29 agosto 2016

Rossi-Doria e il terremoto del 1980

     di Alfonso Pascale
Pubblicato il : 27-08-2016
Mentre ad Ascoli Piceno, alla presenza delle alte cariche dello stato, si svolgono i funerali delle vittime del terremoto che ha colpito le regioni dell’Italia centrale, è forse di una qualche utilità riaprire una pagina di storia che potrebbe illuminare i passi che saranno compiuti nell’avviare l’opera di ricostruzione
Il terremoto che il 23 novembre 1980 colpì la Basilicata e l'Irpinia
Il terremoto che il 23 novembre 1980 colpì la Basilicata e l’Irpinia
Quando la terra tremò il 23 novembre 1980, colpendo mortalmente la Basilicata e l’Irpinia, Manlio Rossi-Doria aveva compiuto 75 anni. E il suo impegno politico, professionale e accademico si era diradato già da qualche tempo. Aveva scritto al suo amico Vittore Fiore: “Siamo cascati nella trappola della politica post-1957, fatta di falsa industrializzazione, di rifiuto di una moderna politica agricola e di una degenerazione parassitaria della parte originaria della politica della Cassa, ossia della politica, inizialmente valida, delle ‘opere pubbliche straordinarie’ sfociata in un nuovo blocco di potere, non più agrario-industriale come nel passato, ma clientelarburocratico-industrialsindacale”. Questo giudizio autocritico sulla politica meridionalistica che era stata perseguita e avallata, negli anni sessanta e settanta, da un largo schieramento di forze non lo portava al pessimismo, bensì lo spingeva a guardare con interesse alle nuove opportunità che nel Mezzogiorno si manifestavano: una crescita di piccole e medie industrie, anche nel comparto agroalimentare, in proporzione maggiore rispetto al resto del Paese; la presenza di giovani e, soprattutto, la prospettiva – che egli riteneva possibile – di un parziale rientro degli emigranti. Tale fiducia nel cambiamento lo aveva portato ad un distacco da Pasquale Saraceno. E per questo, oltre che per limiti d’età, si era dimesso da consigliere della Svimez. Lo aveva fatto anche come atto di solidarietà nei confronti del suo amico Gian Giacomo Dell’Angelo, direttore dell’Associazione, che aveva abbandonato la Svimez dopo un violento scontro con Saraceno, riluttante a qualsiasi cambiamento di rotta nella politica per il Mezzogiorno. Aveva, quindi, preso le distanze da una classe dirigente che considerava alquanto restia a modificare mentalità e linee d’azione nell’elaborazione e attuazione delle politiche di sviluppo.
Ma dinanzi alle pressioni del ministro del Bilancio dell’epoca, Giorgio La Malfa, perché elaborasse un’analisi dei danni in previsione dell’opera di ricostruzione, Rossi-Doria non volle sottrarsi. Il sisma aveva distrutto i comuni del suo collegio elettorale, i luoghi che aveva percorso tante volte nella sua lunga attività di studio e di ricerca come economista agrario. Lo costringeva all’impegno civile un senso di angoscia per il dolore che giungeva dalle terre martoriate che egli amava, ma anche un rinnovato sentimento di speranza al vedere la rete inaspettata di solidarietà messa in piedi rapidamente dalle regioni più fortunate. Sicché, si trasferì nella sua Irpinia per avviare l’indagine. Ma prima “precettò″ docenti, ricercatori e borsisti del Dipartimento di Economia e Politica agraria e del Centro di Specializzazione di Portici per una riflessione comune sul da farsi. Ricorda Gilberto Antonio Marselli: “La sera stessa del sisma mi telefonò da Roma chiedendo di incontrarci il giorno dopo”. E Pasquale Lombardi: “Ci chiamò tutti a raccolta. Poi ci fece organizzare per squadre. A ciascuna squadra era stata assegnata una zona presso la quale fare sopralluoghi. A fine giornata dovevamo presentare una relazione, da cui il professore estraeva delle memorie”. Perché tanto fervore? Ad essere colpito dal terremoto era stato quello che lui aveva definito l’”osso d’Italia”, il luogo delle comunità dell’entroterra meridionale, caratterizzato dalla presenza dei “paesi presepe”, come Francesco Compagna aveva qualificato i piccoli centri rurali dell’Appennino, ricorrendo a un’immagine che avrebbe riscosso un’immediata fortuna nel discorso pubblico di quegli anni. E con quell’”osso d’Italia” si trovò ancora una volta, coi suoi allievi, a fare i conti.
