2 giugno 2015

LA FURIA DELLA FARFALLA

Riporto l'articolo pubblicato su la Nuova Rivista Letteraria, fondata da Stefano Tassinari, interamente dedicata alle lotte per il territorio con contributi di grande attualità e stupende foto di autori importanti italiani e stranieri.
Il semestrale di letteratura sociale riparte da uno e riparte da un No. NO ALLE GRANDI OPERE, dannose, inutili e imposte. NO A SBLOCCA ITALIA.
Sono onorato della opportunità di far parte del collettivo di vecchi e nuovi collaboratori della bellissima Rivista e di questo devo ringraziare il mio amico Giuseppe Ciarallo, poeta, scrittore e giornalista che vive a Milano. Saluto tutt'i miei nuovi amici e spero di vivere insieme altre collaborazioni. Colgo questa occasione per ringraziare tutti quelli che hanno sentito sulla loro pelle "La furia della farfalla" ed hanno dato quanto era nelle loro possibilità per scongiurare il pericolo di una stalla di 12.000 manze nel Molise. Ha vinto il Territorio, ha vinto il Molise! Grazie a tutti quelli che hanno lavorato con intelligenza e passione e, per fortuna, sono stati tanti e onnipresenti. Grazie Territorio, Grazie Molise.


[La verità è che senza le risorse naturali non ci può essere sviluppo economico (e sociale), e che una politica che non porta benefici, che non dà posti di lavoro e protegge e tutela il territorio, non è in grado di assicurare il domani a milioni, miliardi di uomini]

Molise, una piccola regione sotto assedio. Con La carta di Matrice, un unico movimento coordina le lotte contro la costruzione di una mega stalla, di una grande centrale a biomasse, di un elettrodotto, di un esteso parco eolico, trivellazioni e cementificazione selvaggia. 

La furia della farfalla – Lotte e difesa del territorio in Molise

di Pasquale Di Lena* 

Da un paio d’anni mi sono trasferito, insieme con i miei fedeli amici Lina e Andrea, ne La Casa del Vento a far compagnia ai miei olivi Gentile di Larino, la varietà che, insieme ad altre diciassette autoctone, costituisce il patrimonio dell’olivicoltura molisana e che, per un terzo, caratterizza l’oliveto Molise dop. Un oliveto composto da quasi due milioni di piante, molte delle quali secolari, che in alcuni casi arrivano ad affondare le loro radici anche agli 800 metri di Macchiagodena, nel cuore della regione e di fronte alle montagne più alte del Matese, in provincia di Isernia.
Ho di fronte a me un paesaggio straordinario che scende, dai 500 metri s.l.m. de La Casa del Vento, sul lago artificiale del Liscione, poco lontano dal piccolo, grazioso centro di  Guardialfiera, all’ombra della sua bella Cattedrale, il paese della pietra e di quel grande scrittore del novecento, Francesco Jovine, che deve la fama soprattutto al suo romanzo più letto, Le Terre del Sacramento. Le terre che, da questo mio punto di vista privilegiato, guardo risalire i fianchi di Monte Mauro con la punta segnata da un osservatorio astronomico dedicato a un pioniere di questa materia, Giovanni Boccardi, figlio di Castelluccio, il paese che nei primi anni cinquanta del secolo scorso ha preso il nome di Castelmauro.
Sulla destra la Majella, la montagna dell’Abruzzo a me cara, e cara ai miei corregionali ancor più che agli abruzzesi, se è vero che è da sempre oggetto di attenzione come pure d’imprecazione “sangue d’a Majèlle”. Più in là le cime innevate del Gran Sasso sullo sfondo dei piccoli centri abitati da genti di origine croata arrivate qui intorno al 1500, insieme con i profughi dell’Albania, dopo la sconfitta di Scandenberg, che si sono fermati prima, sulle colline che affiancano il torrente Cigno e poi il Biferno - fiume interamente molisano posto al centro e non ai confini come il Trigno, il Fortore e, per un breve tratto, il Saccione - prima di confondersi con il mare all’altezza di Campomarino, la città del vino per eccellenza con la sua distesa ampia di vigneti. 
