori mettiamo in scacco la nostra libertà di scelta. L’istintività comportamentale a livello interpersonale e interumano genera sempre scenari di violenza e di guerra che di solito assumono i tratti di veri e propri massacri le cui cause scatenanti bisogna saper analizzare e riconoscere perché sempre più spesso sono diverse da quelle dichiarate. La banalità del male di cui parla Hannah Arendt consiste proprio in questa incapacità di dialogare con la propria coscienza perfino con autoassoluzioni rispetto al proprio comportamento, ma anche nell’inadeguatezza di riconoscere il male, come è accaduto in tanti di fronte al nazismo, o peggio ancora nel tentativo di giustificarlo come abbiamo fatto asserendo di voler esportare la democrazia con guerre “umanitarie” che invece avevano e hanno solo scopi legati alla natura di un cinico e becero colonialismo imperialista.

Insomma credo che Hannah Arendt ci abbia insegnato come il male stia nella rinuncia a pensare e nell’adesione a un sistema che abbatte il senso critico e decide al posto nostro.

È quanto si evince d’altronde dal best seller “LE BENEVOLE” di Jonathan Littell. Karl Jaspers poi su qualunque progetto di sterminio rifiuta giustamente una narrazione del male con la ricerca di colpevoli circoscritti parlando invece di una colpa “metafisica” allargata a quanti vi aderiscono o restano indifferenti.

Il male insomma va sempre condannato, senza se e senza ma, perché non è mai giustificabile. Credo sia per questo che l’ultima invocazione della preghiera del “Padre nostro” è quella che chiede a Dio di liberarci proprio dal male e di tenerci lontani dalla tentazione di compierlo.

La domanda fondamentale è se l’Universo e chi lo abita possono essenzialmente affrancarsene.  Certamente da alcune forme come la morte, i cataclismi o certe malattie è oggi purtroppo ancora impossibile, mentre per quelle generate dagli esseri umani l’opportunità di una liberazione concreta esiste sicuramente. Di fronte alla malvagità incombente talora ci si sente impotenti. La coscienza di ognuno di noi deve allora quantomeno impegnarsi a denunciare ciò che è inaccettabile e far crescere il seme della bontà e del bene comune.

La logica del profitto e dell’arricchimento senza limiti che è alla base del sistema capitalistico non consentirà certo di migliorare i rapporti tra i popoli e di superare il nazionalismo e l’imperialismo che rappresentano le cause essenziali delle guerre e della violenza che cancellano diritti e negano ogni giorno la sacralità della vita umana e l’integrità dell’ecosistema.

Rispetto alle gravi tensioni internazionali ha ragione il presidente Sergio Mattarella a sostenere che il contesto grave in cui viviamo deve richiamare ciascuno di noi alle proprie responsabilità. 

Abbiamo allora bisogno anzitutto di difendere e rafforzare la democrazia nel mondo perché le decisioni partecipate e condivise garantiscono la serenità di vita molto più di quelle verticistiche e dittatoriali. La famiglia inoltre ha bisogno di essere sostenuta a ogni livello per riassumere un ruolo educativo fondamentale soprattutto per far fronte ai pericoli del web, abbandonato senza alcuna forma di regolamentazione a un’anarchia nell’informazione in cui prevalgono sempre più violenza, turpiloquio, polemica e fake new. Di sicuro costruiremo la pace a livello interpersonale e mondiale solo con una cultura della non violenza e della giustizia sociale che purtroppo ancora oggi è assente dai sistemi scolastici anche per il fatto che nello studio della storia e più in generale nell’informazione continuiamo a dare prevalenza a elementi negativi come le guerre piuttosto che porre in risalto chi cerca d’impegnarsi per il bene e la giustizia sociale.

Certamente non hanno ancora molto spazio nelle scuole figure come Lev Tolstoj, Mohandas Karamchand Gandhi, Martin Luther King, Aldo Capitini né si tenta di fare una ricerca adeguata sul pensiero non violento e le sue caratteristiche. Pur riconoscendo la presenza della brutalità nella storia, i movimenti non violenti si pongono come un modello ideale di comportamento nella soluzione dei problemi occupando sempre più una posizione centrale all’interno delle questioni geopolitiche.

