12 febbraio 2015

Non basta curare la terra bisogna anche conservarla

Queste sacrosante parole di Papa Francesco ci danno la possibilità di fare qualche riflessione su un incontro, quello di ieri  pomeriggio, che si è tenuto nell’aula magna dell’Istituto Agrario San Pardo di Larino, dei coltivatori molisani con la Syngenta, una delle principali aziende dell’agroindustria mondiale, nata nel 2000 dalla fusione con la Novartis.

Multinazionale svizzera impegnata nella produzione degli agro farmaci, che, da poco, ha acquisito anche una società italiana impegnata nel campo delle sementi di cereali, la PSB di Bologna.

Ieri, com’è già successo altre volte nel passato, la Syngenta era all’Istituto Agrario a presentare i suoi nuovi prodotti ai coltivatori , giunti numerosi all’appuntamento.

Vista l’ora tarda non c’erano gli studenti.

Questa multinazionale rientra nella logica di tutte le altre multinazionali dell’agroindustria che,  nel corso degli anni e sull’onda della propaganda della modernizzazione dell’agricoltura, sono riuscite, con la complicità della politica e dei governi del nostro Paese e dello stesso mondo contadino, a prosciugare il reddito dei coltivatori. E non solo, a creare loro qualche problema di salute, che ha colpito duramente lo stesso territorio, ma, soprattutto, a dare un forte contributo alla crisi strutturale che, dal 2004, l’agricoltura sopporta senza soluzioni di continuità.

Una crisi che, anche per l’età avanzata,  ha convinto molti coltivatori a lasciare la terra, con i giovani che non si sono lasciati convincere a rimanere e impegnarsi nel lavoro dei campi.

Sempre nel corso degli anni, queste multinazionali sono diventate sanguisughe dei coltivatori, che, non si sa perché, si sono così legati ai loro prodotti, alle loro macchine ed alle loro medicine da non poterne fare a meno.

E ciò è avvenuto sulla scia del consumismo e dello spreco, grazie ai consigli dei tecnici diventati venditori; strutture commerciali attrezzate a convincere con il supporto di tanta pubblicità e, soprattutto, con il tacito consenso di chi dovrebbe stare dalla parte dei produttori coltivatori.

E’ così che queste industrie sono diventate “benemerite” dell’agricoltura, tanto da ricevere in cambio, con il sudore e i sacrifici dei coltivatori produttori, denaro da poterne fare montagne.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un crescente impoverimento delle aziende agricole che ha portato all’azzeramento del reddito dei produttori, che, costretti a indebitarsi sono diventati sempre più schiavi, tali da non riuscire più a potersene liberare.

C’è di più, in questo modo ogni giorno l’agricoltura muore e, con essa, muore il territorio che viene rubato per altri fini e altri obiettivi.

Se è così, i soli  incontri che, in questa fase, possono servire e tornare utili al coltivatore produttore sono quelli che lo portano a pensare e operare per vedere come stare sempre più insieme con gli altri rimasti, e, insieme, come liberarsi dalla dipendenza di queste multinazionali.

Prima di tutto  fare a meno dei silenzi e dei cattivi consigli e ripensare alla cosiddetta “modernità”, che - i risultati lo dimostrano - dà più il senso di arretratezza, sotto l’aspetto del reddito, della salute del coltivatore e dello stesso territorio. Invece, pensare seriamente a un nuovo modo di coltivare, che è quello che guarda alla sostenibilità quale unica possibilità per uscire dalla crisi che sta distruggendo l’agricoltura, soprattutto quella contadina.

Cioè prendere in mano la situazione e operare per fare a meno o ridurre drasticamente il peso dei fitofarmaci, della chimica e dei cavalli vapori.

Liberarsi delle multinazionali rende più facile dedicarsi alla produzione della qualità e della tipicità; ridà fiato al territorio e, in particolare, alla fertilità del suolo; mette a disposizione dell’agricoltura  energie nuove e nuove speranze.

Un’agricoltura – come ha detto Papa Francesco – è tale solo se in grado di curare la terra e, soprattutto, di conservarla per il bene delle future generazioni.

pasqualedilena@gmail.com

 

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