19 ottobre 2012

Notizie dal mondo dell'olio


Olio, una legge contro i fuorilegge

Unaprol, Cno, Cia e Coldiretti Puglia a Bari hanno ribadito la necessità di norme per assicurare trasparenza di mercato 'Occorre intervenire su: regole, aggregazione della produzione e strumenti per affrontare il mercato' Fonte immagine:

Controlli più attenti e frequenti per smascherare gli operatori che con le loro azioni svalutano l'olio italiano di qualità. E' questo quello che chiedono i presidenti di Unaprol Massimo Gargano e del Consorzio nazionale degli olivicoltori, Cno, Gennaro Sicolo e lo hanno ribadito a Bari, nel corso di un evento congiunto a Cia e Coldiretti Puglia sul tema: "Una legge contro i fuori legge dell'olio" nel corso del quale hanno sottolineato la volontà di andare fino in fondo, sostenendo le iniziative legislative in discussione a livello parlamentare.

"Servono norme che assicurino trasparenza del mercato e correttezza nei confronti del consumatore - ha affermato il presidente Unaprol Massimo Gargano -. Le imprese olivicole italiane hanno bisogno di recuperare come elemento di competitività il legame con il territorio e l’origine certa del prodotto. Le frodi e le sofisticazioni mettono a rischio un patrimonio ambientale con oltre 250 milioni di piante sul territorio nazionale che garantisce un impiego di manodopera per circa 50 milioni di giornate lavorative all’anno e un fatturato di oltre 2 miliardi di euro. Le nuove disposizioni in discussione - ha concluso Gargano - offrono maggiori garanzie perché creano una barriera di anticorpi a favore delle imprese olivicole e offrono alle aziende serie di questo settore l’opportunità di alimentare la catena del valore intorno al prodotto simbolo del made in Italy nel mondo”.

Il settore dell'olio di oliva è in espansione a livello mondiale: dal 1990 ad oggi i consumi sono raddoppiati e il tasso di crescita annuale previsto per il futuro è tra i più elevati nell'ambito dell'intera gamma di produzioni agro-alimentari.

"L'Italia è leader per la qualità - ha detto il presidente Cno Sicolo - ma agli olivicoltori è riconosciuto un compenso che non copre i costi. Dobbiamo fare sistema, unendo le forze sane disponibili e lavorare per superare le attuali difficoltà. Occorre intervenire su tre direzioni: le regole, l'aggregazione della produzione e gli strumenti per affrontare il mercato. E' in via di approvazione un provvedimento che finalmente consente di cambiare passo: grazie alle nuove disposizioni chi voleva farsi gioco dei produttori d'ora in poi o si allinea ed opera nel segno della trasparenza e della correttezza, o cambia lavoro" ha concluso il presidente del Cno.


Il presidente
Antonio Barile ha sottolineato che la Cia regionale della Puglia "è stata la prima organizzazione a lanciare la petizione per abbassare a 30 milligrammi il limite massimo di alchilesteri, convinti sia il punto focale per difendere il settore dalle contraffazioni. Ora - ha affermato Barile - serve un rigoroso piano di controlli".

Alle porte di una campagna olivicolo-olearia che si profila ottima per qualità e contenuta nelle quantità, bisogna dotarsi di ogni strumento utile a contrastare chi boicotta il buon andamento del comparto.





Olio, il Ceq boccia i fondi di promozione Ue

Il Consorzio extravergine di qualità denuncia il paradosso europeo sui fondi per la promozione tra Italia e Spagna. Stessa fonte e stesse finalità, ma nomi e regole diverse
"Ma quando tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra quel che fa la destra". (Matteo 6:3)
Anche dando per buono il dogma dell’onniscienza divina, verosimilmente il precetto evangelico non intendeva stabilire un protocollo operativo per la gestione dei fondi di un'Unione europea che sarebbe nata solo un paio di millenni più tardi.
A quanto pare, invece, è esattamente quanto sta succedendo a Bruxelles con i
fondi Fesr e Feaga, col risultato che i beneficiari, a parità di Paese e di prodotto, sono sottoposti a vincoli diversi a seconda del fondo a cui riescono ad accedere.

Ne sa qualcosa il nostro Ceq, Consorzio extravergine di qualità, che in una conferenza stampa alla quale hanno partecipato
Elia Fiorillo e Mauro Meloni, rispettivamente presidente e direttore del Consorzio, ha denunciato il caso della promozione dell’olio d’oliva italiano e spagnolo in India, Cina e Russia, che, grazie a una gestione quantomeno singolare delle risorse da parte dell’Ue, vede gli spagnoli promuovere il marchio “Olio spagnolo” e gli italiani costretti a promuovere il marchio “Olio europeo”, facendo di fatto pubblicità anche ai loro diretti concorrenti iberici.

