19 febbraio 2017

GRUMI DI PRECARIETA'

                                                                                        
E' una parola che spaventa. Poggi sulle sabbie mobili, sei portato via da una corrente che ti trascina via in un futuro che ti minaccia. Precario il lavoro: come puoi farti una famiglia? Precarie le unioni. Non è precario solo il lavoro, siamo passati da una società solida a una fluida anche per l'illusione di una libertà individuale assoluta allergica ai legami, alla stabilità. Cadono i vincoli della famiglia, ognuno vive per sé. Cadono anche i vincoli della fede, la religione si scioglie nella sociologia, dalla promessa della vita eterna e del paradiso scade nella promessa del pane quotidiano che non ti può dare: il benessere del corpo ha corrotto l'anima.
Non più uno sciame compattato da una intelligenza collettiva che supera quella individuale.
Non si marcia insieme, ognuno per proprio conto per la propria salvezza. Cadono gli ideali che rotolano nel precariato quotidiano. Cadono anche i confini che delimitavano i popoli e li univano, cade la tradizione cioè l'accumulo di ricordi comuni, di una lingua comune, di un modo comune di vivere, mangiare, raccontarsi, camminare insieme, di sentirsi legati al proprio territorio. Esiliati nella propria terra. Vorremmo reagire senza buonsenso, con la forza che però non abbiamo.
Ci sentiamo non padroni di casa che accolgono ma occupanti che temono lo sfratto.
La patria è un ricordo retorico. Cade il programma per il futuro, la precarietà travolge tutto. Non c'è quasi più la fabbrica, simbolo del lavoro che univa padrone e operaio pur negli scontri periodici. E' sostituita dalla volatilità, dal nomadismo del lavoro con la minaccia del non lavoro, il non luogo della massima resa in cerca di uno sfruttamento vagabondo e ricattatorio.
La dignità del lavoro, il gusto del fare bene, il posto di lavoro come seconda casa scacciati dalla paura della precarietà, dalle regole stravolte dalla necessità, dal ricatto.
Il cerchio si chiude: la voglia di una libertà senza limiti dell'individuo carpita da pochi, trasformata in schiavitù per molti. La globalizzazione del mercato ha indotto quella del lavoro, la mobilità delle merci ha aperto la strada alla mobilità dei popoli rompendo equilibri, concentrando e diradando, sostituendo gli incontri con gli scontri.
Non solo la ricchezza si chiude nelle mani di pochi ma tutto il potere si concentra, si nasconde e sfugge al controllo dei popoli: la democrazia ridotta a involucro svuotato e maschera ingannevole.
Confini-nonconfini, idee-nonidee, libertà-nonlibertà. Non un insieme armonioso ma grumi che si scontrano. Ognuno vuole prevalere e imporre la sua musica. Cresce l'insicurezza che divora l'anima e la voglia illusoria di un salvatore che faccia tornare ordine e sicurezza. Ci eravamo illusi di una pace infinita garantita da guerre fatte lontano da noi con le nostre armi. Ci eravamo illusi di avere allontanato un Dio ritenuto opprimente e lo abbiamo sostituito con simulacri più oppressivi e con un vuoto che ci terrorizza e ci fa rinchiudere in una fragile fortezza. Ci sentiamo minacciati da guerre condotte con strategie che non sappiamo combattere e da una povertà che si è svegliata e bussa alla nostra porta trovandoci impreparati.
Siamo caduti in un utilitarismo senza ideali e stiamo precipitando senza rendercene conto in quella che è stata definita disumanità della condizione umana.
Non riusciamo a equilibrare il necessario istinto di protezione con la virtù dell'empatia, capire gli altri. Stiamo provando a rintanarci nell'antro di Platone anche se giriamo il mondo. L' Europa ha illuminato il mondo con la conoscenza, ha proclamato la libertà e la fratellanza; ha costruito il benessere ad un prezzo che ora sembra essere troppo alto e non ha più neanche il coraggio di procreare.
Le nostre città sono stuprate non dallo straniero che ci spaventa ma dal palazzinaro e dal corrotto, verme che invade un organismo malato.
Il sognato dominio sulla natura è naufragato nella paura della natura perché non sostenuto dall'amore per la natura.
Non si conosce più il linimento della preghiera e la parola non è un legame ma una minaccia: si urla ma non si ascolta. L'Occidente dovrebbe fermarsi, deporre l'orgoglio, meditare, rafforzarsi, curarsi. E' troppo vecchio e stanco per farlo, per arrestare il lento declino. Troppo prigioniero di se stesso e delle sue paure. Vive nella precarietà e si dibatte in una prigione da lui stesso edificata.
Eppure è necessario sperare. Nei giovani.
In quelli che continuano a combattere per una società diversa e più giusta, che studiano e lavorano e malgrado tutto riescono a guardare il futuro.

2 commenti:

  1. come è vero
    e mi sembra che la risposta sia ...impotenza
    credevamo di essere indipendenti
    e siamo solo soli

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  2. d'accordo. La sensazione d'impotenza a volte mi assale come ieri sera dopo aver visto un documentario "Schiavi" che mi ha colpito molto. Bisogna - non è facile - non lasciarsi prendere. Un caro abbraccio

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