Davvero il sistema educativo contribuisce poco a delinearne i principi ispiratori ma soprattutto le strategie comportamentali molto articolate e ben tratteggiate in proposito dall’Enciclopedia Treccani: il negoziato, l’agitazione, la dimostrazione, l’ultimatum, lo sciopero, il boicottaggio sociale, il digiuno, l’obiezione fiscale, la non collaborazione, la disobbedienza civile, ripartita in difensiva e offensiva, il governo parallelo. Ci sono sistemi operativi che possono liberarci politicamente da oligarchi pericolosi contrapponendosi alle loro scelte dissennate.

I boicottaggi e la disobbedienza civile di Gandhi per la liberazione dell’India, il movimento pacifico di Martin Lhuter King per i diritti civili degli afroamericani e da ultimo l’esperienza della “Flotilla” sulla questione di Gaza ci hanno dimostrato che l’azione popolare non violenta, ispirandosi all’ahimsā gandhiana come assenza della volontà di nuocere, non si identifica affatto con la passività, ma sceglie azioni legate al neologismo indiano satyāgraha che indica la forza della verità e prevede, come precisato sopra, azioni concrete di contrapposizione alla violenza istituzionalizzata. Si tratta di movimenti fluidi a reticolo, non gerarchizzati e sempre più appoggiati da confessioni religiose cristiane come quella cattolica e protestante ma anche da formazioni politiche democratiche. Il punto è che la contrapposizione al male non può essere costituita da episodi isolati, ma ha bisogno di azioni di massa continue e senza sconti finalizzate a eliminare ogni comportamento disumano che obbedisce all’egoismo d’interessi economici individuali o nazionali.

In questi giorni qualcosa sembra muoversi non tanto a livello politico ma nell’opinione pubblica anche perché l’intero Occidente con il conflitto allargato aperto in Medioriente rischia la stagflazione. Negli Stati Uniti d’America sabato 28 marzo otto milioni di cittadini in 3.300 piazze si sono mobilitati con le grandi manifestazioni dei No Kings in opposizione alle politiche di Trump.    In migliaia a Tel Aviv sono scesi in piazza per la fine della guerra a Gaza su sollecitazione del Forum delle famiglie degli ostaggi e dei dispersi. Anche a Roma nella stessa data c’è stato un corteo molto partecipato contro guerre, riarmo e derive autoritarie.

La Commissione episcopale per i problemi sociali, il lavoro, la giustizia e la pace ha già diffuso il testo del messaggio dei vescovi dedicato alla Festa dei Lavoratori del 1° maggio 2026 in cui, condannando le politiche di riarmo e il crescente incalzare di conflitti bellici, si evidenzia che “tra l’azione collettiva per la pace e quella per la guerra c’è una differenza fondamentale: una guerra distrugge le vite umane, il benessere di interi Paesi, danneggia l’ambiente, invece l’economia nei tempi di pace contribuisce allo sviluppo dei popoli”.

Il documento dei vescovi invita poi a non trasformare gli aratri in lance e a dare centralità al lavoro negli investimenti perché “la guerra è il grande inganno”. 

Nella storia ci sono sempre quelli che provocano odio e spingono alla violenza e altri che diffondono i semi del bene. Sono questi ultimi che dobbiamo proporre ad esempio perché non prevalga la malvagità e possiamo riuscire a sradicare almeno una parte del male presente nel mondo.

UMBERTO BERARDO è originario di Duronia (CB), dove continua a vivere. Si è laureato in filosofia e pedagogia ed è stato docente nella scuola secondaria di primo grado per trentasei anni in Molise. Scrittore e saggista, è da anni impegnato in attività di educazione permanente, ma soprattutto nello studio del territorio e nella ricerca culturale. Collabora con giornali, riviste e siti telematici con interventi su temi etici, sociali, geopolitici e di attualità. Impegnato da credente nella Chiesa e in particolare nella Caritas Diocesana di Trivento, è coordinatore della Scuola di Formazione all’Impegno sociale e Politico “Paolo Borselino”. La sua attività letteraria ha visto fin qui sei pubblicazioni personali e altre curate con altri autori.

Commenti

  1. Maria Grazia Barbusci1 aprile 2026 alle ore 20:18

    Interessante lettura di una analisi profonda dell' essere umano e del vivere. Dio ci ha consegnato il libero arbitrio che è responsabilità individuale, ogni singolo essere incide sul pensiero collettivo. Il male non viene subìto, viene permesso, viene alimentato e partorisce violenza. Così il singolo individuo, così la collettività. Curare sé stessi per primi se si vuole curare l'umanità, la coscienza è la madre di tutte le scelte

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  2. Ed è per questo che la terra è stanza e impaurita dal clima Impazzito.

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