3 novembre 2014

Un girotondo intorno al mondo degli oppressi e alla schiavitù globale

Daniel PascualHernandez
Ci sono due limiti che non permettono agli oppressi di capire chi sono gli oppressori: la povertà e il benessere. Due mondi contrapposti, caratterizzati, l’uno dal buio della fame che non permette di vedere la luce e l’altro dalla luce che abbaglia e non permette di vedere la realtà. Eppure i padroni dell’uno e dell’altro mondo sono gli stessi ed hanno lo stesso volto coperto da maschere che rappresentano banche, holding, denaro, bocche aperte perché insaziabili, corpi senz’anima e senza cuore nel momento in cui distruggono, solo per denaro, quel bene comune, il più prezioso, il territorio.


il saluto di Don Silvio Piccoli

E’ questo il pensiero che mi sono portato dietro tornando a casa da Termoli dove, ieri pomeriggio, nella sala degli incontri della Parrocchia Sacro Cuore di don Silvio, avevo lasciato gli amici che ascoltavano, seduti in un girotondo, Daniel Pascual Hernández raccontare il suo Guatemala e la sua America latina, “le mani sulla terra” dei padroni del mondo e la schiavitù globale, cioè anche la nostra anche se non ce ne accorgiamo.
serena grandi, daniel pascual hermandez e renato di nicola
Daniel Pascual è il coordinatore del Comitato di Unità Contadina(CUC) e, per questo suo impegno a fianco ai contadini in lotta, è stato, in questi ultimi tempi, più volte minacciato di morte in un Paese di 5 milioni di abitanti che ha visto una repressione con oltre 250mila morti, con il prezzo più alto pagato proprio dai contadini. Un Paese piccolo, il Guatemala, come il Paraguay dei Tupamaros, uomini e donne che hanno fatto impazzire i padroni interni e esterni con le loro azioni eclatanti, frutto di grande intelligenza.
Ed è l’uso dell’intelligenza (ciò vale anche nel nostro Molise) la sola possibilità di tracciare una nuova strada capace di dare risposte a chi ha bisogno di vivere nella giustizia, nella libertà, nell’eguaglianza, in armonia con la natura, la propria terra, con la speranza nel futuro.
Non c’è spazio per una rivoluzione improvvisata, frutto solo della rabbia, ma di atti rivoluzionari da costruire momento per momento e nel segno dell’unità, avendo chiari gli obiettivi che si vogliono raggiungere. Altrimenti vuol dire– come dice una parola d’ordine di un gruppo di azione proprio del Guatemala – credere che si può cambiare il sistema con il denaro, il potere, la violenza e l’avidità. Non è così, ci vuole “cabeza clara, corazon solidario y puño comattivo”, cioè “mente lucida, cuore forte, solidale e pugno chiuso”. Se poi si vuole impressionare le bigotte nostrane e i padroni – quelli delle imprese petrolifere, idroelettriche, agroindustriali, che devastano montagne, valli, fiumi, mari e campagne e sono ovunque, le stesse anche qui da noi pronti sui nastri di partenza con “Sblocca Italia” - anche qualche bandiera rossa, soprattutto se portata in piazza, come qualche giorno fa, dagli operai!

pasqualedilena@gmail.com

 

 

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