Sulla sinistra del Monte di Guardialfiera, un pezzo del centro di Civitacampomarano, con le case che portano al Castello, nel centro del paese natio del grande filosofo, giurista, scrittore, Vincenzo Cuoco, un protagonista, insieme a due suoi cugini, Gabriele e Raffaele Pepe, noti patrioti e illustri scrittori di agricoltura, eroi della Rivoluzione del 1799 e della Repubblica partenopea.
Poi, oltre, la montagna di Frosolone, con le prime pale eoliche impiantate nel Molise, e forse in Italia, ancora più lontano, in fondo, le cime delle Mainarde nel Parco Nazionale D’Abruzzo, Lazio e Molise, che scorrono uguali, verso le montagne dell’Abruzzo, oltre Pietrabbondante con il suo teatro e tempio sannita; Poggio Sannita; i monti di Agnone; Capracotta con il suo Prato gentile; Castiglione Messer Marino, il paese di Felice Del Vecchio, autore del libro La chiesa del Canneto, opera autobiografica che gli valse il Premio Viareggio 1957,  e Schiavi d’Abruzzo con i suoi templi italici.
Se esco da La Casa del Vento e mi sposto di pochi metri verso la cima del colle, il paesaggio è quello che comprende le Piane di Larino con la sua agricoltura e il mare che da Vasto, a nord, scende fino al Gargano e al Tavoliere, la seconda per estensione delle pianure italiane.
E’, questo, un paesaggio ricco di albe, tramonti e diverse lune, che si lasciano seguire dal sole senza mai farsi raggiungere; campagne lavorate e boschi di querce che donano il tartufo pregiato e desiderato, la fotografia più bella del territorio a me più familiare. E’ qui la mia identità e la ragione di quella nostalgia e di quella voglia di tornare che, per quarant’anni, hanno fatto parte della mia vita vissuta in Toscana.
Un territorio di straordinaria bellezza e, al pari di altri territori stupendi di questo Molise e della nostra Italia, famosi e meno noti, contenitore di un patrimonio immenso, ricco di storia, cultura, arte, ambienti, tradizioni. Le innumerevoli tradizioni  che riportano a colori e suoni di feste, fiere, riti, ricorrenze  e, anche, a profumi e sapori di una cucina legata all’orto, al mare, alle stagioni, ai giorni della settimana.
Un territorio, per fortuna, ancora ricco di campagna che riesce a esprimere bene sia la ruralità sia le attività legate alla sua agricoltura.
La ruralità - quale insieme di luoghi, centri, genti, valori - con le sue enormi potenzialità, tutte da esprimere, in quanto a richiamo e sviluppo di turismi strettamente legati alle dimensioni del Molise e alle risorse del suo territorio.
L’agricoltura, con i suoi seminativi, gli olivi, le viti e altre colture a dipingere di verde il Molise, per metà montagna e, per l’altra metà, collina che degrada lentamente verso un piccolo tratto di mare. L’agricoltura quale attività che, con i suoi diecimila anni e più di vita, è più che mai di grande attualità.
Parlo del  Molise avendo ben  presente la situazione più generale, nazionale e mondiale, caratterizzata da una crisi sistemica e dominata sempre più da un capitalismo speculativo, che ha tolto ogni spazio, anche nei momenti più duri dello scontro, alla dialettica di un tempo. Un capitalismo assoluto e totalitario, distruttivo nel momento in cui ha intaccato gli equilibri naturali, la biodiversità e gli ecosistemi, mettendo a rischio il futuro del pianeta, della vita stessa.
