2 ottobre 2015

L'ATTESA

La bacchetta di olivo che ho trovato vicino al pilastro della scala esterna de La Casa del Vento, quando nel 2001 ho acquistato il rudere, quella che poi Flora ha piantato, è diventata albero ed è quello che ha le olive più colorate di tutti gli altri, come a dimostrare che, anche in fatto di invaiatura, vuole essere il primo e il più capace.

Ho sbagliato le previsioni quando ho parlato di una raccolta anticipata. No, dimostra di essere leggermente ritardata ma con buone prospettive di essere una raccolta ottima in quanto a qualità.

Se cammini, in questi giorni, tra i 616 olivi de La Casa del Vento hai la sensazione di sentirli distratti, presi dal gran lavoro di mettere nel frutto più olio possibile. Non a caso le olive hanno un riflesso giallognolo come a far vedere questo lavoro di riempimento, goccia dopo goccia, prima di prendere il colore dell’invaiatura che dà sul rossiccio e prim’ancora di colorarsi di nero.

L’avvicinarsi della raccolta stimola la memoria e fa tornare in mente quel profumo ancora chiuso dell’olio nuovo e, soprattutto, il sapore di questo cibo divino che esalta una pizza bianca, ancora calda, o un piatto di spaghetti appena scolati, una fetta di pane in attesa dei legumi che ben si adattano all’autunno e ai primi freddi che scorrono come brividi in ogni parte del corpo e non solo lungo la schiena.

Penso ai fagioli, soprattutto ai fagioli di Acquaviva d’Isernia della cara amica Silga, con la loro acqua di cottura e lo spicchio d’aglio ancora vestito, coperti di olio nuovo; i ceci biologici di Andrea Albino, coltivati nei terreni della Guarenza, il Colle più alto di Larino (608 m s.l.m), confinanti con Montorio nei Frentani e non lontano dalla grande quercia, che dà l’ombra a una antica fontana, e da Gerione, l’accampamento di Annibale durante la seconda guerra punica da dove partì per Canne, la grande battaglia; le lenticchie di Capracotta, le fave e le cicerchie  del venditore che al mercato di giovedì arriva da San Paolo Cividale all’inizio della vicina Puglia.

Sono già in fiore alcune erbe selvatiche e fra poco comincia il periodo dei piatti a base di verdure spontanee che ti ridanno salute dopo qualche eccesso mangereccio dell’estate.

Ho seminato tutte le varietà di rape e broccoli, e insieme, il cavolo cappuccio e il cavolfiore, cioè crucifere che sono una fonte inesauribile di sali minerali, vitamina C, antiossidanti con principi attivi anticancro, antiulcere. Verdure che portano a pensare all’inverno e ai tanti piatti che sono in grado di dare.

Ho raccolto poco fa dall’albero, che affianca il grande ciliegio, nato spontaneo, le noci con il loro mallo ancora verde; altre mele e le giuggiole ormai appassite. Per chi non conosce le giuggiole raccomando di avvicinarsi all’albero con grande cautela. I suoi rami hanno spine micidiali che tagliano più di un bisturi. Spine che non hanno pietà, diversamente da quelle di una rosa.

Il soffio del vento leggero che precede il vespro lascia respirare gli olivi in attesa della luna con la sua grande gobba a levante, per dire a tutti che è una luna calante, quella che invita alla raccolta.

pasqualedilena@gmail.com

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