19 febbraio 2017

Emigrazione e migrazione

di  Nicola Picchione

I panni della sposa-foto di Nicola
L’emigrazione iniziata a Bonefro nel dopoguerra ( seconda ondata) fu una vera emorragia che rese il paese anemico. Il bisogno muove le persone. Alcuni bonefrani erano andati “volontari” finanche nella guerra di Spagna e d’Africa per necessità. Si emigra, dunque, per bisogno. Occorre però anche un’altra molla: la voglia di migliorare. A parità di condizioni economiche c’è chi emigra e chi no. Il migrante è un insoddisfatto che cerca di progredire, anche a costo di sacrifici. Chi lasciava la terra o la bottega si avventurava in terre a lui sconosciute, non importava se fuori o dentro l’ Italia. Era insoddisfatto delle sue condizioni. Sapeva di andare incontro a difficoltà. Chi andò nel nostro Nord patì spesso gli stessi disagi e le stesse umiliazioni di chi andò all’estero, se non maggiori. Terroni disprezzati, considerati ignoranti anche quando non lo erano, considerati invadenti e rumorosi e fastidiosi anche quando non lo erano - come i bonefrani silenziosi, chiusi, votati al lavoro, gelosi della propria dignità - si vedevano rifiutata la casa in affitto. Esistono filmati nei quali si vedono uomini del Sud trasformati da contadini in operai della FIAT di Torino dover andare a dormire alla stazione per poi affrontare 10 ore di lavoro alla catena di montaggio. Italiani erano ammassati in baracche in Germania. Impararono presto che non si doveva dar fastidio alle ragazze, non si doveva urlare nei bar, non si doveva gettare la carta a terra; ma dovettero aspettare molto per avere stima e rispetto. L'emigrante deve sapersi adattare per essere accolto dal Paese che lo ospita ma senza perdere la memoria del Paese dove è nato: due vite in una. Un innesto non sempre facile.
I bonefrani si diffusero in America e in Europa. I più fortunati andarono in Canada Lasciarono la famiglia, la casa, la terra, le tradizioni. Affrontarono mondi e culture diversi con la volontà di progredire e allontanare i figli dalla miseria. Molti fecero fortuna ma non tutti riuscirono ad ambientarsi. Raccontava mio padre che emigrò in Canada nel 50 che molti sarebbero tornati subito indietro se avessero avuto i soldi per il viaggio e se non avessero avuto il pudore per una troppo rapida sconfitta. Si sentiva dire: “Non gli fa aria”. Non era questione di aria ma di diversità, di sentirsi respinti, non capire e non essere capiti. L' emigrato deve affrontare una realtà colma di disagi non solo materiali. Si partiva illudendosi di guadagnare molto con poco lavoro ritenendosi avvezzi sin da piccoli al lavoro duro poi si scopriva un mondo impietoso nel quale occorreva produrre molto. All’inizio bisognava accettare lavori umili (sembra di descrivere una realtà oggi tanto vicina a noi e che non riusciamo più a capire). Mi raccontarono di C. che abitava sulla Cittadella. Un giorno d’estate nell' Ontario stava spargendo sulla strada il bitume; sudato, sporco, nero si sentì urlare in dialetto da un’auto in corsa sulla metà libera della strada: “ C. quest’ è Amèric’ eh?”. Alzò la testa. Pensò (come poi raccontò): “Chi è questo figlio di buonadonna?”. Era- ma lui non lo seppe mai perché l‘auto continuò la corsa - un paesano che viveva a Montreal e passava là .
I vecchi, quelli della prima ondata di emigrazione che erano tornati a Bonefro, lo avevano raccontato: l’ America è dura, nessuno ti guarda in faccia, ti fa guadagnare ma ti umilia, non sei più un uomo, sei uno strumento di produzione. Ma i giovani non credevano. L’ America era il sogno. E i molti che tennero duro furono compensati poi col benessere e i loro figli che a Bonefro sarebbero rimasti contadini o, se fortunati, piccoli impiegati hanno fatto grandi progressi e conquistato anche posti di potere e di prestigio. Perché il bonefrano è (era) duro, non cede, sa stringere i denti.