A ogni fondo i suoi vincoli

Sia ben chiaro: gli
spagnoli non stanno facendo nulla di illegale. Data la normativa vigente, infatti, nel caso specifico quella della concorrenza sleale è una questione di carattere etico; e l’etica non fa certo parte della dote di chi voglia misurarsi sui mercati mondiali.
Il problema nasce infatti in
Belgio, dove il fondo Feaga (Fondo europeo agricolo di garanzia, gestito dalla DG Agricoltura) e il fondo Fesr (Fondo europeo di sviluppo regionale, gestito da DG Regio) hanno finanziato contemporaneamente il programma di promozione di due produttori concorrenti negli stessi mercati obiettivo.
Poiché però il fondo Fesr utlizzato dalla
Spagna non prevede vincoli, mentre il fondo Feaga utilizzato dall’Italia vieta esplicitamente di promuovere marchi commerciali e origini specifiche, ci si ritrova con il paradosso che agli spagnoli è permesso di promuovere l’immagine del proprio paese, mentre agli italiani è vietato.
Questo nonostante la provenienza dei fondi sia sostanzialmente la medesima.

Che il
casus belli dipenda da un mancato coordinamento, ovvero da una guerra di potere tutta interna ai due organi, non è particolarmente rilevante.
La necessità di trovare una
soluzione rimane ugualmente impellente, soprattutto perché la situazione si è già presentata con la promozione di altri prodotti agroalimentari (e nello specifico dei prosciutti) e può potenzialmente replicarsi per ogni elemento produttivo-commerciale legato al settore primario e per ogni Paese che acceda a un fondo piuttosto che a un altro.
In Italia, inoltre, i fondi
Fesr sono gestiti dal ministero dell'Economia e sono utilizzati in base a priorità tra le quali l'agricoltura non è attualmente compresa.

Le ricadute per l’Italia

Se la distorsione della concorrenza può sembrare a prima vista marginale, va considerato che le
ricadute sul nostro Sistema Paese potrebbero essere di entità tutt’altro che minime.

Partendo dal principio che questi programmi promozionali e informativi sono finanziati, oltre che dai fondi, per il 20% dal
Mipaaf e per il 30% dagli interessati - i soci del Ceq, nel caso specifico - e seguendo un percorso logico elementare, diviene immediatamente evidente come pagare per promuovere i prodotti dei propri concorrenti rappresenti una sorta di autolesionismo economico.
L’abbandono da parte degli investitori nazionali di questo tipo di promozione, tuttavia, non può non tradursi in un sostanziale depauperamento della promozione del “made in Italy” agroalimentare in generale, ossia di uno dei pochi settori economici nazionali in controtendenza rispetto alla crisi.

La ricerca di una soluzione

"Non appena il problema è emerso e ne abbiamo chiarito le cause e valutato gli effetti potenziali – ha dichiarato il presidente del Ceq -, il Consorzio ha immediatamente denunciato la cosa ai servizi della Commissione, all’Agea e al Mipaaf, chiarendo che i nostri soci non hanno alcuna intenzione di portare avanti una politica di comunicazione per loro dannosa e che sono decisi a ritirarsi dai programmi. Abbiamo chiesto l'interruzione dei programmi e non abbiamo alcuna intenzione di subire il balletto burocratico tra DG Agri e DG Regio".
La denuncia ha trovato subito un'ampia sponda presso il Mipaaf, che ha immediatamente dato il pieno appoggio al Consorzio, mentre da
Bruxelles sono giunte risposte sinora a dir poco evasive, fino all'ammissione di essere del tutto ignari del problema, con lo stesso commissario Ciolos che ne è venuto a conoscenza solo dietro segnalazione del nostro ministro Catania.

"Abbiamo chiesto di fermare questo meccanismo perverso che ci chiede di finanziare chi ci sta portando via sensibili quote di mercato - ha dichiarato Mauro Meloni -. Il paradosso è che non possiamo uscirne senza essere autorizzati dagli stessi uffici che hanno creato questo scempio che abbiamo denunciato già otto mesi orsono. Confidiamo nella sensibilità politica del commissario Ciolos, al quale non è certo sfuggito il paradosso che due regole contrapposte in un'Europa Unita non possono coesistere".

La palla passa ora alle
istituzioni comunitarie alle quali, ognuna per le proprie competenze, è richiesta una soluzione immediata, univoca e definitiva del problema.

Una soluzione necessaria perché, per parafrasare un altro celebre precetto evangelico, a prescindere dal fatto che gli schiaffi arrivino dalla mano destra o dalla sinistra,
l’agroalimentare italiano non ha alcuna intenzione di porgere l’altra guancia.

 

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