10 ottobre 2015

Luna calante, è tempo di raccolta

 La raccolta, l’insieme di voci, suoni, canti, profumi, sapori e tanti tanti colori che aprono il cuore all’attesa di un altro nuovo anno, al sogno e alla speranza

Quando l’albero mostra di avere un buon 75% delle sue olive colorate è tempo di raccogliere per mettere nell’orcio quantità e qualità dell’olio.
Ci siamo, è tempo di cominciare la fantastica avventura, la raccolta, che stai preparando da giorni: con lo sguardo al cielo che, a occidente, lascia vedere la luna appena illuminata dal nuovo giorno; le visite mattutine all’oliveto, per capire lo stato dell’invaiatura e della maturazione delle olive, ma, anche per scambiare due parole con il re degli alberi; la preparazione delle attrezzature che servono per la raccolta a mano (le cassette, le reti, i pettini, le bacinelle da mettere a tracolla, il pettine con il legno lungo per raggiungere le olive nascoste tra i rami più alti); l’attesa che porta in sé la speranza, soprattutto quando quella precedente ha portato a vivere la delusione.

Torna alla memoria il passo degli animali che si confondeva con quello delle persone che, al mattino ancora velato del buio della notte, passavano per raggiungere le “vigne”, pezzi di terra che circondavano il paese, con quelle più estese piene di olivi dalla chioma posta su un tronco abbastanza alto. Sotto gli olivi, i lenzuoli composti da sacchi di iuta cuciti l’uno all’altro, e, come appiccicate, le lunghe scale. Infine, le mani delle donne che “mungevano” le fronde al ritmo di un canto, “a fronne da uelive”, e di vecchie canzoni.

Una scena ben rappresentata in una foto, quella dei Pilone, tre generazioni di fotografi di Larino nel Molise. Una cartolina stupenda che il mondo conosce, grazie a “Colavita”, l’azienda di tre generazioni di trasformatori e commercianti molisani di olio che, oggi, è un marchio (ancora tutto italiano) e si può a ragione definire una multinazionale, fra le poche o l’unica al mondo, a conduzione famigliare.
La raccolta, non solo dell’olivo, è una bella, straordinaria emozione per chi ha la fortuna di farla; è magia che, mentre chiude una fase ne apre un’altra che durerà, come le precedenti e come quelle che verranno, un intero anno.

L’autunno è arrivato ed è arrivata anche la luna con la gobba a levante, quella calante, a dare il via alla raccolta. Ha già venti giorni la stagione delle foglie dai mille colori, con il sole e le nuvole che si alternano e così i venti che arrivano da ogni parte a stimolare il lento respiro delle olive, che stanno per dare, e lo vedi dal verde delle drupe che si coprono di un velo sottile di giallo, tutto l’olio che hanno.

Sono sempre più rare le zucchine nell’orto e, a parte quelle preparate per un sugo pronto per condire un riso o una pasta o per dare colore e gusto a due uova al tegamino, diventa sempre più rara la loro raccolta e, così, mi vado convincendo che è finita la loro stagione e bisogna aspettare un altro anno prima di gustarle di nuovo. Trifolate alla menta con due linguine; mischiate con patate, melanzane e pomodori per una ciabbotta o, quelle da poco sfiorite, ridotte a dadini, per una panzanella fatta con pomodori, peperoni, sedano, basilico, tanta cipolla e due spicchi d’aglio. Essenziale un pizzico di sale e l’olio extravergine di oliva, quello vecchio in attesa di quello nuovo. Sono le zucchine e i fiori di questo generoso e umile ortaggio il fritto migliore, se fatto con olio extravergine di oliva che, più di ogni altro, esalta il gusto e non fa male.
E che dire di una parmigiana o di una frittata, la più delicata!

Dopo la raccolta delle mandorle e delle noci, la frutta secca che aiuta a star bene, quella delle giuggiole e delle mele rimaste ancora sugli alberi, dei melograni e degli ultimi fichi che, con le piogge e l’umidità della notte, hanno perso la dolcezza e la goccia del loro miele.
Nell’orto è rimasto un quadrato di verde, non solo di zucchine, di peperoncini, melanzane, basilico e sedano a ricordare l’estate e, anche, uno, più piccolo, di color rosso che continua a produrre pomodori e tiene vivo il pensiero per la loro raccolta.

Preziose verdure che, insieme con quelle spontanee che stanno arrivando, fanno comodo per la festa che anima ancora la raccolta, insieme con il pane, i fagioli o la pezzenta e l’olio appena franto, che arriva direttamente dal separatore del frantoio.
La raccolta è anche il rito del cibo e della tavola, dell’incontro e dei primi bilanci.

Oh, certo – tornando a quella delle olive – il quadretto della foto Pilone è cambiato: non più scale in legno e, se ce n’è qualcuna, è in alluminio; non più gonne lunghe fino alle caviglie ma pantaloni di jeans; non più mani ma pettini; non più teloni fatti con i sacchi di iuta, ma reti di plastica verde e cassoni colorati, e, non più il canto delle donne, ma il rumore monotono di un generatore che muove i pettini piazzati sulle lunghe aste in alluminio.

Una via di mezzo tra la raccolta delle olive e la sua meccanizzazione, che non è raccolta ma semplice produzione, cioè un risultato di quantità, che vuol dire semplicemente quanto denaro si è incassato. Una produzione ottenuta tutta con una macchina che, come per la vite, è guidata da un solo operatore, opera a cavallo dei filari e fa cadere le olive in un carrello, che, poi, vengono scaricate in un frantoio per l’estrazione dell’olio, la messa nei contenitori per il confezionamento, la spedizione sui mercati del mondo e il suo uso da parte del consumatore!
Un olio extravergine/vergine di oliva che ha poco o niente da raccontare a un consumatore che, invece, ha sempre più voglia di sapere, conoscere.

Non è solo la fine della raccolta e della tradizione, ma lo sconvolgimento di un mondo, quello dell’olivicoltura, che rischia di perdere i suoi valori e le sue risorse, di venir meno a tanti dei suoi ruoli svolti, da millenni, fino ai nostri giorni. Penso alla biodiversità e alla ricchezza del suo patrimonio; al paesaggio; alle aree interne ed a quelle salvaguardate e tutelate dall’olivo; al canto che, in questo periodo, torna a rallegrare le fronde cariche di olive già pregne di olio; alla tavola, alla bella e tanto attesa festa.

La raccolta, l’insieme di voci, suoni, canti, profumi, sapori e tanti tanti colori che aprono il cuore all’attesa di un altro nuovo anno, al sogno e alla speranza.
 
di Pasquale Di Lena

Teatro naturale pubblicato il 09 ottobre 2015 in Pensieri e Parole > Editoriali
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