Andare in Canada non era facile. Bisognava superare una serie di ostacoli. Dovevi trovare innanzitutto uno che ti facesse l’ “atto di richiamo”. Poi uno che ti garantisse la sopravvivenza a sue spese in caso di bisogno. In pratica, dovevi trovare uno con la cittadinanza canadese che trovasse un datore di lavoro che ti facesse la richiesta scritta da presentare alle autorità. Per farlo il datore di lavoro voleva essere pagato. Mio padre dovette trovare 100 dollari (erano tanti, allora; bisognava fare debiti) da inviare per uno sconosciuto che gli facesse l’atto di richiamo. Poi l’amico, procurata la chiamata, doveva impegnarsi (nero su bianco, sul Comune canadese) che avrebbe provveduto lui a sostenere l’emigrante in caso di bisogno. Questo era il primo passo, il più importante. Ricordo mio padre che aspettava l‘atto di richiamo: quando doveva passare il postino si affacciava cento volte dalla bottega di falegname sulla strada- matita sull'orecchio, sigaretta in bocca, martello o sega in mano- poi da lontano vedeva il postino che sapeva e gli faceva cenno con le dita: niente, non ho niente per te. E mio padre si guadagnava l’ inferno, prendendosela con i santi e si procurava l’ulcera allo stomaco fumando sigarette. Dopo occorreva il passaporto. Poi tutta la famiglia doveva andare dal radiologo indicato dal consolato canadese per fare una lastra del torace: nessun membro della famiglia doveva essere malato. Finalmente si aspettava la chiamata del consolato da Roma. Altre uscite dalla bottega di mio padre in attesa della chiamata ad intravedere la comparsa del postino, altri santi all’aria, altre sigarette. Intanto si informavano su di te: se eri “pulito”, se non eri comunista. Le notizie le davano ufficialmente i Carabinieri ma si sapeva che le davano anche il prete ed altri. Qualcuno non riuscì ad emigrare perché comunista. Venuta la chiamata, tutta la famiglia doveva andare a Roma, al consolato. Per tutte queste faccende i bonefrani ricorrevano ad agenti di viaggio. C’era una donna di un paese vicino che si interessava degli emigranti. Li accompagnava a Roma, procurava il biglietto di viaggio in nave, sbrigava le varie faccende burocratiche. Era robusta, bionda ossigenata, con le labbra dipinte e le unghie lunghe smaltate di un rosso brillante. Fumava, anche. Doveva essere, per quei tempi, una donna in gamba. A ripensarci, doveva essere venuta da lontano. Forse aveva capito che piazzarsi in una zona di emigranti e dare la propria disponibilità a risolvere tutti i problemi burocratici le avrebbe fruttato buoni guadagni. I cafoni erano inesperti di viaggi, buoni solo a lavorare. A Bonefro una così non poteva sfuggire ai pregiudizi. La chiamavano “ Signòr’ “( con la o aperta per distinguerla dal signore maschio) ma quando non c'era si riferivano a lei dicendo: “ e' vist quellu zucc'lon' di M.?” Non c’è da meravigliarsi. Le nostre donne vestivano scuro, col fazzoletto che copriva il capo; in chiesa erano ben separate dagli uomini. Di smalto nemmeno a parlarne e il fumo era solo quello del camino che ti entrava negli occhi quando c’era vento. Quel mondo chiuso da secoli nelle sue tradizioni e nelle sue regole non poteva non vedere con sospetto e disprezzo chi quelle regole ignorava, anche se prestava un servizio utile. Non cambia il mondo: i diversi sono sempre sospettati e tenuti da parte. Toccò anche a loro, agli emigranti bonefrani, quando saranno lontano.