L’economia domina la politica e la politica, a tutti i livelli, esegue gli ordini della grande finanza, delle multinazionali, cioè di chi per raggiungere il fine del massimo profitto toglie ai cittadini ogni diritto, restringendo sempre più gli spazi della democrazia, a partire dalla partecipazione alle scelte.
E’ così che è decuplicato l’utilizzo globale di risorse materiali con le previsioni che parlano di un suo raddoppio già nel 2030, quando saranno 8,4 miliardi le persone che abiteranno il pianeta. Uno spreco di risorse naturali che spiega bene il perché di una crisi sistemica e il mondo in mano a finanzieri che usano la truffa per essere sempre più ricchi, petrolieri, multinazionali del cibo, della chimica, dei medicinali, dei semi.
Sarebbe da chiedere a questi signori e a quanti li rappresentano e li servono nel loro ruolo di governanti dei principali Paesi del globo, come spiegano la loro convinzione di un rilancio dell’economia senza le risorse naturali espresse dal territorio. E, ancora, chiedere se ha senso la parola “crescita”, se si crede possibile raggiungere la sicurezza alimentare senza la sostenibilità, cioè utilizzo di minori quantità di risorse e di energia, senza sprechi.
La verità è che senza le risorse naturali non ci può essere sviluppo economico (e sociale), e che una politica che non porta benefici, che non dà posti di lavoro e protegge e tutela il territorio, non è in grado di assicurare il domani a milioni, miliardi di uomini, molti dei quali sempre più affamati.
Penso al territorio italiano che ogni secondo perde 8 m² di suolo pari a 11 ettari l’ora, 2.000 la settimana, 8.000 ogni mese, cioè ben 96 mila ettari l’anno e le previsioni, con le recenti leggi emanate dal governo Renzi, come quella pomposamente denominata Sblocca Italia, indicano un’accelerazione piuttosto che una frenata.
 Oltre 2 milioni di ettari di suolo fertile perso negli ultimi 20 anni, con le campagne italiane che, nello stesso periodo, si sono ridotte del 16%. E’ questo, che con Expo si intende per “nutrire il pianeta”?
Eppure, di fronte a questo quadro davvero preoccupante, il Molise, quello dei piccoli numeri (poco più di 300.000 abitanti sparsi in 136 paesi, con solo quattro di essi che superano i 10.000 abitanti ), che personalmente più che una regione ho sempre considerato una stupenda, tuttora meravigliosa città-campagna ritagliata a forma di farfalla, ha saputo ribellarsi e vivere, con il suo territorio, una vittoria per niente scontata. Una piccola vittoria ma significativa, importante.
Nei mesi che ci separano dall’inizio di giugno 2013, il  territorio, con i suoi valori e le sue risorse, diventa elemento di confronto tra quanti percepiscono o sanno già i rischi che esso corre con le scelte dissennate di ulteriore suo abuso e distruzione, e occasione per la nascita di una serie di movimenti che si organizzano al fine di contrastare un processo che ha come obiettivo la cancellazione dell’identità culturale e paesaggistica dell’intera regione.
In pratica il territorio si trasforma in motivo per l’azione politica, diventando ben presto punto di riferimento, richiamo alla partecipazione e al confronto dialettico, antidoto alla non politica. Il territorio che diventa esso stesso oggetto e soggetto dell’analisi di una realtà, prima ristretta a Larino e San Martino in Pensilis, per poi allargarsi all’intero Molise.
Tutto parte il 2 giugno 2013 con il grido “No, Stalla di Ruta”, lanciato dal sito “Larino viva” poche ore dopo l’incontro del senatore molisano Ruta, vicepresidente della commissione agricoltura, con i vertici della Granarolo, la più grande industria italiana del latte, per la realizzazione di una stalla grande 1 km², cioè 100 ettari di terreno. Una mega stalla, denominata Rancho Granmanze, che avrebbe dovuto ospitare ben 12.000 manze per un periodo intorno ai due anni, cioè tutto il tempo necessario per farle crescere, fecondare e far vivere la gravidanza fino a pochi giorni prima del parto, quando sarebbero state rispedite nelle stalle di origine dell’Emilia Romagna e Lombardia,  per partorire e lì produrre il latte.