Dopo una settimana, Rossi-Doria intervenne con un articolo pubblicato sul Corriere della Sera, intitolato Cancellare con la ricostruzione i segni dell’antica miseria. Mentre tutti erano concentrati sui soccorsi e sull’emergenza, egli avviava immediatamente il dibattito sulle prospettive di sviluppo delle zone terremotate. Sottolineò con forza quanto indispensabile fosse pensare alla ricostruzione accompagnata da un programma di sviluppo che potesse sottrarre quelle zone alla loro secolare arretratezza. Attirò l’attenzione sulla necessità di uno studio approfondito dello stato di fatto per cogliere anche quei barlumi di sviluppo in campo agricolo e di piccola industria dovuti alle rimesse degli emigrati che avevano abbandonato le proprie terre nei decenni precedenti, ma che avevano mantenuto con la terra d’origine un forte e vitale legame, anche economico. La riflessione ebbe grande risonanza e intervennero Alberto Moravia, Michele Prisco, Geno Pampaloni, Giovanni Russo, Corrado Stajano, Vittorio Sermonti, Domenico Rea, Mario Pomilio, Carlo Muscetta, Leonardo Sciascia, Antonio Ghirelli. Quei contributi sono stati successivamente raccolti in un volume curato da Paolo Speranza, dal titolo “19.35: scritti dalle macerie”, e pubblicato dalle Edizioni Laceno nel 2005.
Rossi-Doria venne, inoltre, intervistato a Portici dalla regista Lina Wetmüller e partecipò assiduamente a dibattiti radiofonici che affrontavano i problemi del dopo-terremoto. Guidò nei luoghi del disastro lo scrittore Nuto Revelli, l’editore Giulio Einaudi, il sindaco di Torino Diego Novelli, lo storico dell’architettura Cesare de Seta. A fine dicembre consegnò al ministro La Malfa una “memoria” in cui venivano riassunte le idee di fondo per la ricostruzione. Il documento venne pubblicato il 17 gennaio 1981 da Einaudi con il titolo: Situazione, problemi e prospettive dell’area più colpita dal terremoto del 23 novembre 1980. Il volume conteneva una descrizione puntigliosa dal punto di vista geografico, economico e antropologico-culturale dei quasi trecentomila ettari investiti dagli effetti del sisma e si chiudeva indicando una serie di linee direttrici da seguire per la ricostruzione.
In tutta la sua vita di studioso, Rossi-Doria si era rifiutato di chiudersi entro confini specialistici e aveva sempre praticato un dialogo fitto fra i saperi tecnico-scientifici e quelli umanistici, con una spiccata attenzione alla sociologia, all’antropologia e alla psicologia. Prima della guerra aveva collaborato coi grandi artefici delle bonifiche, fra i quali Arrigo Serpieri, e aveva appreso quanto fosse difficile riportare fertilità in luoghi paludosi senza indagare, oltre che le condizioni fisiche dei suoli, anche la storia degli uomini e delle loro pratiche, i rapporti sociali, le abitudini culturali. Quella stessa attitudine aveva ispirato il suo impegno civile nell’elaborare e attuare la riforma agraria e ora orientava l’indagine nelle zone colpite dal terremoto. Lo guidava l’ostilità verso i luoghi comuni che si abbattevano sulle regioni piagate, quasi come un secondo sisma. Lo spingeva l’urgenza di combattere il tentativo di chi voleva perseguire una specie di tabula rasa urbanistica e sociale.