A Roma doveva andare tutta la famiglia, era un gran viaggio. Per molti (donne e ragazzi, gli uomini avevano fatto il militare) era il primo lungo viaggio. In terza classe con duri sedili di legno, la locomotiva che lenta sbuffava come un bue sotto sforzo. Ma per i ragazzi era una gioia respirare il fumo nero del carbone prima che sfioccasse nel cielo, vedere da lontano qualche paese che non era diverso dal proprio ma sembrava di attraversare un altro mondo. Nel consolato canadese c’era uno stanzone enorme, pieno di gente che proveniva da tante parti. Del Sud, prevalentemente. Quasi tutte famiglie numerose. Accalcati, in tanti seduti a terra. Abiti scuri da festa, coppole nuove. Volti tesi, scavati, scuri. In ansia peggio di un esame. Si aspettava per ore. Bisognava che tutti i membri della famiglia fossero visitati dal medico e trovati sani. Poi l’aspirante emigrante entrava dal “console”(un funzionario) e veniva interrogato a lungo. Se veniva ritenuto idoneo, aveva la gioia di vedersi mettere il visto sul passaporto. Quando uno usciva, era quasi assalito: come è andata, ti hanno preso? La domanda era superflua: lo capivi dal viso se era andata bene o male. Se tutti i preparativi, i soldi mandati al datore di lavoro, la gratitudine all’amico che si era interessato a te, se le ansie avevano avuto un risultato positivo o tutto era stato sprecato e dovevi rimanere in paese, perdente, condannato a continuare a sudare e bestemmiare (se la bestemmia fosse un peccato mortale- come sostengono i preti- la maggior parte dei bonefrani di allora sarebbe tra le fiamme eterne). Ricordo quando uscì mio padre. Ero un ragazzo ma certi momenti non si dimenticano. Lo avrei riconosciuto anche da lontano, era alto tra quegli uomini tutti bassi ma io e mia madre eravamo in attesa il più vicino possibile alla camera dove era entrato. Uscì pallido e teso poi fece un sorriso. “Mi hanno preso, disse, ma qualche figlio di buonadonna (disse, veramente, un’altra parola) deve avere scritto una lettera anonima”. Era riuscito ad avere l’atto di richiamo come lavoratore agricolo anche se non era contadino. Si era preparato a sembrare contadino, andava a prendere il sole nell’orto, zappava per farsi più calli alle mani sulle quali strofinava gusci di noci per scurirle. Il “console” gli aveva detto a muso duro: tu non sei contadino ma lui aveva insistito, si era dichiarato pronto a parlare di agricoltura (chi a Bonefro non sapeva qualcosa di agricoltura?). Per prova aveva mostrato una licenza agricola da militare. “Allora tu sei fascista?” gli disse il funzionario. Bisognò spiegargli che allora il fascio era su tutti i documenti ( non avrebbe capito se gli fosse stato aggiunto che quasi tutti gli italiani erano a modo loro fascisti). Per fortuna c’era un impiegato italiano che confermò. Alla fine, il “console” disse. “ Ti metto il visto ma tu non sei contadino”. Tralascio il commento di mio padre.
Forse a quel funzionario che chiuse un occhio debbo se ho potuto studiare. Quando si dice il destino.
Tutto questo era il preludio alla partenza.
Le partenze erano tutte eguali: si preparava una grande cassa di legno (conservo ancora quella di mio padre oltre al biglietto della partenza da Napoli sul Vulcania e il suo primo passaporto con quel visto). La cassa conteneva di tutto, come se si andasse in un deserto. Quasi a portare con sé parte della casa, degli oggetti familiari. Per non sentirti solo, per illuderti di avere ancora vicino parte di ciò che hai lasciato. Biancheria, alimenti compreso olio e salsiccia ( per sicurezza hai fatto saldare anche il coperchio da mast’ Rom’l’ ) che regolarmente all’arrivo erano sequestrati.