Il Molise, dopo aver messo a disposizione una superficie di terreno fertile e dotato di irrigazione per colture orticole di alto pregio e fonte di occupazione e di scambi, nonché  acqua potabile per un fabbisogno pari a quello di una città di 120.000 abitanti, avrebbe ricevuto in cambio posti di lavoro per una ventina di operai spalatori già destinati, dal Vescovo della diocesi di Termoli-Larino che aveva messo a disposizione il terreno per la presentazione del progetto agli organi competenti, ai reclusi del carcere della città frentana.
Il territorio subito si ribella all’idea espressa da Ruta, dal suo collega parlamentare on. Leva e dalla maggioranza che governa la regione, di trasformare il Molise in una grande fattoria, o meglio, in una grande stalla. Una stalla troppo grande anche per paesi ricchi di estese pianure, abituati a allevamenti intensivi, una stalla che, da sola, avrebbe divorato il piccolo Molise, con lo stesso processo messo in atto dai grandi centri commerciali che, qui come altrove, hanno cancellato la rete dei piccoli negozi fino a spopolare i paesi, riducendoli a ben poca cosa.
E così, il territorio si organizza e mette in atto un suo ragionamento politico facendosi forte della consapevolezza di essere, con i suoi valori e le sue risorse, un contenitore sempre più prezioso, forte della sua espressione di quel glocal che ha tutto per confrontarsi e vincere la partita con il global.
 Il movimento sa che la sua forza è la comunicazione ed è grazie ad essa che riesce a battere il primo alleato di chi vuole realizzare l’insediamento, il silenzio, soprattutto quello che copre i servilismi, gli interessi, le complicità dei referenti molisani dell’industria bolognese. Il secondo alleato da sconfiggere è quel senso atavico legato alla rassegnazione che un’attenta informazione riesce a scuotere coinvolgendo per primi, i più diretti interessati, i produttori di vino e di olio consapevoli che con una realtà di questo tipo verrebbe penalizzata l’immagine della loro azienda e dei loro prodotti. E, allargando lo sguardo, gli stessi allevatori che sono principalmente dall’altra parte del Molise, Agnone.
Attraverso la comunicazione si costituiscono le prime alleanze, si organizzano le tante iniziative nei luoghi più direttamente interessati, cresce la partecipazione e il coinvolgimento dei cittadini che si fanno promotori di altre proposte che portano a dare più voce al comitato “No Stalla, Sì Molise Bene Comune”, esperienza che diventa subito punto di riferimento e promotore per altri comitati, nati per dare più immagine al territorio e riaffermare il suo essere contenitore di un patrimonio enorme di risorse e di valori, da valorizzare e non da calpestare e distruggere.
Il territorio che si riappropria della politica, dimostrando che essa è il solo antidoto all’antipolitica, e della partecipazione attraverso incontri, confronti, appelli, coinvolgimento di esperti, comunicati, petizioni on line. Al centro di tutto sempre e solo il territorio con il comitato e i tanti amici e compagni: nelle istituzioni, associazioni, piccole piazze dei paesi e, soprattutto quelle virtuali, a sostenere la sua battaglia, con la vittoria che arriva con un comunicato stampa della Granarolo a febbraio dello scorso anno.
“Ha vinto il territorio” è stata la risposta esultante del Comitato che aveva, nel corso del suo impegno, aperto altri fronti di lotta con la costituzione di altri comitati “No eolico selvaggio, Sì energia pulita”; “No Autostrada, Sì Strade interne”; “No centrali a biomasse, Sì Molise”. Un percorso che ha portato al piccolo centro di Matrice, con il suo territorio attraversato da un “braccio” che collega due importanti tratturi e l’enorme bellezza della Chiesa di Santa Maria della Strada, ricca di tanti messaggi scolpiti sulla sua facciata,  dove c’è chi ha proposto di innalzare pali eolici senza incontrare resistenza da parte degli amministratori locali, ma solo il secco no di un coltivatore che si è rifiutato di vendere la propria terra.