È ancora utile sfogliare oggi quel rapporto. Le frasi sono dettate dall’umile e ironica consapevolezza di chi conosce le cose di cui parla rispetto a chi fa sfoggio magniloquente di ciò che ignora: “Il dato che deve far meditare di più coloro che all’improvviso sono venuti in contatto durante l’ultimo mese con questi luoghi e questa gente, è di trovarsi in una regione antica, di antica e solida civiltà”. Qui le popolazioni hanno vissuto per secoli “con la durezza e la modestia delle migliori società contadine d’Europa, accompagnate da un tenore di vita e da una dignità superiori a quelle allora esistenti altrove”. Altro che civiltà in coma, che attende l’eutanasia delle ruspe: “Si è avuto, negli ultimi anni, un notevole consolidamento e rinnovamento dell’agricoltura, una diffusione delle attività terziarie tipica di una società in sviluppo e persino il sorgere (sia pure nelle forme sommerse tanto frequenti oggi anche altrove) di nuove piccole iniziative industriali”. La “memoria” di Rossi-Doria e dei suoi collaboratori esclude trasferimenti di popolazione e prevede il recupero dei “presepi” con interventi capillari, molto dettagliati e aderenti allo stato dei luoghi, seguendo il motto: “Per problemi diversi, politiche diverse”. Un conto è l’area metropolitana e un altro conto sono le zone interne. Considera tecnicamente ed economicamente possibile un diverso assetto delle attività produttive, a condizione che queste non siano più esclusivamente agricole, come in passato, ma plurisettoriali (agricole, industriali, turistiche, ecc.). Suggerisce una linea d’azione continuativa e contestuale per ristrutturare l’agricoltura (spingendola verso attività multifunzionali), risistemare dal versante produttivo e gestionale i grandi complessi silvo-pastorali, diffondere attività di difesa del suolo e di tutela delle risorse ambientali. E mette sull’avviso che questa sia l’unica politica praticabile per lo sviluppo delle zone interne. Da programmare e realizzare con coraggio per diversi motivi: perché controcorrente e, nello stesso tempo, costosa, non tanto in senso assoluto quanto per il fatto che molti dei suoi investimenti sono a rendimento differito. E afferma con estrema nettezza che questa politica è “la più conveniente per la nazione, la quale sarebbe costretta a pagare un costo più alto qualora il destino delle zone interne meridionali fosse lasciato allo spontaneo corso di una realtà esclusivamente agricola in preda allo spopolamento e all’abbandono”.
In pochi lessero il libro. Nessun esponente di governo lo fece. Rossi-Doria ebbe incontri con Giuseppe Zamberletti, Giorgio Ruffolo, Vincenzo Scotti, Paolo Savona, Felice Ippolito per indurli a sostenere le sue proposte. Ma la strada che venne intrapresa fu del tutto diversa da quella indicata dai ricercatori di Portici: il cemento invase colline e vallate, i centri storici (non tutti, ma quasi) si svuotarono, le aree industriali furono allestite su terreni golenali, le aziende nacquero già morte, le opere pubbliche si rivelarono inservibili, i paesi senz’anima. Il professore di Portici confessò con amarezza in una lettera ad un amico: “Apprezzato a parole, sono rimasto ancora una volta – come ai tempi della riforma agraria – sconfitto nei fatti”. Ricorda Marselli: “Uno dei punti fondamentali della sua proposta era quello di emettere due leggi separate, una per l’Irpinia e la Basilicata e l’altra per la Città di Napoli. Non fu ascoltato e quindi accadde quanto avevamo temuto accadesse”. Come ha scritto in modo condivisibile, una decina d’anni fa, Francesco Erbani su Repubblica, “le terapie proposte da Rossi-Doria, una specie di cura omeopatica che facesse perno sulle risorse di un organismo debilitato, ma non morente, restano sul fondo, ma non pietrificate, avvolte dalla nebulosa delle politiche e degli affari, eppure capaci di offrirsi come chiave di lettura di un’Italia possibile”.

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