Il giorno della partenza la casa si riempiva di amici che venivano a salutare. Venivano presto, sedevano in cerchio. Non era proprio un giorno di festa. Le frasi sembravano più di incoraggiamento che di gioia. “ Allora- diceva banalmente qualcuno tanto per rompere il silenzio- è arrivata la partenza?”. Quasi ti aspettavi che qualcuno mormorasse la parola consueta per la scomparsa di una persona cara: “rassegnazione”, anche se poi ti augurava buona fortuna. Era una sorta di addio, si andava in un altro mondo: il desiderio di andar via, di cercare fortuna era sopraffatto dal dolore della partenza. Si lasciava un genitore anziano che forse non si sarebbe più rivisto; si lasciava la propria casa. Chiudevi per sempre la bottega dove avevi lavorato, cantato, sperato; dove entravano gli amici a parlare. Dove ti chiamavano mastro. Dove eri padrone di te stesso e del tuo lavoro. O lasciavi il campo che avevi comprato con grandi sacrifici, dove avevi sudato, dove avevi visto crescere il grano e sperato in un buon raccolto. Si lasciavano la moglie e i figli. Tutto quello che ti era sembrato un miraggio e che ora è alla tua portata, quel nuovo mondo che sognavi ora ti sembra quasi minaccioso.
Qualche amico si raccomanda di fargli l’atto di richiamo: una sorta di catena, anello dopo anello. Poi arriva l’auto che ti porterà alla stazione e sono gli addii. Vedi allontanarsi la casa mentre tutti ti salutano con le braccia alzate finché l’auto non scompare dietro la curva; le case spariscono, giri la curva del Ciciliano, giri la Crocella, percorri quella strada che conosci quasi sasso per sasso. Il bivio, l' Acqualata, i Montazzoni. Quando sei sul treno,il paese ti sembra già lontano. Gli occhi tornano asciutti. Pensi al futuro. Pensi che quando tornerai sarai diverso.
Non si portavano dietro solo i bagagli, gli emigranti. Si portavano una pesante valigia carica di tradizioni, di regole ritenute assolute. Il rispetto degli anziani, della parola data; il senso anche esasperato della famiglia e della gerarchia familiare, la consuetudine di tenere nel chiuso della casa i propri problemi ( n'n t' fa sepé i fatte tè); l'abitudine a limitare le esigenze consumando poco e risparmiando. Si andava verso il benessere che liberava dal bisogno ma si lasciava l'aria limpida del proprio paese; si barattavano le strade piccole e silenziose con il traffico e i rumori. Non più le vie per S. Vito o per la Fisca o per Collefreddo simboli di un lavoro millenario, non remunerativo, pesante come una maledizione; non quelle piccole fontane sparse per la campagna ognuna col suo nome come una fedele alleata. Il caffé di Col' d' Stef'n o la cantina di Colabella sostituiti da bar moderni dove incontrarsi la domenica per sfogarsi, parlare il proprio dialetto, chiedere notizie.
Si partiva con l'idea ereditata dal fascismo caduto da poco che gli italiani sanno fare tutto e sono i migliori e si sbatteva contro la delusione d'essere giudicato ignorante, chiassoso, magari sospettato di mafia.
Non sarà duro soltanto il lavoro. Bisognerà camminare in salita, guadagnarsi non solo il pane ma anche la stima, giorno dopo giorno sino a sentirsi diverso. Integrato. Si impareranno, tuttavia, tante cose; le vedute si allargheranno, il gusto si affinerà. Ci si misurerà con gli altri scoprendo le proprie capacità e anche i propri limiti. Si capirà che non siamo i migliori come ci eravamo illusi sull'onda della demagogia fascista. Si avrà una diversa visione del mondo e delle persone. Non si guadagneranno solo soldi.
Anche gli altri saranno diversi. I tuoi figli saranno cresciuti e forse ti raggiungeranno prima che tu possa tornare. Se avrai fortuna. Se verranno da te, se verrà anche tua moglie sarà la rivoluzione definitiva della tua vita. Dovrai accettare anche ciò che prima ti sembrava assurdo. Dovrai liberarti di tante idee nelle quali credevi. Dovrai sembrare moderno, senza pregiudizi. Dovrai sopportare tante innovazioni, in nome della libertà di ognuno. Potrai conservare qualche vecchia abitudine ma sarai costretto a rinnegare parte delle tue radici. Fingerai di essere diventato moderno, elastico, comprensivo. Finirai anche tu col parlare magari con quell’ accento bastardo che non è del Nord e non è più del tuo paese del quale ridevi; oppure- se andrai in America- imparerai parole strane che finirai con storpiare; dirai “ya” al posto di scin’ e job al posto di lavoro: la terra che ti ospita finirà per apprezzarti, per ricredersi su tanti pregiudizi sul Sud ma dentro di te rimarrai uno sradicato, estraneo nella nuova terra e quasi estraneo se torni al tuo paese. Soffrirai la nostalgia della tua terra se rimarrai per sempre lontano; soffrirai la nostalgia della nuova terra se tornerai in paese.
