24 ottobre 2012

Ad esempio l'emigrazione dal Sud

 


    23 ottobre 2012 - greenreport
 
Isidoro Malvarosa
 
"Sono i peggiori ad andare via. Quelli che non riescono a trovare un'occupazione, i contadini, i terzo e quartogeniti." Era questo, in soldoni, il cliché della prima emigrazione interna italiana. Si trattava principalmente di giovani del Sud Italia che, non trovando occupazione nelle regioni d'origine, andavano ad ingrossare le fila delle neonate industrie settentrionali. Inoccupati che diventavano, quasi tutti, operai. A Milano, a Genova, a Torino. Erano gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. L'assistenzialismo statale nei confronti delle regioni meridionali completava un triangolo che faceva del Sud, al contempo, serbatoio di manodopera e principale mercato dei prodotti settentrionali. Investimenti infrastrutturali e un Terziario smoderatamente sovradimensionato. Un gap, soprattutto in termini di servizi, che non si è mai realmente colmato. Un isolamento geografico, specie di Calabria e Sicilia, su cui mai si è seriamente intervenuto.

Regioni che dovrebbero godere, alla stregua della Sardegna, di continuità territoriale aerea in considerazione dell'inadeguatezza della rete viaria e ferroviaria. Un'emarginazione, forse, voluta, ragionata, calcolata, richiesta, necessaria.

I dati odierni non lasciano adito ad interpretazioni fantasiose: dalle regioni meridionali si è ricominciato ad emigrare a ritmi sostenuti. Da almeno un decennio, il saldo dei trasferimenti interregionali (fonte Istat.it) riporta cifre a dir poco preoccupanti. Soltanto negli ultimi 6 anni, hanno lasciato il Sud e le Isole circa 250 mila persone. Che diventano un milione se consideriamo l'anno di inizio di questa nuova ondata migratoria: il 1995. Già, nuova. Perché questa volta non vi è luogo comune che tenga: a fare le valigie sono schiere di studenti universitari, avvocati e insegnanti. Si viaggia, verso le regioni del Centro Italia e del Nord-Est. Ci si trasferisce in pianta stabile o si prova a pendolare mensilmente. Si condivide con altri conterranei, per quanto possibile, l'esperienza e l'alloggio. Sono giovani professionisti, i protagonisti di questa nuova ondata "colonizzatrice". Si spostano verso mercati del lavoro più dinamici, verso salari più alti, ambiscono ad una migliore qualità della vita. Per loro e per coloro che verranno. Chiedono stimoli culturali e servizi adeguati. Trasporti, sanità, tempo libero. Sfruttano i canali telematici per proporsi, si muovono in cerca di una prima, o migliore, occupazione. Gonfiano il mercato immobiliare, popolano le piazze, innescano processi di emulazione. Fanno girare l'economia. È un'autentica "fuga dei cervelli" meridionali quello che sostiene un'Italia, oggi più che mai, a doppia velocità. Aspiranti burocrati, ma anche reclute militari. Non bisogna dimenticare, infatti, l'elevato numero di giovani calabresi, siciliani, campani e pugliesi che trova impiego e spazio presso le forze armate. Così come non bisogna ignorare che, nel computo delle cifre, l'Istituto di Statistica non considera i giovani che pur mantenendo "ufficialmente" la propria residenza nelle regioni meridionali, nella realtà dei fatti, vivono e lavorano ormai da anni al centro-nord.

Dunque: nuove destinazioni, nuovi profili professionali, nuovi target.

Un comune, antico, denominatore: l'emigrazione come forza lavoro e ammortizzatore sociale.

Un sistema economico, quello italiano, che non reggerebbe un tessuto produttivo "delocalizzato".

Imprese meridionali che si rivelerebbero insostenibili "doppioni" delle industrie settentrionali.

Che toglierebbero loro fondamentali quote di mercato.

Il Meridione d'Italia, oggi come sessant'anni fa, è serbatoio e sbocco.

Di risorse umane che vanno a Nord, e tir, treni merci e container che fanno rotta verso Sud.

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