8 giugno 2015

Gli anni di Antonio

La dedica mia e di Flora ai 90 di Antonio di Nucci, casaro in Agnone, padre di Franco titolare del caseificio più conosciuto del Molise, in Italia e nel mondo. Ieri, domenica, un pullmino pieno di tutt'i Di Nucci, le tre figlie con i rispettivi mariti e i due figli con le rispettive mogli, più i sei nipoti, per scoprire il litorale, gli oliveti secolari di Portocannone e i suoi fantastici patriarchi di 8 secoli; per ritrovare il casone di Ramitelli nell'agro di Campomarino, ieri a bosco oggi territorio dell'Azienda vinicola più famosa, la Di Majo Norante, con i suoi vigneti e i suoi giardini coltivati. Il luogo che era rimasto nella sua memoria da quando, a tre anni, aveva svernato dopo aver percorso, con i suoi genitori, i tratturi e i bracci con partenza da Capracotta, il suo paese di nascita e di residenza prima del trasferimento negli anni '50 ad Agnone.  L'Incontro con Di Majo, famoso "Don Luigi", e poi da "Marina", il ristorante di solo pesce che è dietro il piazzale dell'Agip subito dopo la rotonda e il cavalcavia sulla s.s. Adriatica all'altezza di San Salvo marina, per godere il "Brodetto alla vastese" e altri gustosi piatti della tradizionale cucina marinara e, soprattutto, per il rito della candelina e della torta. Una splendida giornata grazie ai Di Nucci. 

Questo Molise non finisce mai di raccontare le sue piccole ma importanti storie, così ricche di peculiarità e di originalità, come, del resto, è il suo territorio. Ecco perché viene facile ripetere, piccolo grande Molise, cioè un territorio che non arriva a quattromila e cinquecento chilometri quadrati e che, però, ha tutto, grazie alla sua diversità orografica e dei suoli.

Chi è il più giovane? Antonio di Nucci con i sei nipoti
Da sempre una terra di passaggio e, come tale, da vedere attentamente per cogliere, delle emozioni, le più nascoste sfumature che riservano gli ambienti e i paesaggi; i campanili dei numerosi piccoli centri; i dialetti, che hanno parole dolci là dove affiorano le rocce e i venti sono violenti e gelidi, più che nel piano e sulle colline che scivolano lentamente al mare; le tradizioni, che uomini e donne, insieme, si sono inventate per tenerle sempre vive nella memoria; gli echi dei passi confusi di uomini e animali, che il cibo se l’andavano a trovare inseguendo il sole e il suo calore. Trac-tur, che portava all’inizio dell’autunno a raggiungere il piano non lontano dal mare e trac-tur, che, alla fine della primavera, riprendeva l’antica via, battuta e profumata di erbe, lungo un sale e scendi di dolci colline prima di arrampicarsi verso le cime dei monti ancora innevate. Trac-tur a fianco di boschi profumati dai nuovi germogli o di prime foglie marcite. Trac-tur verso prati fioriti. Pascoli in grado di appagare la fame e di produrre latte, liquido candido, puro, che nelle mani sapienti di uomini e donne riusciva a mantenere e raccogliere, in una ricotta, una scamorza, una mozzarella, una stracciata, o, in formaggio posto ad asciugarsi in un canestro o a cavallo di una canna o di un ramo tagliato e spogliato delle foglie,  il profumo di petali e di pollini, di steli e di foglie, di frutti raccolto con il lento ruminare di una pecora o di una mucca.

Il Molise è qui, in questa sua arte antica, a continuare, ancor più che altrove, ad alimentare la sua memoria.
Un gigante buono che non ha mai smesso di tenere unito il mondo, piccolo e grande, dei suoi affetti. Come quando, pastore, con l’aiuto dei suoi fedeli cani, sapeva guidare, in quel trac-tur, il suo gregge e, poi, tenerlo unito nello stazzo.
Il tempo scorre lentamente senza mai svanire; il passato torna per diventare nuova linfa dell’oggi e del domani, cioè speranza, certezza, futuro. Il Molise, così, ha sempre voglia di sapere, scoprire, vivere emozioni per dare al filo del suo racconto, in un momento storico difficile, delicato, la forza della continuità. Grazie Molise, grazie Antonio

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