Di tutto questo ti renderai conto lentamente. Il tempo di farci il callo. Per ora pensi solo al lavoro. Per il lavoro parti: per ciò che, speri, il lavoro darà a te e alla tua famiglia.
Lentamente la catena della fortuna si allunga. Goccia dopo goccia, il paese si dissecca. Braccia dopo braccia perde le forze che si spandono nel mondo . Una sorta di esplosione di una bomba che manda schegge in ogni parte. E sembra una fortuna. Non solo la via dell’estero. Il Nord del nostro Paese reclama forza lavoro, manuale e intellettuale. Non cambia mai, il Nord: cresce con le braccia degli altri che tuttavia accoglie con sospetto spesso anche con disprezzo e che tende ad emarginare, che considera inferiori, dei quali diffida. Il Lecce-Milano sbuffa col suo carico umano di terroni che emanano sentore di sudore accumulato e penetrato nella pelle come un tatuaggio, come un marchio, con le valigie di cartone legate con lo spago accatastate negli scompartimenti, nei corridoi, nei gabinetti. Le stazioni delle grandi città del Nord rigurgitano di folle che si portano dietro carichi di sofferenze, storie di miserie e molta voglia di cambiare. Il Nord accoglie con supponenza: non sa che anche lui dovrà cambiare. Quelli che considera i suoi servi saranno i suoi cittadini, la sua forza.
Case un tempo affollate si svuotano, ammuffiscono. L’ ufficio postale (allora non c’era la Banca) accumula risparmi.
A Bonefro, in quel periodo, escono persone entra carta moneta.
Spesso si trovava un amico, un parente che ti ospitava o ti trovava una pensione. Non sempre si trovava subito lavoro specie se arrivavi con l’inverno alle porte. Non solo non si poteva mandare danaro a casa ma non si poteva pagare la pensione. Mi raccontava mio padre che venne Natale e non aveva ancora trovato lavoro, nemmeno il più umile. La padrona di casa, di Montelongo, cercava di consolare lui e Michele, l’ amico col quale era partito da Bonefro: “Non preoccupatevi, finito l’inverno troverete lavoro e mi pagherete”. A pranzo fu messo un grande tacchino ma loro due ne presero un pezzetto piccolo. Avevano fame ma non avevano il coraggio di prenderne di più anche se la padrona li incoraggiava. Michele batteva il piede sulla gamba di mio padre, sotto il tavolo: se ne avesse preso un altro pezzetto, ne avrebbe preso anche lui. Non trovarono il coraggio e quel tacchino durò molti giorni.
A Montreal i paesani si ritrovavano al bar tra “papinò e santacaterina” . Il loro saluto non era: “Come stai?” ma “Tieni a jobba?”. E' lo stesso spettacolo che vediamo oggi nelle nostre città con gli stranieri che si incontrano la domenica: ogni gruppo etnico in un luogo tacitamente convenuto per parlare la propria lingua, per avere notizie del proprio paese, per sentirsi meno soli. Guardati con diffidenza.