Matrice è diventata luogo d’incontro dei vari movimenti che qui hanno sottoscritto  La Carta di Matrice e dato vita a un unico movimento, “Il Forum dei territori molisani”, da subito impegnato non solo su tutte le questioni che vedono coinvolta la farfalla Molise ma anche su problematiche di carattere nazionale e internazionale. Dalle lotte locali contro le Trivellazioni nell’Adriatico e in gran parte dell’Appennino centro meridionale, contro l’Elettrodotto Gissi – Foggia” della Terna, contro il Gasdotto e soprattutto contro la trasformazione dello zuccherificio del Molise in una grande centrale a biomasse, che vorrebbe dire la fine dell’agricoltura molisana, si è passati alla controinformazione sul TTIP, l’accordo commerciale di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti d’America che, se approvato, renderebbe le multinazionali padrone dei nostri territori e limiterebbe la stessa sovranità nazionale, e sul devastante Sblocca Italia.
Non è facile tenere testa a un fronte così vasto d’invasione, che trova il consenso di una classe dirigente e politica, sia locale che nazionale, che per meri interessi economici e di potere, altro non fa che svendere quel vitale bene comune che il territorio rappresenta. 
Il Molise è una piccola regione piccola che, però, ha tutto ciò che serve per diventare uno straordinario laboratorio dove è possibile sperimentare il nuovo di cui ha bisogno il Paese per chiudere con una crisi creata dal sistema e avviare nuovi percorsi di sviluppo all’insegna della sostenibilità, cioè del rispetto del territorio e della natura che esso esprime insieme con i paesaggi.
In un Molise salvato dalle “invasioni barbariche”  sarebbe possibile, già da domani, affermare la sovranità alimentare.
Salvare, cioè, il territorio dando spazio alle pratiche agricole, che ancora ci sono, ripristinare quelle alimentari che, anche qui, sono piegate a servire un’agricoltura industrializzata, controllata da multinazionali del cibo e della distribuzione, solo per creare profitti e non per produrre quella sicurezza alimentare di cui il mondo ha bisogno.
L’agricoltura contadina, quella che il territorio esprime insieme a una ruralità diffusa, ancora vive nel Molise come nel sud e lungo la fascia appenninica. Si tratta di salvare questo modello di agricoltura locale basato sulla produzione di cibo sano, legato alle stagioni, al ritmo del tempo e al respiro delle piante e degli animali, perché questa è la sola possibilità che abbiamo, di sconfiggere il modello di agricoltura globale, oggi nelle mani di soggetti senza scrupoli.
Ed è qui, non a caso, che il sistema cercherà di appropriarsi del residuo territorio, insieme con quello dell’Appennino, di questa Italia e, quando ciò avverrà, secondo le  preoccupanti previsioni Ismez, cinque milioni di meridionali potrebbero essere costretti a emigrare. Un nuovo grande esodo che lascerebbe dietro di sé solo macerie.
Tutto questo per salvare il capitalismo e quell’esigua minoranza di persone che si arricchisce sempre più a spese del pianeta e dei sette miliardi e più di donne e di uomini che lo abitano e lo vivono con crescenti difficoltà per colpa delle politiche antisociali in atto.
Un nuovo modello è possibile, bisogna fare in fretta e uscire da una situazione di stordimento generale che fa credere non possano esserci alternative al sistema; è necessario non arrendersi e, invece, continuare a perseguire la difesa e la valorizzazione del territorio.
Fare questo vuol dire pensare al futuro, nostro, delle nuove generazioni, dell’umanità intera. 

*Poeta dialettale e scrittore molisano
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