Mi scuso per alcuni ricordi personali ma ho voluto testimoniare con l’esperienza diretta che cosa voleva dire emigrare. Per dare un’idea della vita dell’emigrante, occorrerebbe uno spazio ben maggiore di quello- già eccessivo- che ho preso in questa annotazione. Bisognerebbe parlare anche delle mogli che rimanevano in paese. L’unico mezzo di comunicazione erano le lettere. Qualche foto aggiornava l’aspetto, il volto. Non sentivi più la voce e potevi quasi dimenticarla: quando rividi mio padre dopo alcuni anni, chiesi a mia madre se lui avesse cambiato voce: non la riconoscevo. Si aspettava con ansia che arrivasse la lettera, unico legame materiale, e se tardava qualche giorno erano preoccupazioni e paure. Anche quando si pensava ad altro, quando si appariva sereni il pensiero della lontananza era incombente. Ho ancora il ricordo di un giorno d’estate, pochi mesi dopo la partenza di mio padre. Mia madre era a cucire con la sua migliore amica, la moglie di Michele emigrato con lui. Una giornata d’ estate luminosa e fresca, di quelle che riescono a farti sentire ottimista e allontanano i cattivi pensieri. La porta era aperta, sulla strada. Loro due parlavano serene. Poco lontano si fermò il camioncino di un ambulante. L’altoparlante cominciò a trasmettere la voce di Claudio Villa che cantava una vecchia canzone: Terra straniera, quanta malinconia. Smisero di colpo di parlare; i loro occhi si riempirono di lacrime.
Lascio cifre e analisi sull’emigrazione dei bonefrani a chi ha altra autorità e altra professionalità (molti dati sono sui libri mai abbastanza lodati di Michele Colabella). Le mie note hanno scopo diverso e più umile. Non sono analisi, non sono racconti : non hanno lo stile né delle une né degli altri. Sono soltanto un semplice richiamo al nostro passato non troppo remoto, un invito a ricordare e a guardarci indietro che, ogni tanto, non fa male.
L’ emigrazione ha oggi un significato concreto e attuale, anche se per noi diverso. Oggi siamo noi l’ America per i poveri del mondo che, però, praticano un sistema diverso, la migrazione. Qualche anno fa Eco ha puntualizzato la differenza tra emigrazione e migrazione. La prima è regolamentata, esige documenti e patti precisi. Esige soprattutto che sia il Paese ospitante a chiamarti, sulla base delle sue esigenze e secondo le sue regole. La migrazione avviene senza regole. Arrivi anche se non sei chiamato. Ti nascondi, corri più pericoli. Sogni il paradiso e diventi spesso vittima di chi ti sfrutta per darti pochi danari. Per sopravvivere rischi di diventare violento. La schiavitù non è passata. L’uomo è sempre stato un migrante, così ha popolato la Terra. Interi popoli si spostavano. In genere usavano la forza, l’invasione, sempre spinti dal doppio bisogno materiale e psicologico. Venivano inutilmente contrastati con mura alte o fossati, battaglie. La fame fa vincere. Poi vincitori e vinti si amalgamavano e nascevano nuovi popoli e nuove civiltà. Nuovi linguaggi: i milanesi sono orgogliosi del loro essere lombardi e parlare una lingua che deriva anche dai longobardi invasori. Oggi i migranti non arrivano con le armi ma è invariata la determinazione a rimanere. Noi non siamo in grado di respingerli: non possiamo o non vogliamo. A cominciare da chi li disprezza ma poi va avanti con il loro lavoro. Ma questi sono altri discorsi. Si rischia di cadere nella politica che, invece, deve rimanere lontano da queste note riguardanti Bonefro com’era e, credo, come erano tanti altri paesi poveri di questa nostra terra ora rivestita con panni nuovi e non più laceri che talvolta ostenta come un povero arricchito.
Bisognerebbe parlare anche dell’ emigrazione di coloro che avevano studiato e non trovavano sbocchi soddisfacenti in paese.
Emigrazione e migrazione sono emorragie gravi: sintomo di depressione soprattutto economica ma per se stesse malattie debilitanti il territorio di partenza. Forze fisiche e intellettuali che causano ulteriore deterioramento. E’ come se preparassi un campo, lo seminassi, lo curassi e al momento del raccolto lo abbandonassi. Ma anche queste sono considerazioni di sociologi e intellettuali, lontane dai propositi di queste che chiamo semplici annotazioni .
Forse sarebbe bene se qualcuno annotasse i racconti dei vecchi bonefrani tornati dall’estero ancora viventi. Sarebbero testimonianze preziose. Si capirebbero meglio non solo il passato ma anche tanti aspetti della vita attuale, nostra e di altra gente.
Luglio 2008
Nicola Picchione

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